09/02/2018

Glen Hansard

Royal Festival Hall, Londra


di Claudio Lancia
Glen Hansard

Il Royal Festival Hall è un Auditorium situato nel bel mezzo del Southbank Centre, complesso di sale da concerto posto sul rinnovato lungo Tamigi, nel tratto che conduce dal London Eye al Tate Modern Museum, la nuova Londra riconvertita in forme stilose. Entri nell’atrio e ti ritrovi in una delle tante free gigs che caratterizzano i venerdì davanti al Central Bar, sia a pranzo che all’ora dell’aperitivo, fuori ci sono una sequenza di locali e bancarelle per mangiare, bere e incontrarsi, dentro c’è la gettonatissima mostra sugli Abba, insomma uno dei tanti paradisi per musicofili che la capitale inglese sa offrire.
Il bello, e non è certo una novità a Londra, è che il concerto di Glen Hansard, motivo per il quale ci troviamo qui, è previsto per le ore 19,30, senza le lunghe ed estenuanti attese tipiche di gran parte dei live club di casa nostra. Non è uno scherzo: alle 19,35 lo spettacolo ha inizio, anticipato da un countdown quando mancano pochi minuti, per avvertire il pubblico al bar di entrare, e ci piace l’opportunità di assistere a uno show dentro un auditorium potendo portare in sala un bicchiere (rigorosamente in plastica, ma ci sta) di birra o vino, eventualità che dalle nostre parti viene esclusa a priori.

Detto delle abitudini di chi resta sempre troppo avanti a noi, ci immergiamo nella prima data del nuovo tour di Glen Hansard, che sale sul palcoscenico in perfetta solitudine, voce e chitarra acustica a tracolla, per le prime due canzoni proposte, due cover, una dei Frames, formazione della quale era leader, l’altra dei sempre irlandesi Interference. Questo tanto per saggiare il palco, una sorta di prova prima di aggredire il pubblico con direttrici molto più elettriche: entrano in scena band e archi per la vigorosa doppietta “Roll On Slow”/“Wheels On Fire”, perfette per iniziare a snocciolare i brani del nuovo “Between Two Shores”, il suo più eclettico e completo lavoro solista.
Entrano poi i fiati, che fanno molto “Motown”, portando a dodici il numero dei musicisti schierati, un dispiegamento di forze al quale Glen ci ha abituati, e che gli consente di fungere da gran cerimoniere di un‘esibizione cha spazia dalle atmosfere distese di “Bird Of Sorrow” e “Wedding Ring” ai numerosi momenti energici (“Didn’t He Ramble”), ricercando sempre l’impatto emotivo in crescendo da brividi (“My Little Ruin”), alternando arrangiamenti pieni e rigogliosi a frangenti più minimalisti, come quando si siede al pianoforte per eseguire in solitudine la struggente “Shelter Me”.

Hansard resta solo anche per una versione di “Time Will Be The Healer” resa in una veste spoglia rispetto a quella presente sul disco, seguita da una cover di Woody Guthrie, “Vigilante Man”, che diviene l’occasione giusta per indirizzare qualche ironica invettiva contro Trump, modificando ad arte il testo del brano. Attraverso la cadenzata “Way Back To The Way Back When” si giunge all’acclamata “Her Mercy”, che racchiude al suo interno una parentesi dedicata a un altro brano dei Frames, “Star Star”.
Pochi istanti di pausa e l'ensemble rientra per i bis: dopo il simpatico siparietto di “Banana Man”, si entra nella fase decisiva dello show, nella quale Glen dimostra di avere sempre le cartucce giuste. Con doti da consumato performer tiene in pugno l’intera sala, commovendola sulle note di “Falling Slowly” (Oscar come Best Original Song nel 2008), “Grace Beneath The Pine” (da solo con archi e piano) e “Song Of Good Hope” (quella che Vedder cantò a Firenze in piedi sulla transenna). La festaiola “Lowly Deserter” (con Hansard al banjo) è l’ultimo sussulto prima di chiudere la serata omaggiando i Pogues di “Rainy Night In Soho”.

In tutto due ore e dieci minuti di grande musica, proposta da un artista non più giovanissimo, ma che si sta dimostrando all’apice della maturità artistica e compositiva, in grado di muoversi con proprietà di mezzi dal folk al rock, spesso con accenti spiccatamente southern, fino a raggiungere registri soul che lo conducono persino dalle parti di Ben Harper o Marvin Gaye. Tutto questo restando sempre assolutamente sé stesso, riassumendo le tante reincarnazioni che hanno costellato una carriera che meriterebbe finalmente riscontri internazionali ancor più importanti.
Dopo l’intero mese di febbraio trascorso in giro per l’Europa (non sono previsti passaggi in Italia in questa tranche), a marzo Hansard volerà in Nord America per un bel lotto di date, per poi raggiungere l’amico Eddie Vedder, che supporterà in due serate a San Paolo, in Brasile. Dovesse tornare in estate dalle nostre parti, vi consigliamo vivamente di non perderlo.

Setlist

Say It To Me Now (Frames cover)

Gold (Interference cover)

Roll On Slow

Wheels On Fire

Winning Streak

My Little Ruin

When Your Mind’s Made Up (Swell Season cover)

Bird Of Sorrow

Shelter Me

Time Will Be The Healer

Vigilante Man (Woody Guthrie cover)

Didn’t He Ramble

Lovevolve (Rob Bochnik cover)

Way Back In The Way Back When

Wedding Ring

Her Mercy

Star Star (Frames cover)

…. ….

Banana Man

Falling Slowly (Swell Season cover)

Fitzcarraldo (Frames cover)

Grace Beneath The Pines

Song Of Good Hope

Lowly Deserter

Rainy Night In Soho (Pogues cover)
Glen Hansard su OndaRock
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