11/05/2018

Black Lips

Colorificio Kroen, Verona


di Fabio Guastalla
Black Lips

In un angolo d'Italia – comprendente anche le province limitrofe - che negli ultimi anni ha perso per strada un numero considerevole di locali che proponevano musica dal vivo, il Colorificio Kroen rappresenta un'isola felice oltre che, di fatto, il luogo che si è sobbarcato il compito di prendere la non facile eredità del compianto Interzona. Al termine di una stagione ricca di appuntamenti, con oltre sessanta serate messe in archivio, arriva uno dei concerti più attesi: quello dei Black Lips, la cui precedente apparizione nella città scaligera risaliva ormai a diversi anni addietro.
Il che spiega la grande attesa per l'esibizione della band garage-psych americana che sta portando in giro per l'Europa il “The Birds & The Bees Tour”, teoricamente a sostegno dell'ultimo album “Satan's Graffiti Or God's Art?”, in pratica per mostrare a se stessi e a tutti quanti là fuori lo stato di salute di una formazione di fatto rivoluzionata proprio all'alba della pubblicazione del nuovo disco. Prova ne è il fatto che da quell'opera verrà estratta la sola “Crystal Night”, come del resto accade nelle altre date italiane del tour.

A scaldare i motori sono gli Hallelujah!, formazione veronese/trentina di casa Maple Death Records, che mostra tutta la potenza di una formula che mescola noise, punk e rock'n'roll in un set davvero rilevante e in grado di convincere una sala ormai gremita.
Quando scocca l'ora dei Black Lips il Kroen è quasi al completo. Sul palco, “ornato” soltanto da un panno bianco che recita a pennarello il nome della band della Georgia, si nota immediatamente la vistosa capigliatura del nuovo batterista Oakley Munson e la presenza ormai stabile della sassofonista Zumi Rosow, già al fianco di artisti come Deerhunter e Omar Souleyman.
Gli eccessi del passato a livello di puro spettacolo live sono ormai (fortunatamente) un ricordo, ma un concerto dei Black Lips è sempre un'esperienza a se stante, nel bene e nel male. Sopra e sotto il palco regna il caos più assoluto, anche perché il binomio formato da “Modern Art” e “Family Tree” (entrambe dal meritevole “Arabia Mountain”) è un chiaro invito a far scontrare i corpi in platea. Guidati dall'istrionico Jared Swilley in versione piratesca, gli americani ripercorrono più o meno tutte le varie tappe di un cammino discografico inaugurato ormai quindici anni fa con l'omonimo esordio.
Tra le pieghe del concerto, tra una scorribanda e l'altra, riappare anche la cover di “Hippie, Hippie, Hoorah” di Jacques Dutronc, originariamente contenuta nell'album “Let It Bloom” del 2005 e ormai diventata un cavallo di battaglia in sede live. Ancora più antico, a livello discografico, è il ripescaggio di “Time of the Scab”, proveniente dall'ormai quasi mitologico “We Did Not Know the Forest Spirit Made the Flowers Grow”.

Quando arriva “Raw Meat” è il segnale che il concerto può dirsi sostanzialmente concluso. C'è ancora tempo per l'encore di rito, se non fosse che ognuno dei musicisti sul palco va per la sua strada e il pezzo scelto per il saluto al pubblico veronese viene interrotto due volte e il terzo tentativo diventa una sorta di jam session ancora più confusionaria e approssimativa rispetto alla media. I Black Lips sono questi, prendere o lasciare. E il loro pubblico, che li conosce alla perfezione, prende tutto e porta a casa.



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