05/08/2018

Sting & Shaggy

Arena della Regina, Cattolica (Rn)


di Michele Bordi
Sting & Shaggy
Sting e Shaggy, la strana coppia dell’estate chiude il tour europeo a Cattolica, meta familiare al cantautore/popstar inglese. Una serata fatta di conferme e sorprese, sia positive che non.
Sorprese, sì, perché se molti si aspettavano uno show con luci e ombre a causa del temerario sodalizio (i due artisti non sono neanche paragonabili per storia, ambizioni e spessore) in realtà la formula finisce per funzionare tutto sommato bene. Del resto, la familiarità dell’ex-King of pain con il reggae è ormai accademia e “44/976” è un lavoro gradevole, seppur privo di particolari ambizioni, che dal vivo guadagna maggior valore grazie agli ottimi musicisti a corredo del duo.

Quello che invece non ci si augurava non appartiene all’aspetto strettamente musicale ma al suo contesto. Organizzare uno spettacolo pop/rock con posti a sedere si rivela spesso piuttosto difficile nel nostro paese e la riflessione torna prepotente già all’ingresso sul palco delle due star: neanche il tempo di riconoscere gli accordi della strepitosa opener “Englishman In New York” e nella platea dell’Arena regna la più pura anarchia. Osserviamo ampie parti del pubblico delle retrovie scapicollarsi verso il palco, intasando tutti gli spazi liberi e le vie di passaggio in prossimità dello stesso, incuranti dei propri posti assegnati e del disturbo in termini di visibilità e confusione che procuravano a buona parte della vasta platea. Gli artisti sembrerebbero pure in palla e i brani che si susseguono notevoli, ma il caos che regna, tra gente inferocita per l’inaspettato fuori-programma e invasori poco propensi ad accettare gli inviti a sloggiare, rende difficoltosa la fruizione, bruciando pezzi da 90 sempre clamorosi dal vivo come “Every Little Thing She Does Is Magic”.
Solo dopo quasi mezz’ora la cavalleria - bardata con la divisa della security del locale - sembra venire a capo della situazione, sedando gli animi dei valorosi peones nella loro lotta di classe contro gli odiati aristocratici delle poltronissime gold. Ma lì il colpo di scena: il buon Gordon Sumner veste la calzamaglia di Robin Hood e interrompe di botto “Love Is The Seventh Wave”. “Stop this! Signore, please, stop this! It’s violence! I can’t play in front of this”, sgrida i rudi militi, spalleggiato dall’esultanza del popolo ribelle che già stava ritornando rassegnato all’ovile, ripristinando il disordine pubblico.
Per non urtare la sensibilità dei nostri lettori, evitiamo quindi di riportare i conseguenti commenti di coloro che avevano pagato i salatissimi ticket della platea (da 150 a 200 euro).

Passando oltre la sopracitata rievocazione storica, lo spettacolo si mantiene comunque su livelli davvero ottimi, grazie anche a una scaletta ben assortita, tra classici dello Sting solista, vecchie glorie dei Police, dove con “Message In a Bottle” rimaniamo sbalorditi dalla voce potente e pulita che riesce ancora a proporre questo vanitoso ultra-sessantenne, una selezione del nuovo album collaborativo e qualche classico del suo compagno giamaicano.
A proposito, e Shaggy? In questo contesto il boombastico galleggia pericolosamente tra il ruolo di comprimario a quello di vero e proprio pagliaccio di corte, nei momenti in cui si fa sfuggire di mano il suo ruolo di fomentatore di folle. Ad ogni modo, il matrimonio tra i due offre una performance divertente e colorita, che il pubblico apprezza in modo crescente allo scorrere dei brani. Se brani come “Fields Of Gold” o un’ottima “Waiting For The Break Of Day” - comprensiva di una lunga coda tra assoli del gilmourianissimo Domnic Miller e break della possente voce di Monique Musique - scaldano una folla ancora relativamente posata, “Angel” di Shaggy infiamma la platea, che inizia a ballare e non accenna certo a smettere con una “Walking On The Moon” (da segnalare un grande Josh Freese alle pelli) che sfocia nel tripudio made-in-Jamaica “Get Up, Stand Up” (ricordandoci con una lacrimuccia quando questo brano introduceva la storica reunion dei Police in quel di Torino, più di una decade fa).

I brani di Shaggy, in effetti, vengono accolti con non poco entusiasmo, almeno a guardare le frotte di signore scatenate in “Hey Sexy Lady”. Probabilmente il fatto che la presenza di Shaggy fosse già nota all’annuncio della data romagnola ha permesso un pubblico più a fuoco sul tipo di spettacolo, cosa che potrebbe non esser successa a chi ha partecipato alle date di Roma e Verona, le quali nei primi giorni sembravano proporre la sola presenza di quel furbacchione di Sting
Dopo un curioso medley tra “Roxanne” e “Mr. Boombastic”, il picco dello spettacolo arriva nel finale. In particolare “Desert Rose”, quello che è di fatto il classicone dello Sting del nuovo millennio, è resa alla perfezione grazie anche al lavoro alle tastiere di Kevon Webster.

Un concerto sicuramente notevole, che in parte giustificherebbe i prezzi come sempre vertiginosi del cantautore inglese, i quali però decadono del tutto una volta appurata la totale mancanza di ordine e tutela dei propri fan.
Oggi Robin Hood ha vinto... ma lo stesso si potrà dire per i suoi fan?

Setlist
  1. Englishman in New York
  2. 44/876
  3. Morning Is Coming
  4. Every Little Thing She Does Is Magic
  5. Oh Carolina/ We'll Be Together
  6. If You Can't Find Love
  7. Love Is The Seventh Wave
  8. To Love And Be Loved
  9. Message In A Bottle
  10. Fields Of Gold
  11. Waiting For The Break Of Day
  12. Gotta Get Back My Baby
  13. If You Love Somebody Set Them Free
  14. Don't Make Me Wait
  15. Angel
  16. Dreaming In The U.S.A.
  17. Crooked Tree
  18. Walking On The Moon/ Get Up, Stand Up
  19. So Lonely
  20. Hey Sexy Lady
  21. Roxanne/ Boombastic
  22. Desert Rose
  23. It Wasn't Me
  24. Every Breath You Take
  25. Jamaica Farewell
  26. Fragile
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