15/12/2018

Le Luci Della Centrale Elettrica

Teatro della corte, Genova


di Federico Torre
Le Luci Della Centrale Elettrica
Dovrebbe essere il tour che chiude il progetto delle Luci della centrale elettrica e apre la stagione di Vasco Brondi solista e invece sembra un inizio, o quantomeno un ponte gettato verso qualcosa di nuovo.
Quello che racchiude, e teoricamente conclude dieci anni di viaggio, è un concerto intimo, uno spettacolo parlato. Dall’inizio alla fine la voce di Vasco Brondi riecheggia e fa da guida, scava, e costruisce quella relazione di confidenza col pubblico che da sempre è necessaria alla sua musica. Stabilisce un contatto. Racconta di sé, dei suoi amici, delle volte in cui è stato a Genova, e delle cose che gli sono successe qui. Sta seduto sulla sedia e composto, con un atteggiamento aperto di fronte al pubblico, snocciola i versi di una poesia di Roberto Bolano che, inserita fra una canzone e l’altra come le perle di una collana, tiene insieme tutto lo spettacolo. Un succedersi di letture, se vogliamo nemmeno troppo coerenti, ma che servono a rimarcare il fatto che al centro di quest’esibizione c’è la poesia, e più ancora della poesia, la parola. E infatti Brondi usa il timbro particolarmente umano della sua voce per far sentire la natura artigianale dei suoi testi. E con essi la fattura grezza della sua musica.

Viene esibita subito una certa normalità, che è usata come elemento collante dell’esibizione, per mettere in comunicazione artista e pubblico. Si comincia con "Coprifuoco", e il modo di suonare caldo, quasi leggermente dimesso, trasmette subito un senso di familiarità. Le canzoni scorrono, arrangiate bene, suonate da un sestetto misurato, composto da due archi (violino e violoncello), basso, chitarre e percussioni, che gioca con l'ampliamento delle possibilità espressive di certe canzoni.
“Nel profondo Veneto” suona quasi tribale, introdotta da un canto che sembra africano, e le leggere distorsioni dei primi dischi (“Canzoni da spiaggia deturpata”, “Per ora noi la chiameremo felicità” e “C’eravamo abbastanza amati”), arrangiate in acustico, si trasformano in un gradevole tappeto sonoro che scende, come un sipario, e costruisce un rumore calibrato dove il violino di Rodrigo D’Erasmo ricorda per un attimo la viola di John Cale. Le canzoni, forse anche per via di una certa semplicità, costituiscono un unicum sonoro, stabile, che non perde mai la piacevolezza. Una meravigliosa ballerina entra con grazia, e gira fra i musicisti avvitandosi fra le note di “Chakra” e “Stelle marine”.

I testi di Brondi funzionano, ancora di più dal vivo, le parole risaltano, soprattutto certe immagini poetiche, che brillano grazie al registro confidenziale con cui vengono dette, come se fossero pezzi di un diario che l’artista condivide. È una comunicazione intima, una specie di dare del tu particolare, che poi è l’ingrediente nuovo che Brondi è riuscito ad aggiungere alla tradizione cantautoriale italiana. Un modo di esprimersi che si fonda sull’autenticità e prova a restare uguale di fronte a un amico come di fronte a mille persone, che è in parte la conseguenza del suo essere, volente o nolente, artista social, di quel modo che insegna Facebook di buttare se stessi nella mischia.
Così, artista social ma soprattutto indie, portavoce dei drammi della generazione 00, Brondi vola basso, e prova a fare della normalità il suo segno distintivo, una specie di lasciapassare con cui costruisce un legame col pubblico molto forte, colloquiale, che parla una lingua condivisa fatta di esperienze ordinarie. Così, tra una canzone e l’altra, racconta delle emozioni che ha provato conoscendo Battiato, o De Gregori, per sottolineare che sono le stesse che proverebbe chiunque. E alla fine coi panni del ragazzo della porta accanto si siede sul bordo del palco con gli altri musicisti come se si fosse al bar e chiude canticchiando con “Questo scontro tranquillo”.

Ma contemporaneamente vola alto. E prova a diffondere cultura, un po’ andando a braccetto con le altre arti, e riempiendo il concerto con tutta la letteratura che può. E le canzoni si aprono e si chiudono con recitati supplementari, citazioni, o semplici appunti, scritti in treno da lui, con l’intento di mostrare le origini da cui parte la sua musica, e condividere le cose che lo influenzano. Parla di Calvino, dei Cccp, di Antonioni, e di Ferrara che è la sua città.
E li teatro diventa il luogo perfetto per costruire un simile spettacolo, perché, in quanto spazio raccolto, fa rimbombare l’intimità, la amplifica e la sottolinea, senza stravolgerla.
Brondi parla piano, sia cantando sia confidandosi, come se si rivolgesse a una persona a cui tiene, e insiste su un vago senso di amicizia, tanto che ad ascoltarlo, soprattutto nel finale, è come se ci si trovasse tutti al caldo, davvero amici, in una stanza di casa.
Setlist
Coprifuoco
Qui
Lei ragazze stanno bene
Destini generali
Un bar sulla Via Lattea
Moscerini
Mabeth nella nebbia
Quando tornerai dall’estero
Amandoti
Cara catastrofe
Walzer degli scafisti
40 km
C’eravamo abbastanza amati
La gigantesca scritta Coop
Per combattere l’acne
La terra, l’Emilia, la luna
Ti vendi bene
Stelle marine
Chakra
A forma di fulmine
Piromani
Mistica
Nel profondo Veneto
Questo scontro tranquillo
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