09/12/2018

Motta

Bi Nuu, Berlino


di Michele Corrado
Motta

In soli sette anni di attività la label aretina Woodworm si è imposta come una delle etichette più interessanti del panorama indipendente italiano. Con un roster che spazia da nuove scommesse, sovente vinte (come lo stesso Motta), a nomi scafati (i vari Canali e Benvegnù) si tratta in tutta certezza di uno dei due o tre nomi discografici da tener d’occhio quando si è in cerca di musica indipendente italiana di qualità. Gallorini e Marmorini, fondatori della Woodworm, non hanno mai fatto però mistero delle pretese di internazionalità del loro progetto, ambizione che ha cercato la propria conferma nei due giorni del Woodworm Festival Berlin. Per farvela breve: lo scorso venerdì la Woodworm ha messo su un bus alcune tra le sue band di punta (Ministri, FASK, Motta, La rappresentante di lista) e le ha spedite ad assediare per l’intero weekend il Bi Nuu, storico locale di Schlesisches Tor (Kreuzberg, Berlino). Missione compiuta a metà; perché se da una parte è vero che una delle due date (il sabato affidato a Fask e Ministri) ha registrato il sold-out, ausverkauft come si dice da queste parti, dall’altra il pubblico, tra expat e fan che hanno approfittato dell’occasione per un fine settimana berlinese, era per un buon novanta per cento italiano. Del resto io stesso, berlinese da quasi due anni, ho approfittato dell’occasione per ascoltare Motta, star da tour smisurati in patria, ma non facilmente reperibile qui su.

In parte anche loro berlinesi (il cantante e chitarrista Simone Bettin vive qui), è toccato ai pisani Campos aprire la serata. Nonostante un settaggio dei volumi ingeneroso (perlomeno durante i primi brani), comprendere la natura della proposta dei Campos è stato molto semplice: indie-folk alla alt-J in salsa berlinese, meno armonizzazioni bucoliche e più groove techno-oriented. Un po’ debolucce nelle parti cantate più prolisse e inutilmente divise fra italiano, inglese e tedesco, le canzoni del trio si facevano più interessanti proprio nei momenti in cui l’elettronica di Davide Barbafiera (addetto a programmi, drum machine e sintetizzatori) prendeva il controllo. Piacevole, ma mai davvero incisiva, la performance ha chiarificato e giustificato lo scarso successo dell’esordio della band (“Viva” del 2017).

Dopo l’inizio un po’ così così con i Campos, le aspettative per il live de La rappresentante di lista erano piuttosto alte. La band fondata nel 2011 dalla cantante Veronica Lucchesi e dal chitarrista Dario Mangiaracina ha svelato molto presto, tempo un brano, quello che sarebbe stato il leit-motiv dell’esibizione: una prova generale dei brani di “Go Go Diva” (loro terzo lavoro, in uscita questo mese proprio per Woodworm). Abbiamo dunque ascoltato il nuovo, interessante singolo “Questo corpo” (che sta facendo decisamente parlare di se grazie a un video molto arty) e gran parte della tracklist che costituirà il disco. La prova della band di stanza tra Milano e Palermo è stata perennemente in bilico. In bilico tra un suono molto corposo e preciso, che mescola arrangiamenti da cantautorato a elettronica e percussioni robuste, e momenti inutilmente saturi di strumenti (percussioni e fiati che si accavallano senza ragione). In bilico sono anche i loro testi, ora pungenti, ficcanti ora un po’ sciocchi. Così come Veronica, eternamente indecisa tra la potenza e il controllo di Florence Welch e le insicurezze da concorrentina di Sanremo Giovani (con tanto di dichiarazioni tra un brano e l’altro su quanto fosse emozionata e sull’amore, che quando esplode fa danni come una bomba).

A Motta, anzi alla band di Motta aspettando l’arrivo di Motta sul palco, sono bastati tre o quattro minuti di intro per annichilire qualsiasi cosa udita fino a quel momento e settare la serata su tutt’altro livello. Era l’ipnotico e cupo mantra per elettronica e basso pulsante di “Ed è quasi come essere felice” (potentissimo singolo dall’ultimo “Vivere o morire”), che il cantautore avrebbe fatto deflagrare una volta sul palcoscenico inondato di fumi e luci rosse. Tra queste tinte infernali e sfocate, Motta ha dato allo show un imprinting viscerale, a tratti animalesco. Muovendosi nervosamente, incitando la folla e la sua band, afferrando le camicie dei suoi compagni, strattonandoli con violenza.
C’è stato però spazio anche per Motta il gentile, l’innamorato. Il melanconico cantore di quella “La fine dei vent’anni”, che due anni fa descrisse alla perfezione un trapasso delicato quanto, e forse addirittura un po’ di più, dell’adolescenza; perché privo delle giustificazioni congenite di quest’ultima. Altrettanto soave e spassionata è stata anche l’esecuzione di “Sei bella davvero”, cantata con gli occhi rivolti verso la sempre presente fidanzata.

La palma per il brano più suggestivo, viene da dire aromatico, spetta però a “Del tempo che passa la felicità”, splendidamente adornato anche dal vivo da percussioni mediterranee con “Crêuza de mä” come stella polare. Non c’è che dire: anche live, i brani di quello straordinario esordio che fu “La fine dei vent’anni” hanno una marcia un più, ma le varie “Quello che siamo diventati ” o “Vivere o morire” sono filate comunque via che è stato un piacere.  O anche “La nostra ultima canzone”, presentata come closing song per poi smentirsi un minuto dopo – che simpatico! E meno male, perché ci saremmo persi una versione di “Roma stasera”, con la guest appearance di un ferino Andrea Appino alla chitarra, letteralmente contundente.

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