01/11/2018

Art Ensemble Of Chicago

Triennale - Teatro dell'Arte, Milano


di Michele Palozzo
Art Ensemble Of Chicago

Partiamo dai dovuti complimenti: quest’anno la direzione artistica di JAZZMI si è davvero superata, coniugando in maniera più che mai coerente la storia e il presente del jazz, toccando sapientemente i punti di tangenza con il pop, l’elettronica, la cultura italiana e quelle di tutto il mondo. Senza retorica, un’eccellenza che dà vero lustro al panorama culturale milanese e riesce a coinvolgere potenzialmente un pubblico del tutto trasversale.
L’inaugurazione dell’edizione 2018 è assieme un doveroso tributo e una festa: quella per i cinquant’anni dell’Art Ensemble Of Chicago, collettivo talmente libero nelle sue forme espressive da rimanere ancora oggi un unicum nel campo del jazz, in ogni caso troppo stretto per la loro voracità linguistica e performativa.

Introdotti da un breve e finanche gradevole recitato di Paolo Rossi su un discorso di Martin Luther King – a tema jazz, ovviamente – i sette musicisti capitanati dall’inossidabile decano Roscoe Mitchell fanno il loro ingresso sul palco del Teatro dell’Arte presso la Triennale: assieme al sassofonista anche un altro membro storico, il batterista e percussionista Famoudou Don Moye, e ancora la tromba di Hugh Ragin, un violino (Jean Cook), due contrabbassi (Silvia Bolognesi e Jaribu Shahid) e percussioni africane (l’istrionico Dudu Kouate). Come da pluridecennale copione, i sette musicisti della presente line-up prendono posizione in piedi e, rivolti verso la loro sinistra, mantengono qualche istante di silenzio prima di imbracciare gli strumenti e immergersi nella loro singolare trance improvvisativa.

Mitchell siede al centro con le gambe incrociate, esegue poche note e posa alternatamente il sax, come a porre segni di interpunzione nel montante caos controllato dell’ensemble; lo stesso, apparentemente, accade con le trombe sul tavolino di Ragin, cambiate al ritmo di una o due al minuto, con o senza sordina, tra scie di note rapide ed evanescenti. Se la batteria di Don Moye si mantiene su tocchi solenni e precisi, Kouate coi suoi rudimentali tamburi e oggetti sonori sembra condurre una performance a sé stante, un rito tribale dove sono più i gesti che i suoni a farla da padrone: mezz’ora più tardi, soffiando in aria polveri terrose, recita anche un testo in italiano sulla nobile e martoriata Madre Africa, con pronuncia impeccabile.
È meraviglioso e ipnotico vederli trovare un equilibrio nella loro palese disarmonia, una via di dialogo possibile nella diversità degli stili e degli approcci al suono stesso. Una libertà totale e senza compromessi che ancora oggi non può che cogliere impreparati, mettere alla prova e persino indisporre il pubblico, che in certi casi sembra premiare maggiormente gli occasionali “ritorni all’ordine” della band anziché i suoi slanci più oltranzisti.

Soltanto nella seconda metà, dopo un esagitato duetto di djembe, cominciano a emergere i momenti di assolo tipici della tradizione jazz, e dunque l’affiorare delle voci più autentiche di ciascun musicista: stupende le scomposte digressioni in pizzicato dei due bassisti, più classica ed essenziale quella di Ragin; ma continuano a stupire la forza, l’impeto e la straziante crudezza dei lunghi monologhi di Mitchell – paragonabili a quelli di un Evan Parker ma con l’afflato spirituale di Ayler e Coltranetour de force vertiginosi lungo traiettorie scomode e imperscrutabili; pur trattandosi, infatti, di una pratica nutrita e sostenuta da un’intera vita sulla scena, non ci si fa una ragione di come un sassofonista alle porte degli ottant’anni d’età sia ancora capace di simili maratone a perdifiato, simbolo incontrovertibile di un abbattimento dei confini rivendicato orgogliosamente a ogni passo.

Nei giorni in cui la Ecm mette sul mercato un box retrospettivo con tutte le registrazioni dell’ensemble e dei suoi affiliati per l’etichetta di Monaco, il capoluogo lombardo dà così il via a un tour trionfale che non fa che ribadire la statura leggendaria di uno dei gruppi (ancora oggi) più “avanti” della musica nera, che è poi musica in rappresentanza di tutta l’umanità, con le sue sofferenze e la sua indomita sete di libertà.

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