26-30/07/2017

Siren Festival

Vasto, Vasto


di Marco De Baptistis
Siren Festival

L'ottima location è senz'altro uno dei punti di forza del Siren Festival, manifestazione che, ormai da quattro anni, si tiene nella splendida cittadina abruzzese di Vasto, località a pochi chilometri dalla riserva naturale di Punta Aderci, luogo paesaggistico e balneare di incredibile bellezza. Vasto ha moltissimo da offrire in termini storici, culturali ed enogastronomici, con le sue mura, i suoi palazzi, le sue chiese, il suo Belvedere e i suoi ottimi ristoranti. Il paese è stato, anche questa volta, una splendida cornice per quattro giorni di musica che spaziavano, a livello internazionale, dalla musica indie all'elettronica di ricerca. Molti anche i dj e gli artisti che si sono esibiti, dal pomeriggio a notte fonda, nella spiaggia di Vasto Marina, la "Siren Beach" presso il Lido Sabbia D'Oro.

Il primo giorno, giovedì 27 luglio, Malihini e Taxiwars hanno aperto in serata la manifestazione nel cortile di Palazzo d'Avalos, nello Jägermeister Music Stage. Gradevole la performance del giovane duo romano, ora di stanza a Londra, Malihini. Taxiwars, il progetto indie-rock-jazz del frontman dei dEUS Tom Barman ha chiuso con eleganza la breve anteprima del festival.
Il giorno successivo siamo entrati nel vivo del Siren, dopo una lunga e interessante intervista ad Alioscia Bisceglia degli storici Casino Royale sulla storia trentennale del gruppo, abbiamo potuto ascoltare Emidio Clementi e Corrado Nuccini che presentavano il loro ultimo album, "Quattro Quartetti". Il duo presentava una lettura del libro di Thomas Stearns Eliot a cura del cantante dei Massimo Volume con le musiche di Nuccini (Giardini di Mirò). I giardini di Palazzo d'Avalos hanno fornito lo scenario ideale per la loro ispirata performance, sospesa tra lirismo e delicate sfumature ambient-post rock.
Altro momento interessante della serata è stata l'esibizione della norvegese Jenny Hval, tra cantautorato, spoken word, sound art ed elettronica minimale. La Hval è stata ingiustamente penalizzata dall'orario, dal palco di Piazza del popolo - troppo grande e dispersivo - oltre che da un pubblico vociante di giovanissimi, forse non troppo avvezzo a certe sonorità "avant" e ansioso di ascoltare il più facile e popolare rapper Ghali, che si sarebbe esibito di lì a poco. Ciononostante Hval, che incide per Sacred Bones, è stata molto brava e capace di creare la giusta atmosfera, con brani ispirati e a fuco come "Female Vampire".

Non c'è dubbio che il punto forza della serata di venerdì sia stata la performance di Richard H. Kirk come Cabaret Voltaire. L'importanza del lavoro storico di uno dei grandi maestri della musica industrial è indiscutibile. La sua lunga esibizione è  stata all'insegna di una sperimentazione che guardava agli albori della musica industrial della fine degli anni Settanta, primissimi anni Ottanta, collegando il tutto con le nuove tendenze della musica techno-industrial più sperimentale (una sorta di rilettura del sound dei vari Regis, Vatican Shadow, Samuel Kerridge ecc. dalla parte di chi ne è stato l'ispiratore e il primogenitore).
"Microscopic Flesh Fragment" e "Universal Energy" sono due nuovi brani che Kirk aveva presentato due anni fa al celebre Berlin Atonal (festival tempio della ricerca elettronica post-industriale e non solo), mentre il resto del set era costituito da brani inediti e libere reinterpretazioni dei primissimi esperimenti dei Cabaret Voltaire ma anche dei suoi molti lavori solisti. Come un serpente che si morde la coda, il passato rilegge il futuro e viceversa, anche attraverso una techno analogica adrenalinica e metallica sullo sfondo di un found footage con immagini recenti di guerriglia in Medio Oriente, vecchie interviste a Mu'ammar Gheddafi, al pittore Francis Bacon, servizi giornalistici su Reagan e la Thatcher. Distopia e pixel di retro-futuro qui si fanno metafore di profezie avveratesi nel nostro presente interconnesso, un oggi incerto e denso di problemi legati al mondialismo: guerra e terrorismo in primis.
Alla grande prestazione di Kirk è seguito, sempre nel Palazzo d'Avalos, il più moderato ed "easy listening" dj-set di Apparat, mentre Piazza del Popolo era piena dei fan del gruppo indie-pop italiano Baustelle, sempre capace di ottenere buoni numeri in termini di presenze.

Sabato 28 luglio ha proposto un interessante live di Ghostpoet in Piazza del Popolo, per poi passare  all'atteso concerto degli Arab Strap, al cortile di Palazzo d'Avalos. Quest'ultimi hanno offerto uno dei più bei momenti del Festival. Con un filo di nostalgia per chi li aveva visti tra la fine dei Novanta e i primi anni Duemila, gli scozzesi capitanati dal cantante Aidan Moffat e dal polistrumentista Malcolm Middleton hanno messo in scena grandi classici come "Girls Of Summer", "Here We Go" e "New Birds", terminando il tutto con "The First Big Weekend". Gli Arab Strap sono ancora in ottima forma con il loro melanconico e alcolico post-rock capace di affascinare oggi anche chi non è mai stato un gran fan del genere o non ha vissuto quel periodo perché troppo giovane.

Altro appuntamento di forte richiamo della notte di sabato è stato l'attesissimo concerto del danese Trentemøller a Piazza del Popolo. L'idea che ci siamo fatti ascoltandolo dal vivo è che il suo sound, portato con classe e mestiere invidiabile in sede live, sia ecumenico, nel senso che può piacere a un pubblico molto eterogeneo che va dall'indie-rocker al fan di una certa tradizione darkwave, sino al cultore del synth-pop alla New Order e Depeche Mode. Lasciando perdere i trascorsi techno-house, con l'album "Fixion" del 2016 Trentemøller ha creato un buon equilibrio, capace di appassionare e soddisfare anche gli appassionati di una certa tradizione elettro-synth che risale a Fad Gadget, una tradizione oggi più viva che mai, un dato di fatto non opinabile.
Irrinunciabile ovviamente anche il dj-set di Daniel Miller, leggendario fondatore della Mute Records, nonché del progetto The Normal nel lontano 1978 (ricordate la ballardiana "Warm Leatherette", vero?). Questa volta Miller cavalca una techno senza compromessi.  Eravamo a Vasto ma musicalmente potevamo essere anche al Berghain a Berlino, magistrale il riuscire a trasportare il pubblico in un'atmosfera così distante.

Domenica 30 era prevista l'esibizione del cantautore svedese Jens Leckman nella chiesa di San Giuseppe, purtroppo slittata di qualche ora e ricollocata nella chiesa di Santa Maria del Carmine. In ogni caso, abbiamo potuto assistere a un'ottima prova da parte dell'artista di Göteborg, quasi tutta in acustico tranne il finale con l'ausilio di una batteria elettronica. Leggero ma mai banale, Leckman non ha deluso quelli che erano rimasti ad attenderlo.
Al netto di qualche inconveniente organizzativo - come la difficoltà a entrare al concerto degli Allah-Las nel Cortile di Palazzo d'Avalos per motivi di spazio, il chiacchiericcio fastidioso durante la performance di Jenny Hval, forse in una sede non appropriata, e il ritardo del concerto di Leckman - il Festival non ha deluso. Speriamo che anche nel prossimo anno, accanto ai nomi di artisti conosciuti in ambito indie-rock, si continui a proporre nomi provenienti dall'ambito della ricerca elettronica, mantenendo uno spirito internazionale sempre compatibile con lo scenario affascinante di Vasto.



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