28/05 - 03/06/2018

Primavera Sound Festival 2018

Parc del Forum, Barcellona


di Claudio Lancia
Primavera Sound Festival 2018

Anche quest’anno una delle più grandi abbuffate europee di musica dal vivo si consuma in quel di Barcellona, sul lungomare appena più a nord della Barceloneta, nel Parc del Forum, per la diciottesima volta. Il Primavera Sound è ormai riconosciuto come un’istituzione, che ha contribuito a rivoluzionare e innovare il concetto di Festival, rinvigorendo la propria formula anno dopo anno, attraverso il continuo innesto di novità. Una delle più rilevanti per l’edizione 2018 è stata la collocazione open air dell'“Heineken Hidden Stage”, palco a ingresso limitato destinato a ospitare i così detti unexpected show, quelli comunicati all’ultimo minuto, quest’anno in verità annunciati qualche giorno prima della rassegna. L’unico vero unexpected l’ha regalato senza alcun preannuncio il recordman del Festival, Steve Albini, che ha atteso il pubblico nella giornata di sabato al di qua dei cancelli d’ingresso con un palco improvvisato assieme ai suoi Shellac, che già si erano esibiti in maniera “regolare” il giorno precedente.
Ma procediamo con ordine, dando una consequenzialità alla settimana del Festival, sì, perché il Primavera apre i battenti al lunedì, e prosegue sino a tutta la domenica, non solo all'interno del Forum ma anche in varie location disseminate per la città. La Sala Apolo, ad esempio, ha ospitato - fra gli altri - come gustose anticipazioni The Men lunedì 28 maggio e The Sea And Cake il giorno successivo, così, tanto per presentarsi, ma è chiaramente dal mercoledì che le cose iniziano a farsi serie…

Mercoledì 30 maggio

Per tutti è il giorno degli Spiritualized. Il mercoledì gli eventi sono a ingresso libero, ma soltanto tremila possessori dell’abono, previo pagamento di un contribuito di 2 euro, possono mettersi in fila a partire dalle ore 15 per acquistare il privilegio di assistere alla performance di Jason Pierce con band, orchestra e coro all’Auditori Rockdelux. Ma chi è disposto a mettersi in fila sotto il sole catalano sarà ripagato da uno show davvero stupefacente, in tutti i sensi. L’esaltazione del crescendo, un continuo saliscendi emozionale, Jason seduto di lato senza che sia concesso di osservare la sua chitarra, suoni e visual psicotropi che imporranno il set come uno dei migliori dell’intero Festival.
Ma la giornata vive anche delle buone prestazioni dei giovanissimi californiani Starcrawler, pose da star e glam-rock come se piovesse, con l’unica penalizzazione del microfono troppo basso per la magrissima cantante Arrow De Wilde, aggiustato soltanto sul finale dai troppo rilassati signori al mixer. Pochi minuti dopo il quartetto sarà presente al completo, con grandi sorrisoni stampati sui volti, per il primo firmacopie del Festival, in uno degli stand all’ingresso del Parc: le strette di mano con il chitarrista Henri Cash sono d’obbligo.

Dopo di loro sbirciamo per curiosità la popstar cilena Javiera Mena, classe 1983, quattro album all’attivo e una discreta notorietà in Sud America, poi di corsa verso l’Auditori, ma chi è rimasto senza ticket per gli Spiritualized potrà rifarsi con i Wolf Parade. Per tutti l’atto conclusivo della giornata, che terminerà in tempo per raggiungere l’ultima corsa della metropolitana, è affidato ai Belle And Sebastian, in forma smagliante con il loro pop-folk intimista, oggi ancor più colorato d’un tempo.
Un solo palco aperto al mercoledì, il “Primavera with Apple Music”, che si imporrà come il preferito dal pubblico, sia per l’ottima acustica (di gran lunga migliore anche dei due main stage, quest’anno denominati “Mango” e “Seat”), sia per la possibilità di godersi gli show comodamente seduti sulla collinetta posta di fronte. Quest’anno l’area Primavera Pro, riservata agli addetti ai lavori, è stata spostata proprio accanto alla collinetta, quindi anche da lì è possibile seguire gli eventi rappresentati su questo palco.

Giovedì 31 maggio

Dal giovedì tutto il Forum è aperto e funzionante, si entra davvero nel vivo, il pubblico si moltiplica, gli eventi si sovrappongono drammaticamente, i forum e i gruppi Facebook dedicati sono un continuo rincorrersi di informazioni e impressioni, che colorano ancor di più la già festosa atmosfera del Festival.
Un ponte collega la zona principale con l’area Primavera Bits, dedicata agli avvenimenti legati al mondo electro, e da lì si raggiunge la spiaggia, dove per tre giorni già da mezzogiorno si susseguiranno dj set di sei ore (!!) coordinati da Four Tet (giovedì), Floating Points (sì, sarà proprio lui in persona dietro la console, il venerdì) e Dekmantel (sabato), sorseggiando Aperol Spritz a go-go fra un tuffo in acqua e un attimo di relax sull’asciugamano. In questa zona ci sono il Desperados, vero open club per ballare sotto le stelle, e i nuovi palchi “The Warehouse” e “Radio Primavera Sound By Seat”, che si aggiungono al collaudatissimo “Bacardi Live” destinato a ospitare gli eventi electro di cartello: James Holden, Floating Points (questa volta live), Mount Kimbie, Mike D dei Beastie Boys, Essaie Pas, Panda Bear, Claro Intelecto, Oneohtrix Point Never e Jon Hopkins, giusto per citare i più attesi di questa intensa tre giorni.
La passeggiata ci consente di dare uno sguardo, oltre che ai cocktail, anche alla performance dei Nightcrawler, duo spagnolo che si cimenta in brani strumentali dall’evidente profilo carpenteriano: il sole è ancora alto in Catalunya, ma il pubblico balla e suda, e di conseguenza consuma cibo e alcol, per la gioia dei tanti punti ristoro, numericamente rafforzati in questa edizione.

Sul palco “Ray Ban”, il più bello esteticamente perché guardandolo si può apprezzare il mare alle sue spalle (Glastonbury se lo sogna uno scenario così, con tutto il rispetto), è intanto partito il live di Ezra Furman, che dimostra di meritare tutte le attenzioni che la critica internazionale gli sta dedicando. Un po’ Brian Molko, un po’ un Mika molto più ricercato e impegnato, trova in questo scenario le conferme in grado di lanciarlo in orbita.
Mezz'ora di Sparks, perché le leggende vanno omaggiate, perché la giacca rosa di Russell Mael e i baffetti del fratello Ron fermano il tempo e sono impossibili da non notare, poi via a scoprire i due palchi principali, dove si esibiscono prima le Warpaint, un po’ timidine per uno spazio di tali dimensioni, poi i War On Drugs, che confermano una statura da primi della classe, con la loro “Americana” colorita da assoli (occhio alla gigantesca pedaliera che circonda Adam Granduciel) e da lunghi testi scritti con in testa il miglior Dylan.
Ma la voglia di tornare sul prato di fronte il “Primavera with Apple” è troppo grande, quindi i versatili Unknown Mortal Orchestra (sempre più pop e sempre meno psichedelici, nonostante qualche divagazione che vede Ruban Nielson andarsene in giro fra il pubblico, chitarra a tracolla, esibendosi in divertenti assoli di svariati minuti) ci attirano più dell’egregia Anna Von Hausswolff, una cappuccetto rosso orrorifica che dietro il synth emula le atmosfere architettate con l’organo nell'apprezzatissimo “Dead Magic”.

Le sovrapposizioni sono tante: chi non vorrebbe dare un’occhiata a Vince Staples, James Holden, o l’attesa Fever Ray? Ma sui main stage ci sono due eventi troppo grossi, due headliner di quelli veri. Un’iper-floreale Bjork rinnova il sogno di un'utopistica pacifica convivenza fra natura e tecnologia, conducendo un set rigoglioso mascherandosi dentro un vestito da orchidea. Show coloratissimo ma un tantino distaccato. Lo sciamano Nick Cave nei suoi novanta minuti dà invece una grandissima dimostrazione di forza, ciostruendo il set più iconico del Festival. Un artista che riesce a tenere in pugno tanto un auditorium con qualche centinaia di persone, quanto un’arena di grandi dimensioni. E poi c’è Warren Ellis che è uno spettacolo nello spettacolo, e il batterista che a metà concerto decide di indossare un improbabile cappotto. Sul finale a molti fan delle prime file viene concesso di salire sul palco, e allora via con i selfie per immortalare il momento e mandarlo agli amici in tempo reale. La scaletta di Nick Cave riserva brani inattesi, come una “Come Into My Sleep” che non veniva eseguita live dal 2005 e una “Loverman” che aveva visto per l’ultima volta il palco nel 1999. Pur con atmosfere diverse, Nick Cave è il personaggio che più di ogni altro oggi si avvicina a Springsteen, sia per il modo di concedersi al pubblico, sia per come lo lascia entrare all’interno del proprio show. Ormai una leggenda assoluta.

Venerdì 1° giugno

E’ dura riuscire a essere sotto i palchi già alle ore 17, e chi suona a quell’ora è inevitabilmente svantaggiato: saranno in pochi quindi a vedere non solo Waxahatchee e il nostro Cesare Basile, ma persino il Josh T. Pearson che si esibisce in un bel set full band sull’"Hidden Stage". Va meglio alle Breeders, piazzate nell’arena principale a rinverdire i fasti di un tempo, rispolverando – accanto ai pezzi nuovi – i classici “Cannonball” e “Gigantic”, ripresa dal repertorio dei Pixies. I lacrimoni e la possibilità di ammirare all’opera le sorelline Deal lasciano passare inosservati ai più (il pubblico non è ancora troppo numeroso alle 19.10) Steve Albini, Ty Segall (immortalati assieme nella foto di una fan, uno scatto fra i migliori che abbiamo visto circolare sui social) e persino Beach House. Come dire che il Festival è sì cresciuto tanto, ma molti musicisti continuano a sentire l’esigenza di respirarlo anche dall’altro lato del palco, in una situazione di totale condivisione con il pubblico che non è andata ancora smarrita.

E’ ancora giorno quando dall’altro lato dell’arena principale entra in scena Father John Misty, protagonista di un set movimentato, rafforzato dalla presenza di una piccola orchestra. Quella dell’ex-Fleet Foxes rappresenta la più grande consacrazione di questa edizione del Festival: è piaciuto a tutti, e si lancia in orbita proprio in contemporanea con la pubblicazione del suo nuovo album “God’s Favorite Customer”.
Il set è così coinvolgente che nessuno viene distratto dall’attesa per il concerto dei National, che seguirà alle 21,30, gli headliner della giornata. Ma il gruppo di Matt Berninger questa volta supera la prova col fiato corto, causa un set poco adatto a uno spazio tanto grande. La band appare come trattenuta, Berninger si attacca al bicchiere e lascia esplodere la propria rabbia soltanto in pochi brevi frangenti (“Graceless”, il finale di “Terrible Love”) riempendo la setlist di troppi brani atmosferici. L’esatto contrario di quanto fatto da Misty, che invece ha puntato tutto sui motivi più tirati. Anche in “Mr. November” Berninger – che di solito sulle note di questo pezzo si getta sul pubblico - appare come frenato, ferma restando la grande coesione di suono che il gruppo sprigiona. Sono una garanzia, i National, ma con un’esibizione di questo tipo è difficile conquistare nuovi fan. Assistere al concerto dei National significa sacrificare nomi come Mogwai, Shellac, Ibeyi e Thundercat (visto un pezzettino di sfuggita, un grandissimo!), ma soprattutto sacrificare almeno un pezzettino dei Ride, protagonisti nell’Hidden ad accesso limitato, quindi occorre fare quei 15 minuti di fila (nonostante l’area sia piena solo fino a metà) che mandano in fumo quasi tutto lo show. Scelte drammatiche, dicevamo.

Prima di ripartire meglio riposarsi un po’ sul prato per ascoltare l’elegante set di Charlotte Gainsbourg, incapsulata fra bulbi al neon bianco, protagonista anche di una conferenza stampa pomeridiana condivisa con la mamma Jane Birkin (anche lei su uno dei palchi del Festival) e spostarsi sul magico Ray Ban per la grande delusione di quest’anno: i Cigarettes After Sex. Pessimi suoni, il loro essere romanticamente notturni questa volta li fa percepire più monocordi del solito, suonano per scelta estetica a volumi bassi (li avevamo già visti a Roma), ma in uno spazio aperto l’atmosfera in chiaroscuro che vorrebbero creare non si alimenta. No, non hanno funzionato.
Tuttoil contrario degli Idles, devastanti, dal vivo quanto e più che su disco. Mezz'oretta intensissima, ma poi dobbiamo mollare perché (mentre c’è Tyler The Creator sul main stage, ma il dono dell’ubiquità non l’hanno ancora inventato…) come si può perdere Ty Segall? Ecco. Ty Segall. La palma per il miglior set del venerdì tocca a lui. Bei suoni, belle chitarre, grandissima energia, si può andar via appagati, e pazienza per coloro che criticheranno il dj set di Arca, rifacendosi (dalle 4 alle 5,30) con quello di Black Madonna. E poco importa se i Migos hanno dato forfait all’ultimo momento: dicono di aver perso l’aereo. Strano, no?

Sabato 2 giugno

Si vive di contrasti al Primavera Sound, di generi musicali che si incrociano, di generazioni che convivono con naturalezza, di momenti che per tanti resteranno indimenticabili, di amici che si (re)incontrano, con i quali condividere un drink o un concerto intero, di rinunce e madornali rimorsi per quello che non si è visto o non si è potuto vedere, e si torna a casa felici ma frastornati, con un po’ di malinconia perché il tempo è volato troppo in fretta, e di rabbia perché chiunque avrebbe desiderato vedere ancora di più, e ancora meglio.
Tutto questo vale soprattutto per la giornata del sabato, da sempre il momento più difficile, perché l’area è satura di persone, perché ci sono set molto importanti, fra i big ma anche fra i meno noti, perché non va dimenticato che la grande forza del Primavera è nella bontà e nell’eterogeneità delle “seconde linee”, dei nomi scritti sotto quelli più grossi.

Arrivi per vedere Car Seat Headrest ma lungo il cammino senti Peter Perrett e allora ditemi come fai a non fermarti. Vuoi sentire un paio di canzoni e finisci per guardare tutto il concerto. Perché quello di Peter è un ritorno importante e le canzoni sono davvero efficaci. Vorresti fare un salto da Jane Birkin, per la sua portata iconica, ma come puoi perdere il ritorno dei Lift To Experience, un culto miracolosamente resuscitato? Vorresti toglierti lo sfizio di applaudire Ariel Pink, ma se hai avuto vent’anni negli anni 90 come puoi rinunciare a Tanya Donelly e ai suoi Belly, che poi magari non ti ricapiterà più di vederli per tutta la vita? I Belly, set fresco, energico alt-pop conservato in maniera perfettamente integra, il disco nuovo è molto carino e i classici non sono invecchiati male. Bravi. Molto bravi.
Ma alle 21,30 non c’è alternativa che tenga, perché ci sono gli Slowdive che suonano sul palco che sta funzionando meglio, e se i loro suoni funzionano, non ce n’è per nessuno. Gli Slowdive per molti stasera rappresentano il concerto della vita, e dimostrano di essere fra i più bravi nella diffusione di quel germe infetto ottenuto da un incrocio diabolico fra shoegaze e dream-pop. Brani vecchi e nuovi si fondono magicamente, come fossero stati incisi tutti nello spazio di pochi mesi. Magia pura dalle corde di Neil Halstead e dalla voce di Rachel Goswell. Se siamo qui oggi, e se ricorderemo questa giornata con smisurato affetto, è soprattutto perché ci sono stati loro.

Poi c’è la dura vita di chi deve esibirsi fra gli Slowdive e gli Arctic Monkeys, quindi per i Grizzly Bear catturare l’attenzione diventa impresa difficilissima, e infatti soccomberanno sotto il peso di tale compito, anche perché giunge notizia che l’arena principale sia già stracolma e in molti abbandonano i Grizzly ben prima della fine del set per lanciarsi verso gli attesissimi Arctic Monkeys, che saranno protagonisti del set più lungo del festival: gli unici a suonare un’ora e quaranta. Arctic Monkeys: la nota dolente di questa edizione. Le prime date del tour li danno in forma smagliante, tutto il pubblico è sotto il “Mango”, nessuno in giro per il Forum, neanche fosse in corso una finale dei Mondiali di calcio. I fan di Oblivians, Oneohtrix Point Never e Dead Cross ringraziano perché sono in quattro gatti sotto i rispettivi palchi e stanno seguendo i propri beniamini con tutti i comfort di visibilità possibili. Sotto il “Mango” grande attesa. Un disco di Mina (“L’importante è finire”, eseguita dagli Arctic nella prima delle due serate romane di pochi giorni prima) introduce la band, ma quando parte “Four Out Of Five” arriva la tragica sorpresa. I volumi sono bassissimi, ma bassi davvero, così bassi che anche stando sotto le casse si può parlare beatamente con il vicino, anche nei momenti più sonici. La botta non arriva, anzi, tutti gli strumenti sono completamente coperti dal vociare del pubblico, che come al solito per gran parte chiacchiera, fregandosene di chi sta lì per ascoltare la musica. Si cerca di andare avanti sperando in un miglioramento della situazione, ma dopo mezz'ora, schiacciati fra svariate decine di migliaia di persone, in molti iniziano a defluire e a dirigersi verso gli altri palchi. Un fallimento totale. I veri headliner del festival escono davvero ridimensionati, anche se per colpe probabilmente non loro (a ripensarci, anche i National la sera prima sullo stesso palco uscirono a volumi piuttosto bassi). Ascoltare una “Brianstorm” o una “I Bet You Look Good On The Dancefloor” a volumi tanto ridotti non ha davvero senso: meglio andar via.

I Deerhunter ringraziano, la loro platea si ingrandisce col passare dei minuti, anche se si renderanno protagonisti di un set non proprio memorabile, un tantino “vuoto”. Anche Jon Hopkins ringrazia, e lui difficilmente sbaglia un colpo. Poi, ad Arctic conclusi, tutti a estasiarsi con la musica dei Beach House, quella musica fatta di sabbia ed emozioni, perfetta da ascoltare sotto questo cielo stellato di inizio giugno, riprodotto anche alle spalle della formazione americana. Se la felicità esiste, per qualsiasi appassionato di musica in questo momento è qui, a concludere virtualmente una rassegna che si è dimostrata qualitativamente di alto livello, a dispetto delle tante critiche mosse all’indomani dell’annuncio della line-up. Alla fine le presenze dichiarate dagli organizzatori saranno oltre 210.000, a conferma di un progetto che si conferma seguitissimo.
Il Primavera è una garanzia, sempre, e lo dimostra anno dopo anno: non è un caso che in molti acquistino voli, hotel e biglietti alla cieca, molto prima dell’annuncio del cartellone. A proposito, gli early bird per l’edizione 2019 saranno in vendita per sole 48 ore già il mercoledì successivo alla chiusura del Festival! Che non è ancora terminato, perché ci sono ancora i Public Service Broadcasting e gli ultimi dj set (compreso quello del “nostro” Carlo Pastore) che condurranno il pubblico fino alle prime luci del giorno, quando dj Coco, sul palco del Ray Ban, con l’alba alle spalle, imprime il sigillo finale, rinnovando l’appuntamento all’anno successivo. Resta il tempo per un ultimo selfie all’uscita, davanti ai cancelli, davanti a quella scritta che ondeggia da una settimana con su scritto “Primavera Sound”, immortalando le luci di un nuovo giorno e la voglia di continuare a mettere la musica al centro della propria vita.

Setlist

Nick Cave

Jesus Alone

Do You Love Me?

From Her To Eternity

Loverman

Come Into My Sleep

The Ship Song

The Mercy Seat

Red Right Hand

Girl In Amber

Distant Sky

Jubilee Street

Deanna

Stagger Lee

Push The Sky Away

 

Arctic Monkeys


Four Out Of Five

Brianstorm

I Bet You Look Good On The Dancefloor

Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair

Why’d You Only Call Me When You’re High?

505

One Point Perspective

Do Me A Favour

Cornerstone

One For The Road

Arabella

Tranquility Base Hotel + Casino

She Looks Like Fun

Knee Socks

Pretty Visitors

Crying Lightning

Do I Wanna know?

Batphone

The View From The Afternoon

R U Mine?

 

National


Nobody Else Will Be There

The System Only Dreams In Total Darkness

Don’t Swallow The Cup

Walk It Back

Guilty Party

Bloodbuzz Ohio

I Need My Girl

Day I Die

Carin At The Liquor Store

Graceless

Fake Empire

Rylan

Mr. November

Terrible Love

About Today

 

Spiritualized


If I Were With Her Now

Shine A Light

Born, Never Asked (Laurie Anderson cover)

Electric Mainline

Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space

Stay With Me

Broken Heart

Out Of Sight

Stop Your Crying2

She Kissed Me

Let It Flow

I Think I’m In Love

Soul On Fire

So Long You Pretty Thing

 

Slowdive

Slomo

Catch The Breeze

Crazy For You

Star Roving

Souvlaki Space Station

No Longer Making Time

When The Sun Hits

Alison

Sugar For The Pill

Golden Hair (Syd Barrett cover)

 

Beach House


Black Car

Wild

PPP
Dark Spring

Space Song

Lemon Glow

Lazuli

10 Mile Stereo

Master Of None

Drunk In LA

Elegy To The Void

Myth

Dive

 

Ty Segall


Wave Goodbye

Fanny Dog

Finger

Squealer

Candy Sam

Every 1’s A Winner

Despoiler Of Cadaver

Warm Hands

My Lady’s On Fire

Alta

Caesar

Love Fuzz

 

War On Drugs


In Chains

Pain

An Ocean In Between The Waves

Strangest Thing

Nothing To Find

Knocked Down

Red Eyes

Under The Pressure

Eyes To The Wind

Bjork

Arisen My Senses

The Gate

Utopia

Blissing Me

Isobel

Courtship

Human Behaviour

Tabula Rasa

Pleasure Is All Mine

Wanderlust

Features Creatures

Loss

Sue Me

Notget

Father John Misty

Nancy From Now On

Chateau Lobby # 4

Only Son Of The Ladiesman

Total Entertainment Forever

Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All

Mr. Tillman

Please Don’t Die

Hangout At The Gallows

Pure Comedy

Hollywood Forever Cemetery Sings

I Love You, Honeybear

The Ideal Husband

 

Breeders

New Year

Wait In The Car

All Nerve

No Aloha

Divine Hammer

Glorious

Spacewoman

Drivin’ On 9

Nervous Mary

S.O.S.

Off You

I Jest Wanna get Along

Cannonball

MetaGoth

Gigantic

Do You Love Me Now?

Saints

 

Ezra Furman


I Wanna Destroy Myself

Maraschino – Red Dress $ 8.99 At Goodwill

Haunted Head

I Lost My Innocence

Ordinary Life

Psalm 151

Driving Down To L.A.

Hounds Of Love (Kate Bush cover)

No Place

Peel My Orange Every Morning

Love You So Bad

Suck The Blood From My Wound

 

Warpaint


Intro

Keep It Healty

Bees

Drive

Love Is To Die

Elephants

Billie Holiday

So Good

Undertow

New Song

Disco / Very

 

Anna Von Hauswolff


The Truth, The Glow, The Fall

Ugly And Vengeful

Kallans Ateruppstandelse

The Mysterious Vanishing Of Electra

Come Wander With Me / Deliverance

 

Sparks

What The Hell Is It This Time?

Hasta Manana Monsieur

Propaganda

At Home, At Work, At Play

Tryouts For the Human Race

Missionary Position

Edith Piaf (Said It Better Than Me)

Dick Around

Hippopotamus

When Do I Get To Sing “My Way”

The Number One Song In Heaven

This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us

Suburban Homeboy

Amateur Hour

 

Idles

Heel / Heal

Faith In The City

Mother

Samaritans

1049 Gotho

Divide & Conquer

Danny Nedelko

White Privilege

Lovesong

Exeter

Weel Done

Rottweiler

 

Charlotte Gainsbourg


Lying With You

Ring-a-Ring o’Roses

Heaven Can Wait

Sylvia Says

The Songs That We Sing

Les Crocodiles

Deadly Valentine

Kate

Charlotte For Ever

Rest

Remarkable Day

Les Oxalis

Lemon Incest

Deerhunter


Detournement

Cover Me (Slowly)

Agoraphobia

Revival

Futurism

What Happens To People

Death In Midsummer

Desire Lines

No One’s Sleeping

Helicopter

Take Care

He Would Have Laughed

 

Lift To Experience

Just As Was Told

Fallonf From Cloud 9

With Crippled Wings

Waiting To Hit

The Ground So Soft

These Are The Days

Into The Storm

 

Grizzly Bear


Aquarian

Losing all Sense

Cut-Out

Yet Again

Fine For Now

Ready, Able

Mourning Sound

Sleeping Ute

Two Weeks

While You Wait For The Others

Three Rings

Sun In Your Eyes
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