10/03/2018

Django Django

La Cigale, Parigi


di Mattia Cavicchi
Django Django

I Django Django sembrano ormai avere stretto un legame speciale con Parigi. Dopo il concerto di apertura delle date di presentazione del terzo album “Marble Skies”, e un secondo appuntamento in banlieue a gennaio, ritroviamo dunque la band inglese intenta a calcare i palchi della capitale francese, nel bel mezzo del tour di promozione dell'ultimo parto discografico. Stavolta il luogo prescelto è La Cigale, piccola ed elegante sala da concerto del quartiere di Pigalle, attiva in varie modalità addirittura da fine Ottocento: dopo una passeggera conversione in cinema a luci rosse, da più di trent'anni ospita tanto spettacoli teatrali e di varietà quanto esibizioni jazz, cantautoriali, pop e rock, sia di artisti di nicchia che di fenomeni di successo internazionale.

Il terreno adatto a far fiorire il caleidoscopio sonoro dei Django Django è preparato dal rock acido e ipnotico dei Man of Moon, duo chitarra-batteria scozzese che ha già avuto l'onore di aprire per The Phantom Band e The Twilight Sad. Il loro post-punk spaziale, tinto di kraut, avvolge la sala, già surriscaldata e gremita, in un'appropriata coltre psichedelica.
Sì, perché, per descrivere la proposta musicale del quartetto basato a Londra, una delle parole chiave è proprio “psichedelia”. Ma una psichedelia da incasellare in una compiuta forma-canzone, capace di rileggere cinquant'anni di pop con un enciclopedismo prodigioso per la sua leggerezza, e di piegare ogni sorta di effetto sonoro burlesco al servizio di melodie tanto cantabili quanto sghembe.

Eccoli, dunque, i Django Django: entrano su un palco quasi completamente buio, tra applausi scroscianti. La scenografia dietro di loro mostra tre porte ad arco rotanti, illuminate di rosso, mentre i musicisti prendono posto tra le note cadenzate di un sequencer, presto inglobate nell'intro con cui il live prende il via. Tastiere fantascientifiche, dal passo epico, conducono a un'accelerazione delle pulsazioni elettroniche che sfuma in “Marble Skies”, la traccia iniziale dell'omonimo nuovo album: una galoppata sintetica che annuncia a dovere la natura decisamente ballabile del concerto.
Senza soluzione di continuità, il rullo dei tamburi apre la strada a “Shake And Tremble”, notevole singolo da “Born Under Saturn”, esempio perfetto della miracolosa fusione operata dal gruppo: il cantante Vincent Neff saltella dappertutto strimpellando accordi di chitarra fifties, le plettrate del bassista Jimmy Dixon disegnano con precisione groove dance liofilizzati, mentre Tommy Grace si districa dietro una selva di synth e trasforma reminiscenze rock'n'roll in sabotaggi futuristi. Dietro le pelli, David Maclean, fratello del John che ha militato in quella Beta Band a cui tante volte i Django Django sono stati accostati, tiene le redini di un quasi incessante diluvio ritmico.

Nella stessa vena la successiva “Tic Tac Toe”, il primo singolo estratto dal lavoro appena uscito: i membri del gruppo sono giocosi quanto la loro musica, l'entusiasmo sul palco trova risposta in un pubblico che non cessa un attimo di ballare. Dopodiché, gli arpeggi sintetici e le armonizzazioni vocali della splendida “First Light”, che si prolunga in un esteso finale elettronico, hanno un'unica pecca: quella di mettere fine ai contributi alla scaletta provenienti dal secondo disco della band. Il sottovalutato (ma a parere di chi scrive eccellente) “Born Under Saturn”, lungo e corposo, che aveva aggiunto ulteriore complessità ai brani del fortunatissimo esordio, fallendo nel ripeterne il successo, sembra voler essere messo da parte in questa fase della carriera dei Django Django, che hanno coscientemente optato per un ritorno più conciso.

Quindi, dopo l'improvvisazione alle percussioni a cui si dedicano perfino Neff e Dixon nel finale di “Surface To The Air”, che nel suo incedere dancehall si conferma, per quanto intrigante, il più debole brano di “Marble Skies”, per il gruppo è il momento di rivisitare il debutto: si passa quindi alla gorgogliante “Waveforms”, mentre la scenografia con i tre portali si riempie di sinusoidi in fibrillazione. Il ponte tra passato e futuro è tracciato: una chiusura da rave, in cui anche chitarrista e bassista si dilettano a manipolare i synth per intersecare martellamenti elettronici, lascia il passo al secondo singolo del nuovo album, “In Your Beat”, senza che ci si accorga della cesura. L'irresistibile tastierina che punteggia il ritornello spaziale ci lancia direttamente in volo, roteando insieme alle immagini che scorrono sullo schermo, un collage paradossale di busti neoclassici e sfere multicolori in collisione, mentre le luci rosate evidenziano le giacche dalle tinte brillanti degli inarrestabili musicisti. E improvvisamente tutto quadra: bassista e chitarrista sfavillano come personaggi color di vernice in un dipinto fumettistico à-la Lichtenstein, l'art-pop si fa pop art, e i tasselli musicali rimescolati dai Django Django si rivelano come nient'altro che gli ingredienti di una irriverente centrifuga postmoderna, tenuta sotto controllo da una non comune maestria compositiva.
C'è poi spazio per qualche momento più riflessivo: prima Neff passa alla chitarra acustica per una “Further” che incrocia country, boogie e folate sintetiche, poi la sezione ritmica sparisce (provvisoriamente) per l'attacco pianistico, immerso in un'abbacinante luce gialla, di “Sundials”, gioiellino canterburiano in 7/8, testimonianza della diversità delle ispirazioni che alimentano gli onnivori Django Django.

Così come i paesaggi dietro le porte mutano in continuazione, mutano le ambientazioni sonore allestite dalla band: i sintetizzatori arabeggianti di “Skies Over Cairo” ci trasportano nel Medio Oriente, l'immancabile “Default”, il singolo di più grande successo, sovrappone borbottio buffonesco, cassa pestona e frequenze radio disturbate, “Life's A Beach” oscilla tra surf-music e spirali di tastiere, finché “Wor” conclude in gloria il main set: epos western, cori da battaglia e un intermezzo percussivo per maracas e cembali, su uno sfondo rosso sangue. Neff si permette perfino di guidare la danza rituale del pubblico, prima di ringraziare e sparire dietro le quinte insieme ai compagni.

Ma è proprio ripetendo fino allo spasimo il coro di “Wor” che il pubblico richiama i Django Django sul palco. Il disco d'esordio gioca la parte del leone anche in quest'ultima fase del concerto: solo “Champagne”, con il suo basso che si inerpica su figure alla Japan, interrompe il continuum tra “Storm” e una magnificente “Silver Rays” in chiusura. 
Mantenendo fino alla fine il piglio ludico di chi non si prende affatto sul serio, i quattro ci lasciano così, pieni di voglia di continuare a ballare, gli occhi e le orecchie invasi da una girandola di colori e di ritmi, ancora coinvolti nel loro impeccabile e divertito gioco di montaggio e smontaggio degli stereotipi pop.



Setlist
Intro
Marble Skies
Shake And Tremble
Tic Tac Toe
First Light
Surface To The Air
Waveforms
In Your Beat
Further
Sundials
Skies Over Cairo
Default
Life's a Beach
Wor

Encore:
Storm
Champagne
Silver Rays
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