22/07/2017

Phoenix

Postepay Sound Rock In Roma, Roma


di Federico Piccioni
Phoenix
Il concerto dei Phoenix è diametralmente opposto a quello dei Red Hot Chili Peppers. Stesso posto, due giorni dopo. Le torrette sono scomparse e sono rimasti solo gli scheletri che le sorreggevano. Anche le quarantamila persone si sono polverizzate e l'affluenza di pubblico è bassa, forse anche a causa dei due nomi di cartello che li precedevano: i californiani di cui sopra e i Kasabian. Eppure la band francese meriterebbe un'accoglienza migliore, soprattutto alla luce del tanto sbandierato amore per il Belpaese. Invece, il concerto di sabato è passato per lo più sotto la coltre brumosa dell'anonimato, senza lasciare paricolari segni.

"Ti Amo" apre le danze e annuncia ufficialmente che, per quanto riguarda l'acustica, c'è qualcosa che non va e, in questi casi, "qualcosa" è il termine che si sceglie per usare un eufemismo. I bassi inglobano qualsiasi altro suono e la voce di Mars (come quello che esce dalle chitarre) è, a tratti, persino impercettibile. Un fastidiosissimo rumore (forse causato da un problema a un jack o a un microfono) accompagnerà il concerto da inizio scaletta e non lo mollerà più. Per una band che ha fatto della ricerca sonora e del perfezionismo le proprie cifre stilistiche, quello che esce dalle casse dell'Ippodromo è un diabolico coacervo.

Cambiando posizione, il risultato è più o meno lo stesso. La performance è ordinaria, se non un tantino algida, ma d'altronde il live è uno scambio di energia da pubblico ad artista, oltre che da artista a pubblico. "If I Ever Feel Better" è accolta con un boato, ma passa come passerebbe la hit di un gruppo emergente ed è un vero peccato, perché quel singolo del 2000 è stato, e resterà per sempre, il pezzo funky-pop del decennio (con buona pace del maestro Jay Kay). Nell'immaginario di chi scrive, chiusa da qualche parte, c'è ancora la scena di una folla numerosa che tira su gli accendini e ondeggia al ritornello di "Fior Di Latte", facendosi cullare da una dolce melodia, che provoca stordimento e assuefazione e che, soprattutto, non è compromessa da fastidiosissimi problemi acustici.
In scaletta c'è spazio anche per il chamber-rock di "Love Like A Sunset Part", che in "Somewhere" di Sofia Coppola (sentimentale e artisticamente vicina alla band) apriva la pellicola, accompagnando la monotona e ripetitiva andatura di Johnny Marco e della sua macchina da corsa.

Alla fine, i Phoenix hanno suonato un'ora e un quarto, senza tornare sul palco per i bis. Prima di chiudere, Mars si è fatto abbracciare dalla folla, facendosi issare con il microfono per inscenare una sorta di "Ti Amo Bis". Poi ha risuonato un pezzo di Ornella Vanoni e le luci si sono alzate sull'ippodromo: l'ennesimo omaggio alla musica italiana, che contorna un live tutt'altro che indimenticabile, l'epitaffio malinconico di due che ce l'hanno messa tutta, ma che non ci sono riusciti. Già, perché il rapporto fra l'Italia e i Phoenix mi ricorda tanto una di quelle storie d'amore che potevano funzionare e che, invece, non sono mai decollate. Quelle da "ti immagini soltanto se...". Quelle in cui non si è arrivati neppure a un unico, sincero... "ti amo".


Setlist
Ti Amo
Lasso
Entertainment
Lisztomania
J-Boy
Trying to Be Cool / Drakkar Noir
Role Model
Girlfriend
Sunskrupt!
If I Ever Feel Better / Funky Squaredance
Armistice
Rome
Countdown (Thomas & Christian only)
Fior di Latte
1901
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