08/06/2017

Weyes Blood

Spazio 211, Torino


di Stefano Ferreri
Weyes Blood

E’ un vero peccato che il recente passaggio italiano di Natalie Mering, in arte Weyes Blood, abbia raccolto assai meno di quanto la levatura dell’artista statunitense avrebbe meritato. Ci si perdoni se ci spingiamo a trarre conclusioni generali sulla base del modesto riscontro offerto da una soltanto delle quattro date interessate – senza tenere conto, quindi, di quella gratuita concretizzatasi nel più fausto contesto festivaliero del Beaches Brew sulla spiaggia dell’Hana-Bi – ma la quarantina (generosa) di presenze rilevate nel salone dello Spazio 211 in occasione dell’ultima serata non consente di immaginare chissà quale inversa tendenza nelle altre venue (esclusa Marina di Ravenna, come si è detto). Onore maggiorato, allora, a chi si è speso per portarcela praticamente a domicilio e a quei club che non hanno temuto l’azzardo in nome di una proposta che la critica internazionale, nel corso dell’ultimo anno, ha giustamente segnalato come in forte ascesa. Il sigillo della “Best New Music” appioppato dal sempre accreditato Pitchfork all’ultimo album della cantante, nonché la sua fresca collaborazione con un pezzo da novanta come Ariel Pink (che cinque anni fa la fece cantare su “Mature Themes”) per l’Ep dal sapore hypnagogico intestato a “Mering e Rosenberg” possono aver contribuito ad ampliare la visibilità della fanciulla di Santa Monica, non a caso tra le sensazioni più apprezzate dell’ultimo Primavera a Barcellona (e inserita nel cast anche della sua appendice a Porto), ma come richiamo nel Belpaese hanno funzionato per un pubblico di pochi (seppur buoni) intimi.

220x270_ii_19I primissimi ascolti di “Front Row Seat To Earth”, preme dirlo, non avevano colpito particolarmente chi offre qui le sue opinioni. La scarsa accuratezza di quella fruizione distratta, in combutta con la natura non certo immediata delle canzoni, aveva indirizzato il sottoscritto verso un giudizio di sommaria gradevolezza pur con qualche riserva legata a un genere di riferimento non troppo prodigo, forse, in quanto a nuovi fuoriclasse. L’idea che le lodi della stampa americana fossero davvero troppo sperticate è venuta meno, tuttavia, con il recupero di rito in vista del tour e con un livello di attenzione più consono agli incanti che, in quel lavoro, la cantautrice oggi di stanza a New York dispensava praticamente in ogni frangente, eccezion fatta per il nonsense sperimentale dell’incubo eponimo, proprio in chiusura. L’implicita rinuncia ai vezzi più canonicamente art-pop o a certe grossolane ingenuità, che nelle prime opere a nome Weyes Blood (o Bluhd, quando ancora suonava free-folk nei Jackie-O Motherfucker) finivano per inzavorrare qualche pur discreta intuizione in termini di songwriting e interpretazione, dimostra di aver pagato eccome in termini qualitativi, specie avendo a disposizione un suono ripulito dalle impurità del lo-fi e messo a completo servizio di un talento magari incline alla calligrafia ma comunque cristallino.

220x270_iii_13Certo nel pieno delle considerazioni della vigilia rimaneva sempre, peraltro, una sorta di velatura, a frenare l’entusiasmo del critico pure ammaliato a dovere. Uno scetticismo blando quanto si vuole ma vigile, destinato a essere liquidato o ratificato solo con la prova del nove live. E a proposito di questa, di come cioè la Mering avrebbe scelto di trasporre davanti a una platea un disco così profondamente intimista, buona parte degli interrogativi hanno trovato una risposta ben prima dell’esibizione, appena varcata la soglia del locale di via Cigna. Il palco con quattro postazioni ben riconoscibili, stipato ben più del previsto di strumenti e amplificatori, vale come inappellabile sconfessione dell’ipotesi squisitamente solista, non così remota considerato il registro che in “Front Row Seat To Earth” la fa da padrone. In tutta sincerità è una prospettiva, questa che ci si apre innanzi sgombrando il campo da equivoci, di cui siamo lieti, per quanto il subisso di sintetizzatori a pochi centimetri da noi ci lasci in balia di nuove, ulteriori perplessità in merito alla veste sonora che l’artista della Mexican Summer parrebbe aver scelto. Quando le luci e la musica di sottofondo si spengono e la tenda là nell’angolo si scosta, lasciando che una sola sinuosa figura di donna si avventuri sulla scena appena rischiarata (da un paio di candelieri a pile), tutte queste oziose questioni evaporano come per magia dalla nostra mente.

220x270_vi_10E’ sola, Natalie. Sguardo basso e assorto, i lungi capelli raccolti sulla schiena, in dosso un tailleur chiaro a motivi che paiono rubati al classico divano delle zie, e che pure su di lei vestono così bene. A compensare l’abito sul pacchiano andante pensano gli orecchini – magnifici davvero – di cui pure non avremo modo di accorgerci prima di qualche attimo, del tutto rapiti dalla grazia silenziosa che la fanciulla incarna con fascino sobrio e sorprendente naturalezza. Una rapida consegna al campionatore Roland e le sue mani raccolgono il microfono, mentre la base con le scarne decorazioni corali di “Can’t Go Home” si avvia a far da cornice al suo canto a cappella. Un sottofondo a volume oltremodo elevato, per giunta, qualcosa che per una manciata di secondi ci fa temere il peggio, un naufragio, un affogamento. E invece no, non è abbastanza per mettere in difficoltà una Mering sbalorditiva per come mostri di saper sposare nella sua voce leggiadria e vigore, così da non soccombere alle prevaricazioni di quella lugubre controparte sintetica. Condotta in porto con perizia la canzone, ed elargiti i primi timidi ringraziamenti a noi spettatori per il solo fatto di esserci presentati all’appuntamento, prima di disegnare al piano le delicate volute di “Diary”, l’artista è raggiunta sul palco dai tre musicisti che avevamo ipotizzato: un tastierista con licenza per la lap steel, un batterista e il quantomeno eccentrico lungagnone australiano Shags Chamberlain, che si occuperà di basso e synth.

220x270_v_10Una versione newsomiana di “Seven Words” segna il debutto per la Guild spartana della ragazza, mentre tutto attorno sembra approntato per far sì che la sua voce calda disegni meraviglie. Non che lasci l’impressione di spendersi in particolari sforzi per riuscire a tal punto vertiginosa, nel quadro asciutto degli accompagnamenti ritmici come in sinergia con i tenui ricami folk di una pure esilissima “Away Above”. Forse il segreto è tutto in quegli occhi un po’ mesti, che la californiana tiene serrati per buona parte della sua esibizione per non lasciar sfuggire neanche un briciolo di concentrazione. Se fino a questo punto siamo rimasti sinceramente ammirati per la prova tersa di Weyes Blood, la doppietta da brividi “Be Free”/“Used To Be” che segue a stretto giro di posta quasi ci costringe a spellarci le mani. Pauperista prodigiosa, Natalie ha il dono di relegare sullo sfondo qualsivoglia artificio strumentale (noie tecniche incluse) e di portarci con sé grazie al suo canto etereo che, contrariamente a quanto ravvisato da qualcuno, non pare tradire l’affettazione o le pose impostate di tante colleghe. Per limpidezza e genuina disinvoltura ci riporta alla mente un vero fenomeno ammirato in questo stesso salone qualche anno fa, quella Marissa Nadler che, evidentemente, per quanto la riguarda non può essere sminuita come una semplice ispirazione tra le altre.

220x270_iv_15Prima della fine del set c’è spazio per un altro colpo al cuore, la perla di “Do You Need My Love”, ancora una volta in linea con la magia dell’originale. Che gli otto brani sin qui proposti compongano tutti insieme l’affresco di quel “posto di prima fila vista terra” è frutto di una precisa strategia dell’artista e riflette, né più né meno, proprio l’incarnazione di sé che si intendeva promuovere in via prioritaria. La Wesey Blood più artefatta, quella dei primi passi o della recente collaborazione con Ariel Pink, rimane di fatto esclusa, mentre tra la chiusura e i bis viene articolata una sorta di riserva indiana in cui confinare il proprio lato più eclettico, a sortilegio ormai consumato. La statunitense, finalmente un po’ sciolta e persino in vena di domande sulla vita notturna a Torino (la indirizzeranno in quel di San Salvario, limitazioni alla movida permettendo), ci riserva il suo lato più gioviale e frizzante con un paio di cover per certi versi pazzesche (il kraut energetico e perturbato di “Vitamin C” dei Can, strepitosa, ancor più del comodo populismo di una “Moonlight Shadow” comunque calzante), prima di tornare a impressionare tutti con la purezza della nudità intimista – solo voce e chitarra acustica – spaziando tra il registro melodrammatico (“Bad Magic”, unico recupero dal precedente “The Innocents”) e quello celestiale (la chicca di “In The Beginning” che chiude i giochi) con la sua classe innata a fare da comune denominatore.

Davvero un bel pieno di suggestioni per un concerto di una settantina di minuti scarsi, terminato – e per una volta siamo piacevolmente colpiti – addirittura prima della mezzanotte. Peccato per chi se lo sarà risparmiato immaginando i soliti orari improbi. E peccato in generale: un talento cristallino come Natalie, questa Natalie, merita davvero molta più gente a sommergerlo di applausi.
Sarà per la prossima volta, diciamo così.

Setlist

Can’t Go Home
Diary
Seven Words
Away Above
Be Free
Used To Be
Generation Why
Do You Need My Love
Vitamin C
Bad Magic
Moonlight Shadow
In The Beginning

Weyes Blood su OndaRock
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(2016 - Mexican Summer)
Nathalie Mering in un Americana tanto convenzionale quanto irreale

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