13/04/2018

Lana Del Rey

Palalottomatica, Roma


di Claudio Fabretti
Lana Del Rey

Roma ai piedi della diva più glamour del pop americano. È un Palalottomatica sold-out ad accogliere Lana Del Rey per la seconda data italiana del suo tour mondiale “LA To The Moon”. Con lunghe code già da ore prima del concerto, in cui svettano le coroncine di fiori di fan sorprendentemente giovani, considerato che la chanteuse di Brooklyn è su piazza ormai da quasi un decennio. E non sarà certo l'unica contraddizione di una serata tutta giocata sui contrasti, stridenti, spiazzanti, tanto da disorientare soprattutto la fetta più esigente e snob del suo variegatissimo pubblico. Ai cancelli, infatti, si incrociano a mo' di sfida intergenerazionale genitori con figlie teenager al seguito (come nel caso di chi scrive), trentenni hipster incuriositi e pubblico misto da grandi eventi, attirato dalla fama mondiale della nostra. Per colpa delle suddette code, però, mi perdo l’avvio del set introduttivo di Cat Power, che festeggia il ventesimo anniversario di “Moon Pix”. A differenza della sfortunata performance di 5 anni fa all’Auditorium, Chan Marshall appare in buona forma, si prende una buona razione di applausi con il suo folk-rock accorato e sincero, senza strafare, ma riaccendendo antichi amori con la sua voce rauca e seducente. Peccato che la sua esibizione duri pochissimo: ringrazia Roma, ringrazia Lana e leva le tende in un battibaleno.

Ora l’attesa è tutta per la reginetta delle torch song contemporanee, preceduta da una nomea live non proprio esaltante, anche per via di una prova un po’ appannata in quel di Milano, due giorni prima. Mentre i fan si accalcano sul parterre, il palco si trasforma rapidamente in una Malibu virtuale, tra scogliere, palme e sdraio a righe: uno scenario hollywoodiano vintage, sospeso tra The Great Gasby, Dynasty e la serie-tv Big Little Lies.
Alle 21,28 le luci si spengono all’improvviso e un fragoroso boato del pubblico saluta le prime note di “13 Beaches”: la voce di Lana giunge remota, mentre la band prende possesso del palco. Versi che chiariscono fin dall’inizio il senso del suo irrimediabile distacco dalla realtà: “I don't belong in the world/ That's what it is/ Something separates me from other people”. L’ingresso dell’ineffabile Elizabeth Grant è lento, studiato, al punto da scatenare l’inevitabile delirio dei fan. Scene di isteria collettiva a cui chi vi scrive raramente ricorda di aver assistito in tempi recenti. Rispetto al look castigato da gran dama di Milano, Lana stavolta è strizzata in un completino di pelle mozzafiato, con minigonna e stivaloni neri sopra le ginocchia. “Sono così fortunata a essere in una delle città più belle del mondo”, si ingrazia subito il pubblico, con cui inizia un gioco di corteggiamenti reciproci, che culminerà nell’imprevisto (e incredibile) coro “Sei bellissima” di Loredaniana memoria improvvisato dal parterre.

Diva sì, con tutto il suo corredo di moine e ammiccamenti, ma animale da palcoscenico no: Del Rey fa quasi tenerezza quando cerca di assecondare i suoi sussurri disperati con balletti e movenze che non le si confanno, al fianco di due coriste e ballerine, loro sì, pienamente a loro agio. Sarà anche questo a spiazzare parte dell’audience, così come la sua (indubbia) goffaggine, che nasce però da quel senso di purezza, svogliatezza e fragilità che è proprio uno motori propulsori delle sue emozionanti ballad. In sintesi: è dura conciliare le esigenze di un kolossal live di questa portata con i tormenti noir alla Lynch della femme fatale newyorkese. Ma chi non si ferma alle apparenze può riuscire a cogliere il fascino delle sue ninnananne sad-pop, eseguite assieme a un quartetto - percussioni, pianoforte, tastiere, chitarra e basso – mentre il grande schermo alle spalle dei musicisti diffonde immagini di spiagge e acque unite a frammenti dei videoclip, e i due schermi laterali riprendono immagini dello show, in bianco e nero.

L’avvio prende corpo sulle svenevolezze di "Cherry", sulla straziante litania di “Pretty When You Cry”, sussurrata con disperata dolcezza (nonostante i capricci del microfono), su una languida “White Mustang”, che canta sdraiata sul piano, su una sentita “Lust For Life” (“uno dei miei brani preferiti”, la introduce) e su una intensa cover di “Scarborough Fair” di Simon & Garfunkel, bisbigliata su un tappeto di chitarra distorta e glockenspiel.
Ma è “Born To Die” – la sua prima grande hit - a incendiare il pubblico: un’ovazione che si estende nel coro e nel successivo annuncio di “Blue Jeans”, altro successo da ko tratto dall’album d’esordio. Ballate autodistruttive trasformate in inni generazionali, da cantare in diecimila in un Palasport. Poi, novella Marilyn, Del Rey ripesca il suo sensualissimo “Happy birthday, Mr. President” a introdurre il soul-pop caramellato di “National Anthem”.
Fanno male alcune esclusioni (dalla magica “Brooklyn Baby” a tante prodezze di “Honeymoon”). E non tutto fila liscio: si avvertono, a volte, i playback, gli effetti e le voci campionate rischiano di sovrastarla, e la stessa Lana non riesce a scrollarsi di dosso del tutto quel senso di indolenza, di espressività sedata, tradito dai suoi sorrisi impacciati. Ma lei è così, eternamente “fuori posto”, e chi le chiede di trasformarsi in una tigre da palcoscenico ha semplicemente sbagliato concerto.

Meglio, allora, gustarsela in tutte le sue sfumature di fragilità: in versione lolita, sull’altalena, per l’inafferrabile “Videogames”, o intenta a cantilenare la narcolettica “Ultraviolence”, o ancora alle prese con la tenerissima “Yayo” (“scritta per un mio amico che per poco è stato anche il mio ragazzo”), che gorgheggia soave imbracciando una chitarra Flying V salvo poi imprecare come una scaricatrice di porto (“Goddamned!”) perché le si arrochisce la voce sul più bello. Non mancano i fuori programma, come “Salvatore”, con tanto di frasi kitsch in misto-italiano (“Cacciatore, limousine, ciao amore, soft ice cream”) e una “Dark Paradise” a cappella, con ritocchi alla scaletta su richiesta del pubblico. E poi avviene l’imponderabile: la diva più ombrosa, distante e inafferrabile del pop contemporaneo si dà letteralmente in pasto ai fan come una Selena Gomez qualsiasi: piovono fiori, un cappelletto da baseball con scritta “Roma”, che indossa all’istante, cartelli, orsacchiotti e una raffica di selfie, con Lana che si concede alle prime file, tra baci, abbracci e lacrime. “Non mi capita di essere a Roma tutti i giorni quindi devo dare ai miei amici quello che vogliono”, si giustifica dopo il lungo intermezzo, scivolando nella desolazione oppiacea di “Summertime Sadness”, prima di chiudere con l'intrigante soul-hip-hop di “Off The Races”.

È tutto un gioco di contraddizioni, insomma, un rituale che pare quasi condensare tutte le più inconciliabili sfaccettature del music business contemporaneo, una parabola su autenticità e finzione. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Resta una piacevole serata, chiusa con un discreto senso di spaesamento. E resta tutta la distanza siderale tra il sofisticato immaginario retrò-noir evocato dalle sue torbide ballate e l’abbraccio soffocante di questa kermesse collettiva. Ma questa è, oggi, Lana Del Rey in formato live, prendere o lasciare. E noi, ancora una volta, prendiamo.



Setlist
13 Beaches
Cherry
Scarborough Fair
Pretty When You Cry
White Mustang
Born To Die
Blue Jeans
National Anthem
West Coast
Salvatore
Lust For Life
Medley: Charlie + Young & Beautiful
Dark Paradise (a cappella)
Video Games
YaYo
Ultraviolence
Summertime Sadness
Get Free
Off To The Races
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