20/07/2017

Red Hot Chili Peppers

Postepay Sound Rock In Roma, Roma


di Federico Piccioni
Red Hot Chili Peppers

I Red Hot Chili Peppers a Roma sono l’emozione di un concerto storico, perché ogni live dei californiani è, vuoi o non vuoi, un evento segnante. Loro, che hanno raccolto le ceneri di una generazione distrutta dal punk - generazione che in questo non ha mai trovato soluzione - e che l’hanno presa per mano, con una miscela di funk e rock, magari non particolarmente innovativa, ma certamente peculiare e riconoscibile.

Nella sera del ritorno in Italia, le voci del pubblico, che pencolano tra il tragico e il malinconico - a causa della dipartita di Chester Bennington e di qualche fresca dichiarazione che ha lasciato trapelare un po' di stanchezza nei Peperoncini - accompagnano i quattro sul palco dell’Ippodromo per fermare il tempo e illudere tutti, facendo credere loro, per una manciata di attimi, che il tempo non sia mai realmente passato. Con tutti si intende un pubblico eterogeneo e sfaccettato, che punta lo sguardo su una struttura magniloquente, con tre grandi occhi-schermo, che hanno il merito di trasmettere ciò che, per i più distanti, è arduo cogliere senza alcun ausilio.
Tra i più giovani - accorsi anche da luoghi con topomastiche che hanno poco a che vedere con il Lazio - c'è la voglia di dire “c’ero anch’io”; tra i meno giovani il desiderio di rivivere certe sensazioni, certi odori, certi momenti che, in un modo o nell’altro, hanno caratterizzato la post-adolescenza e che hanno avuto come colonna sonora un buon numero di pezzi dei Red Hot Chili Peppers.

Accontentati entrambi. Con i primi è facile come rubare caramelle ai mocciosi; con i secondi, forse, è richiesta qualche attenzione in più, ma i successi più impolverati in scaletta non sono mancati e hanno fatto quello che dovevano. A parte "Scar Tissue", assente ingiustificata, "Around The World", "Californication", "Aeroplane" e "Give It Away", tra cover di Robert Johnson e Stevie Wonder, hanno reso l'aria di Roma ancora più rovente del normale. "Around The World" ha aperto il sipario, l’attacco di "Under The Bridge", con migliaia di cellulari al cielo, è valso tutta la serata e ha compendiato in pochi istanti un'intera carriera.
Josh Klinghoffer se l'è cavata benissimo, anche se per entrare nel cuore dei fedeli ha dovuto aspettare qualche luna in più del previsto. A parte l’evitabile stupro di “Io sono quel che sono” di Mina - suonata e cantata in solitaria, al ritorno sul palco dopo il primo finale - le sei corde si sono rivelate all’altezza del contesto e della storia della band di cui fanno parte. Degli altri - Chad, Flea e Kiedis - è meglio non parlare solo perché superfluo; perfino qualche iniziale scetticismo sull'ultimo da parte di chi scrive si è dovuto eclissare di fronte a un inaspettato controllo e savoir-faire nell'esecuzione.

Quando le luci si sono alzate ed è risuonata “So What” di Miles Davis - geniale modo di accompagnare dolcemente tutti ad auto e navette - si ha avuto l’impressione che per i Red Hot Chili Peppers quello appena conclusosi fosse stato uno show come tutti gli altri. La durata esigua, circa un’ora e mezza, corrobora la tesi. La questione è che, per chi c’è stato, non può che essere bastato. Sono, molto semplicemente, gli effetti miracolosi di un ordinario show di una storica band.

(Foto di Alessandro De Vito)



Setlist
Intro Jam
Can't Stop
Dani California
The Zephyr Song
Dark Necessities
The Adventures of Rain Dance Maggie
I Wanna Be Your Dog (The Stooges)
Right On Time
Go Robot
Californication
What Is Soul? (Funkadelic)
Aeroplane
The Getaway
Sir Psycho Sexy
They're Red Hot (Robert Johnson)
Higher Ground (Stevie Wonder)
Under The Bridge
By The Way

Encore

Io sono quel che sono (Mina)
Goodbye Angels
Give It Away
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