14/11/2017

Peter Hammill

La Salumeria della Musica, Milano


di Michele Palozzo
Peter Hammill

Nonostante l’attività da solista e con i Van Der Graaf Generator sia proseguita sino ai giorni nostri, per uno della mia generazione ascoltare dal vivo la voce di Peter Hammill è percepito come un privilegio, un accesso esclusivo a una storia vissuta perlopiù attraverso dischi e materiale video d’archivio. Ma naturalmente il merito di ciò lo si deve, anzitutto, all’autore e attore principale di questo spettacolo lungo ormai mezzo secolo, il quale ha conservato intatti la voce, la sensibilità e il carisma che ancora oggi creano un ammirato silenzio tutt’intorno.

Sempre se il contesto lo permette, s’intende. La Salumeria della Musica potrebbe essere la versione shabby del Blue Note, quasi diametralmente opposto anche sulla mappa milanese: la tipica atmosfera da club con servizio al tavolo e tintinnio di bicchieri quasi onnipresente non è certo la controparte ideale per ascoltare i momenti salienti di una carriera radicata nel più profondo esistenzialismo, una poetica che vive del perenne contrasto fra intimismo e solenne teatralità.
Nemmeno la diffusione in repeat dell’Ep “Slow Riot for New Zerø Kanada”, straziante sinfonia da camera dei GYBE, contribuisce a ricreare il mood necessario ad accogliere Hammill, che dopo l’attesa un po’ annoiata del pubblico (dovere di cronaca: età media non inferiore ai 45 anni) entra sorridente e di bianco vestito, svettando sul palco predisposto per lui solo.

Difficile condensare oltre trentacinque album di canzoni in novanta minuti di concerto, ma la scaletta approntata da Peter si è rivelata essere un’efficace e ragionata sintesi dei sentimenti e dell’immaginario che hanno ispirato il suo lungo percorso da songwriter autonomo. Un regalo, forse, in occasione dei trent’anni di collaborazione con Barley Arts, promotore di questo e altri sette concerti del tour italiano (Roma, Napoli, Terni, Chiari, Tolmezzo e Livorno).
L’occasione, comunque, è anche la fresca pubblicazione di “From The Trees”, del quale vengono presentati tre estratti – “Torpor”, “Milked”, “Charm Alone” –, ulteriori saggi dello sguardo disilluso del cantore inglese sulla realtà che ci accomuna e inebria con le sue false apparenze (For torpor has us tight within its coils/ Strangled in inaction day by day/ Painted in the corner all adrift we slip away).

In mano a Hammill la chitarra acustica, scelta per i primi cinque brani, appare come un tentativo di disabitudine dal pianoforte, appoggio sicuro per le sue ballate più melanconiche e crepuscolari (“After The Show”, “Autumn”) ma anche per l’unica, epica concessione al catalogo Van Der Graaf nella sua tarda incarnazione wave settantiana (“The Siren Song”, da “The Quiet Zone/The Pleasure Dome”).
Ma tra le note essenziali della sei corde trovano spazio sia le sofferte dediche di “I Will Find You” e “Shingle Song” che la rude schiettezza di “Sitting Targets” o la violenza crimsoniana di “Skin”, entrambi eponimi dei rispettivi album, datati 1981 e 1986. Arpeggi e progressioni – che, complice l’accento, ricordano a tratti l’accoppiata Tibet/Cashmore dei Current 93 anni Novanta – dimostrano una diteggiatura studiata benché non del tutto appartenente alla sua personalità, storicamente legata allo Steinway e all’organo Hammond.

Eccezion fatta per gli ultimi inediti, la traccia più recente è “Gone Ahead”, da “Incoherence” del 2004, un lamento solitario ove non si avvertono i tanti anni passati dall’annuncio profetico del ‘guardiano del faro’ (When the time comes to be silent/ One by one the jaws all drop // The voice is still clear in my head/ It's the last word in monologue/ Close-up, interior, night).
Ma un plauso particolare viene riservato, come ovvio, a due classici da “The Silent Corner And The Empty Stage”: “Rubicon” infrange la quarta parete e tradisce un’eterna recita dove il copione è sotto gli occhi di tutti (I lay down beside you:/ I am a unicorn, you a virginal maid [...] I am a character in the play/ The words I slur are pre-ordained/ We know them anyway); e da ultimo il trionfale tour-de-force di “Modern”, all’epoca una spiazzante e aspra svolta elettrica che tuttora, persino senza distorsione – ma con un finale ben più sopra le righe rispetto all'originale – arriva dritta alla coscienza e allo stomaco del pubblico, che nell’entusiastico battimani non rinuncia ad alzarsi in piedi.

Il bis chiamato a gran voce non è altro che un epilogo dichiaratamente romantico: la commossa “Vision” ci riporta indietro di ben quarantacinque anni, quando nel mezzo del compimento stilistico di “Pawn Hearts” trovavano voce i più introspettivi versi emozionali di “Fool’s Mate”, esordio autografo di un cantore tormentato e fragile che, tuttavia, ancora oggi mantiene la forza d’animo necessaria a indicare la strada, squarciando il velo dell’illusorietà per mettere a nudo verità nascoste e ineludibili. Tra un sorso di vino e l’altro, non un’esitazione, non un cedimento di voce tra falsetti, vibrati e possenti ruggiti. Pause enfatiche da protagonista navigato, qualche sorriso e tanta umilissima dignità. Un gigante nascosto nell’ombra, ma pur sempre un gigante.

Setlist

I Will Find You
Shingle Song
Sitting Targets
Torpor
Happy Hour
After The Show
Milked
Nothing Comes
Autumn
Gone Ahead
The Siren Song
Primo On The Parapet
Charm Alone
Rubicon
Skin
Modern

Bis
Vision

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