7-9/06/2018

Nos Primavera Sound 2018

Parque da Cidade, Porto


di Silvia Piepoli
Nos Primavera Sound 2018

Una line-up eterogenea, capace di soddisfare i gusti e le sensibilità più disparate, una bellissima città affacciata sul mare, un’organizzazione perfetta: è questa la formula che ha permesso al Primavera di Barcellona di imporsi come uno degli appuntamenti musicali più importanti e amati d’Europa, e che il NOS Primavera Sound, giunto quest'anno alla settima edizione, cerca di riprodurre a Porto.
Su proposta del mio fidanzato, esasperato alla prospettiva di andare a Barcellona per l’ennesima volta, quest’anno ho voluto provare lo spin-off portoghese del Primavera, in modo da visitare una nuova città senza rinunciare del tutto al mio festival preferito.  E Porto vale decisamente una visita: il centro storico è compatto, perfetto per essere visitato durante i tre giorni del festival, passeggiando tra i vicoli e i palazzi rivestiti di azulejos e sul lungofiume, all’ombra delle case colorate del quartiere Ribeira.
La location del festival è, se possibile, ancora più suggestiva e funzionale del Parc del Forum di Barcellona: i palchi del NOS Primavera Sound sono immersi nel bellissimo Parque Da Cidade, una grande area verde affacciata sull’Atlantico. Fatta eccezione per il palco Seat, che sorge su una spianata di cemento, gli altri tre palchi si trovano ai piedi di altrettante collinette erbose che garantiscono, con la loro pendenza naturale, una buona visibilità anche a distanza.
L’organizzazione si è confermata precisa ed efficiente, superando le aspettative: l’area è attrezzata con ogni tipo di comfort e servizi: cibo a prezzi ragionevoli, atm, rivendite di biglietti dell’autobus, punti d’informazione, aree giochi destinate ai bambini con tanto di animatori. Le navette notturne che dal Parque da Cidade portano in centro sono frequenti e puntuali. Gli standard di pulizia difficilmente trovano paragoni altrove: non è esagerato dire che è raro trovare una carta o un bicchiere di plastica per terra.
Ma veniamo alla musica: ecco quello che abbiamo visto e ascoltato durante questa densissima tre giorni.

Giovedì 7 giugno

Purtroppo, questa edizione del NOS Primavera Sound è stata funestata, sin dall’inizio, da condizioni meteorologiche decisamente poco benevole, e il cielo plumbeo e minaccioso del giovedì, insieme alle sferzate di vento gelido provenienti dall’oceano, hanno in parte mortificato la bellezza della location. Comunque, giunti di fronte all’ormai iconico logo del Primavera che ondeggia sopra i tornelli, è difficile non sentirsi a casa ed essere travolti dall'entusiasmo.
Notiamo subito che il pubblico di Porto è meno internazionale e mediamente molto più giovane rispetto a quello di Barcellona; ed è proprio un pubblico di giovanissimi quello che si raduna di fronte a Katie Crutchfield, in arte Waxahatchee, che si esibisce sul NOS, il palco principale. La performance della cantautrice americana è piacevole ma piuttosto impalpabile e la sua proposta deliberatamente inattuale non può che ricevere un riscontro tiepido da parte di una platea di adolescenti annoiati, abituati a linguaggi più contemporanei e accorsi probabilmente per ascoltare Lorde, l’headliner della prima giornata. E' possibile che su un palco più piccolo, in un contesto più raccolto, avrebbe reso meglio.

Ci spostiamo al palco Seat, dall'altro lato del Parque, per ascoltare i Twilight Sad. Come Waxahatchee, sembrano usciti direttamente dagli anni 90 insieme alla tuta Adidas sfoggiata dal frontman James Graham. Anche le atmosfere cupe e malinconiche dei brani appaiono fuori contesto in mezzo alle ghirlande di fiori e agli altri variopinti gadget distribuiti dagli organizzatori del festival. Comunque, a dispetto di queste premesse, gli scozzesi forniscono una prova convincente, riscuotendo una buona accoglienza da parte di un pubblico che, con ogni probabilità, li sta ascoltando per la prima volta proprio in questa occasione. Sembra accorgersene lo stesso Graham, visibilmente commosso alla fine del set.

Rimaniamo sotto al palco Seat per assistere allo show di Father John Misty, uno che piace ma soprattutto si piace tantissimo. Parla di sé in terza persona (fra i brani proposti in scaletta c’è “Mr. Tillman”, il primo singolo estratto da “God’s Favorite Customer” uscito qualche giorno fa) e si presenta sul palco con un ensemble di nove musicisti che, muniti di barba e occhiali da sole d'ordinanza, sembrano altrettanti cloni: basterebbe questo a dare un'idea dell’ego incontenibile del personaggio. In alcuni momenti il suono non è perfetto, i fiati si perdono in un accumulo un po’ confuso e, in generale, le canzoni arrangiate in modo più scarno hanno una resa nettamente migliore. Si tratta, comunque, di pecche trascurabili in una performance decisamente riuscita, teatrale ma non stucchevole, che conferma l'opinione che avevamo di Father John Misty: non avrà reinventato la ruota, ma interpreta la tradizione in cui si iscrive, quella del folk cantautorale americano, con disincanto, intelligenza e una bellissima voce.

La prospettiva di gettarci nella calca per ascoltare Lorde al palco NOS ci attira poco, quindi decidiamo di concederci una pausa per mangiare e rifocillarci. Mentre ci dirigiamo verso gli stand gastronomici – ce ne sono a decine, disseminati per tutta l’area del festival - notiamo che in tanti si stanno piazzando con grande anticipo sotto il palco Seat in attesa di Tyler The Creator, uno dei nomi di punta di questa edizione del NOS Primavera.
Una delle ragioni per cui il 2018 è considerato un anno di transizione nella storia del festival è proprio la presenza di artisti e performer rap e R'n'B in slot e palchi tradizionalmente riservati a headliner provenienti da altri generi. Tuttavia, anche i più scettici verso questo tentativo di svecchiare il brand "Primavera", come la sottoscritta, non possono non ammettere che il rapper losangelino ha meritato il suo posto tra i nomi grossi, tenendo in pugno con una maestria da performer consumato, e al tempo stesso con estrema naturalezza, una foltissima folla di ventenni che pendeva dalle sue labbra e conosceva a menadito non solo i ritornelli, ma anche le chilometriche strofe di tutti i brani eseguiti, compresi quelli più datati (“IFHY” e “Tamale” su tutti). Dal vivo, Tyler è molto più istrionico ed espansivo di quanto ci si aspetterebbe ascoltandolo su disco: interagisce coi fan, dirige cori e battiti di mani, crea una sintonia perfetta che si infrange solo sul finale, quando saluta il pubblico portoghese con un improvvido “gracias” e viene comprensibilmente sommerso dai fischi.

Venerdì 8 giugno

Il venerdì sembra sorgere sotto auspici favorevoli: c’è il sole, e non è prevista pioggia nemmeno per il giorno successivo. Inauguriamo la giornata testando per la prima volta il palco Pitchfork che, ricavato in una radura circondata da alberi altissimi, è nettamente il più bello tra i quattro. Si sta esibendo Yellow Days, moniker del giovanissimo cantautore inglese George van den Broek, che propone un indie-pop solcato da venature soul e jazz, a metà strada tra Mac DeMarco e King Krule. Van den Broek affronta la performance con la spigliatezza e la sfacciataggine dell’esordiente semisconosciuto che non sente il peso di grandi aspettative, e tutto sembra essere al posto giusto durante il suo set: il cielo finalmente limpido, il prato inondato dal sole di giugno, l’atmosfera rilassata, il pubblico incuriosito e ben disposto. Riesce a tenerci incollati fino alla fine del concerto, facendo naufragare il nostro proposito di andar via dopo qualche canzone per ascoltare i Breeders di Kim Deal. Purtroppo, i venti minuti che abbiamo ascoltato ci hanno dato l'impressione di un set privo di mordente e pervaso di nostalgia; la presenza tra il pubblico di tanti ex-ragazzi degli anni 80 con prole e passeggini al seguito non ha fatto che acuire questa sensazione.

Il tempo di mangiare qualcosa al volo e siamo di ritorno al palco Pitchfork per il live delle Ibeyi. Sono brave, magnetiche e affascinanti, riescono a riempire il palco pur essendo solo in due e le armonizzazioni sono perfette. Unica pecca, l’insistenza aggressiva e pressante con cui le gemelle Diaz hanno sollecitato, per non dire estorto, la partecipazione di un pubblico evidentemente non abbastanza coinvolto per i loro gusti, costretto a intonare il ritornello di “Deathless” decine di volte prima che Lisa e Naomi si dichiarassero soddisfatte.

Nel frattempo, sul palco Super Bock, è iniziato il live degli Shellac, una presenza fissa nel cartellone del Primavera, un nome che probabilmente dovrebbe figurare nell’elenco dei partner piuttosto che nella line-up; del resto, Steve Albini ha prodotto i dischi di tutto il pantheon del primaverista medio, dai Godspeed You! Black Emperor ai Mogwai, da PJ Harvey a Ty Segall, ed è naturale considerarlo una sorta di “padrino” del festival.

Puntuale, alle dieci e un quarto, sale sul Palco NOS Vince Staples, che due anni fa si è esibito in uno dei palchi minori del Primavera di Barcellona e adesso, dopo l’acclamato “Big Fish”, può reclamare il ruolo di headliner. La sua performance è meno esplosiva di quella di Tyler, the Creator, ma l’entusiasmo della sterminata platea di ventenni che si dimenano sotto il palco è palpabile e dirompente. La cifra dominante e pressoché esclusiva del suo spettacolo è quella dell'intrattenimento: un peccato per uno che sa scrivere con una verve così effervescente e un'intelligenza così affilata.

A questo punto ci troviamo di fronte alla prima sovrapposizione che ci mette seriamente in difficoltà: Thundercat o Fever Ray? La nostra scelta cade su quest’ultima e non possiamo fare a meno di sorprenderci quando, arrivati di fronte al palco Seat con venti minuti di anticipo, troviamo solo qualche sparuto capannello ad attendere l’artista svedese. Ad ogni modo, Fever Ray si presenta sul palco a mezzanotte in punto, affiancata da una band tutta al femminile e da due coriste fasciate in costumi sgargianti. Difficile dire con certezza quali personaggi stiano interpretando. Delle specie di eroine queer venute a liberarci dalle catene del patriarcato? Sembrano suggerirlo lo spettacolo e la scaletta, dominati dai pezzi di “Plunge” e dai temi affrontati nel disco: la femminilità, la sessualità, le identità di genere, il corpo. Di fronte a un pubblico man mano più nutrito e agli addetti alla sicurezza sempre più sconcertati, Fever Ray e le sue coriste danno vita a uno show provocatorio e contemporaneo, in cui i ritmi ossessivi di “Plunge” sono esasperati e resi ancora più forsennati con l’innesto di ulteriori percussioni. Il momento più emozionante del concerto arriva verso la fine, con una “If I Had A Heart” da brividi, per quanto non in linea e un po’ fuori contesto rispetto al resto del set.

Concludiamo la nostra giornata con gli Unknown Mortal Orchestra, che preferiamo decisamente ad A$AP Rocky, seguendo il concerto sdraiati sulla collinetta prospiciente il palco Pitchfork. Nonostante stiano promuovendo in questi giorni “Sex &Food”, uscito appena due mesi fa, i neozelandesi scelgono di scaldare la platea con dei classici del loro repertorio (“Ffunny Ffrends”, “Necessary Evil”), e iniziano a proporre i nuovi brani solo a metà scaletta. Complessivamente, un concerto piacevole, nonostante un Ruban Nielson più svogliato del solito, se dobbiamo prestar fede ai resoconti mirabolanti delle sue recenti performance a Barcellona e Roma.

Sabato 9 giugno

La mattina del 9 giugno, il giorno di Nick Cave, ci svegliamo sotto un cielo livido che non promette niente di buono: le previsioni del giorno prima sono clamorosamente sbagliate, e nel primo pomeriggio inizia a piovere. Non ci scoraggiamo e saliamo comunque sull’autobus che ci porta a Parque da Cidade dove, efficiente come sempre, l’organizzazione del Primavera sta già distribuendo mantelline impermeabili e ombrelli brandizzati.

Il nostro proposito iniziale era assistere a un set a scelta fra Vagabon e Kelela, reduci da due fra i debutti più acclamati degli ultimi mesi, per poi cercare di piazzarsi a una distanza decente per ascoltare Nick Cave e i Bad Seeds. Passando di fronte a un palco NOS ancora deserto, però, non abbiamo resistito alla tentazione di goderci lo spettacolo dalla prima fila e quindi, guadagnati due ottimi posti in transenna, abbiamo cominciato ad aspettare Nick Cave con tre ore di anticipo, sotto la pioggia battente. In tanti seguono il nostro esempio, e quando, circa un’ora dopo, salgono sul palco i Metà Metà, di fronte al palco c’è già una discreta folla. Nonostante qualche imbarazzo iniziale, dovuto alla poca dimestichezza con palchi e pubblici di quelle dimensioni, il set del trio paulista combina efficacemente rock, jazz e sonorità afro-brasiliane e non manca di ricevere un apprezzamento caloroso e sincero (almeno così ci è sembrato).

Dieci minuti prima dell’orario previsto, reclamati a gran voce da una folla sempre più esasperata dalla pioggia, i Bad Seeds fanno il loro ingresso in scena, seguiti dalla figura agile ed elegante di Cave che, senza perdersi in preamboli, attacca subito con “Jesus Alone” e “Magneto”. Solo un altro brano, la struggente “Girl In Amber”, proviene da “Skeleton Tree”; il resto della scaletta è un grandioso greatest hits: “From Her To Eternity”, “Tupelo”, “Red Right Hand”, “Jubilee Street” e una strepitosa “Loverman”, reintrodotta in scaletta al Primavera di Barcellona dopo un'assenza di quasi vent'anni dai palchi. Cave, forte di un carisma sciamanico che né i lutti né gli anni che passano riescono a scalfire, ricerca spasmodicamente il contatto con il pubblico e si comporta come se stesse officiando un rituale: tocca, benedice, istruisce e dirige, in un andirivieni frenetico sulle pedane montate appositamente per lui a ridosso delle transenne. E che dire dei Bad Seeds? Valeva la pena aspettare qualche ora anche solo per godersi da vicino lo spettacolo di Warren Ellis e del suo violino.
Dopo un’ora mezza, ben più dei 40 minuti indicati sulla timetable, Cave conclude lo show invitando alcuni fortunati fan a salire sul palco e a intonare le note di “Push The Sky Away”, abbattendo definitivamente la barriera tra performer e pubblico e creando un momento di rara intensità.

Facciamo appena in tempo a riprenderci, perché cinque minuti dopo siamo già dall’altra parte del Parque, sotto il palco Seat, per ascoltare i War on Drugs, che si esibiscono sotto una pioggia ormai scrosciante. Sarà l’umidità che è entrata nelle ossa, sarà la stanchezza accumulata in questi tre giorni, sarà che l’inevitabile confronto coi Bad Seeds, ascoltati qualche minuto prima, annienterebbe chiunque, ma Adam Granduciel e soci non ci hanno impressionato: il mood malinconico e sognante dei pezzi dei War On Drugs sarebbe perfetto per questa serata conclusiva, ma il set risulta, nel complesso, monocorde e privo di grandi slanci.

Torniamo al NOS per assistere al concerto dei Mogwai, già protagonisti di un evento unexpected al Primavera 2017, quando presentarono in anteprima “Every Country’s Son”, suscitando reazioni non propriamente entusiastiche. Oggi è tutta un’altra storia: l’ottima partenza, affidata al classico “Mogwai Fear Satan”, fa da apripista a un concerto incentrato sull’ultimo disco, che a questo punto bisognerà riascoltare con attenzione. Le atmosfere oniriche e dilatate alternate a esplosioni noise sapientemente controllate e i visual psichedelici sono resi ancora più suggestivi dalla pioggia che continua a cadere nella notte portoghese e che purtroppo fa sì che alla fine del concerto siamo bagnati fradici. Con rammarico decidiamo di rinunciare alla performance di Arca al Pitchfork.

Nonostante il maltempo, comunque, il bilancio del nostro NOS Primavera Sound non può che essere positivo: l’impeccabile gestione dei servizi, l’eccellente rapporto qualità prezzo e la splendida location sono semplicemente imbattibili e lo rendono uno dei festival più appetibili a livello europeo. A confermarlo sono anche i numeri di questa edizione, che ha fatto registrare 70.000 presenze e proietta anche la versione portoghese del Primavera in un trend di costante crescita.
L'unica nota a margine che ci sentiamo di fare riguarda il pubblico, fortemente polarizzato da un punto di vista generazionale: sarebbe bello che in futuro gli adolescenti di Tyler e Vince Staples e gli over 30 di Nick Cave potessero mescolarsi e contaminarsi a vicenda.

Setlist
Tyler, The Creator

Where This Flower Blooms
Ziploc
Deathcamp
Boredom
OKRA
Biking
911/Mr Lonely
IFHY
Tamale
Garden Shed
Who Dat Boy
November
Glitter
I Ain't Got Time
Sometimes...
See You Again

Father
John Misty

Nancy From Now On
Chateau Lobby # 4
Total Entertainment Forever
Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All
Mr. Tillman
Please Don’t Die
Hangout At The Gallows
Pure Comedy
Holy Shit
Hollywood Forever Cemetery Sings
I Love You, Honeybear
The Ideal Husband


Fever Ray

An Itch
When I Grow Up
This Country
Falling
Mustn't Hurry
Wanna Sip
To The Moon And Back
Triangle Walks
IDK About You
Red Trails
If I Had A Heart
Mama's Hand

Unknown Mortal Orchestra

Ffunny Frends
From the Sun
Necessary Evil
Ministry Of Alienation
So Good At Being In Trouble
Major League Chemicals
American Guilt
Multi-Love
Hunnybee
Everyone Acts Crazy Nowadays
Can't Keep Checking My Phone

Nick Cave and the Bad Seeds

Jesus Alone
Magneto
Do you Love me?
From Her To Eternity
Loverman
Red Right Hand
Into My Arms
Girl in Amber
Tupelo
Jubilee Street
The Weeping Song
Stagger Lee
Push The Sky Away

The War On Drugs

Burning
Pain
An Ocean In Between The Waves
Strangest Thing
Nothing To Find
Knocked Down
Red Eyes
Under The Pressure

Mogwai

Mogwai Fear Satan
Crossing The Road Material
Rano Pano
Party In The Dark
I'm Jim Morrison I'm Dead
2 Rights Make 1 Wrong
Don't Believe The Fife
Old Poisons
Autorock
Remurdered
We're No Here
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