12/10/2018

Colapesce

Marie Antoinette, Berlino


di Michele Corrado
Colapesce

È il 12 ottobre, ma a Berlino fa un caldo cane. Ancor più lungo la Sprea, umida e colorata di arancione dal cielo serale, sul cui litorale est, nel suggestivo Marie Antoinette, verso le nove si esibirà Colapesce. Non c’è altra spiegazione: Lorenzo Urciullo deve essersi portato anche il sole da Siracusa, oltre che alla chitarra acustica e alla loop station – unici addobbi che il cantautore avrebbe concesso alle sue canzoni  in questa serata.

Dettata probabilmente da ragioni economiche – non tutti, anzi molto pochi, nella scena indie italiana hanno un pubblico tale da potersi permettere le spese ingenti che uno show complicato come l’ultimo di Colapesce comporta anche all’estero - la scelta di un concerto essenziale, intimo, caricato tutto sulle proprie spalle, risulta da subito vincente, oltre che una ghiotta occasione per ascoltare le canzone di “Infedele” così come sono state scritte. Il Marie Antoniette è piccolo, le sue finestre sono oblò che danno sulle onde che massaggiano i piloni del Jannowitzbrücke, e il suo pubblico, quasi integralmente italiano, è raccolto e caloroso: lo scenario perfetto per un – quasi – unplugged.

La prima parte dello spettacolo è molto cupa. Colapesce martoria le corde della sua chitarra acustica, ingabbia arpeggi lugubri in loop infiniti, conferendo ai brani di “Infedele” un inconsueto retrogusto di ferro. Un sapore che li rende più evocativi che nella versione originale e che, a tratti, ne fa sembrare l’esecuzione una sorta di cerimoniale. In particolare, è proprio questo inedito contrasto tra suoni così cupi e la voce dolce e solare di Urciullo a rendere questa parte della performance così interessante. “Pantalica”, ad esempio, priva dell’elettronica e della produzione – invero un po’ prevaricante - di Iosonouncane è un’altra canzone, ma altrettanto penetrante. Chitarra e voce, anche “Totale” e “Ti attraverso” sono praticamente due canzoni nuove, ma pur private della loro sfavillante armatura di sintetizzatori attivano il singalong emozionato della platea. Applausi implacabili anche per la cover di “Canzone dell’amore perduto” dell’adorato, da Lorenzo e dal pubblico, Faber.

Il concerto, o perlomeno la sua prima parte, è stato un po’ corto, una cinquantina di minuti scarsi, ma Urciullo si sarebbe fatto perdonare presto. Tornato sul palco per quello che era stato programmato come un breve encore, comprendente peraltro un’altra splendida cover – “Summer On A Solitary Beach” del maestro Battiato - non ne sarebbe sceso così presto. “Grazie mille ragazzi, buona notte”. Cascate di applausi. “Domani suono all’Aquila, non è proprio dietro l’angolo”. “E a noi che ce ne frega”. “E questo pure è vero”. Inizia così una specie di seconda sezione di concerto, lunga quanto la prima, se non qualche minuto in più. È in pratica una specie di karaoke dove il pubblico, a questo punto coinvoltissimo, avrebbe giocato un ruolo importante, andando a decidere dove la scaletta dovesse dirigersi. Dopo un’emozionante incursione nei primissimi anni di Colapesce, con “Satellite” e l’indimenticabile “Restiamo in casa”, sarebbero arrivati molti altri vecchi successi, le varie “Maledetti italiani” e “Copperfield”, e i brani di “Infedele” esclusi dalla prima parte di setlist, come “Maometto a Milano” e “Decandenza e panna”.

“Facci Vasco da Gama”. “Ma no ragazzi, questo non posso farlo. Senza elettronico Vasco da Gama come ve la faccio? A cappella?” “Si, a cappella”. E ce l’ha fatta a cappella, svelando un’estensione vocale e un controllo che, anche in assenza di un tracciato strumentale, ha dell’incredibile. Oltre, ovviamente, a una generosità e un'empatia inestinguibili. Totale.

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