27/07/2018

Terry & Gyan Riley

Casa Morra, Napoli


di Salvatore Setola
Terry & Gyan Riley
Ore 21.30, tutta Napoli è a testa in su in attesa che la tanto annunciata eclissi lunare si palesi nella notte. Per meglio godere del raro evento astronomico, molti si sono raccolti in punti strategici della città. Alcuni hanno raggiunto l’Osservatorio astronomico di Capodimonte, altri hanno preferito il terrazzo di Castel dell’Ovo con la romantica cornice del golfo. Nel cuore di Napoli, invece, in un viottolo che introduce a uno dei più antichi quartieri – il quartiere Stella – un centinaio di persone stanno attendendo l’epifania di un altro, a suo modo, fenomeno astronomico: la musica di Terry Riley.  L'uomo che ci ha inondato di un fiume di droni per mostrarci che siamo noi, il fiume. La reiterazione di moduli armonici e ritmici come accesso spirituale all’io. Lo chiamarono minimalismo, e Terry Riley ne ha rappresentato l’ala più mistica e psichedelica. Dagli Who a Manuel Göttsching ai Radiohead, generazioni di musicisti hanno eletto i suoi “In C” e “A Rainbow In Curved Air” totem a cui chiedere la grazia dell’ispirazione.
 
La sua esibizione a Napoli, prima assoluta in una carriera ultracinquantennale, è perciò un evento ben più raro e imperdibile dell’eclissi, essendo peraltro la seconda di tre esclusive date europee con tappe a Barcellona e Londra. La location del concerto è il suggestivo cortile del Palazzo Ayerbo D’Aragona Cassano, complesso settecentesco scelto dalla fondazione Morra come Archivio di Arte Contemporanea e ambiente espositivo a trecentosessanta gradi. Al portale di ingresso l’accoglienza è affidata a una installazione di pneumatici dell’americano Allan Kaprow, padre degli happening e artista che come Riley ha dato un contributo enorme alle sviluppo delle neoavanguardie degli anni Sessanta.   
Rispetto a quell’epoca, che è un’epopea, Terry Riley oggi suona in modo molto diverso, non rinunciando certo agli umori indiani e alle sospensioni minimaliste, ma avendo di base un repertorio folk, anzi roots per essere più precisi, filtrato da una sensibilità avanguardista la quale, più che imparentata con la psichedelia, sembra farsi piuttosto portarice degli stessi geni della ECM e del suo jazz "cameristico".
 
Terry sale sul palco abbastanza puntuale, intorno alle 22.10. Lunga barba bianca e camicia con motivi floreali, si siede al pianoforte e al synth. Suo figlio Gyan, chitarrista virtuoso, si accomoda vicino al proprio strumento. Sobrio nell’abbigliamento e professionale nel portamento, gli lancia il via con il primo di molti sorrisi che scandiranno, lungo tutto il concerto, un vero e proprio dialogo familiare.  
Con grande sorpresa le prime note della serata non sono prodotte dal synth o dal pianoforte, bensì da una spiazzante melodica che, nel fitto interplay con la chitarra acustica,  ricrea atmosfere  di confine. Desertiche, gitane, andaluse e – perché no – anche un po’ mediterranee. Quando si cambia scena, il paesaggio diventa invece quello di una landa profondamente americana, evocata in una fuga per pianoforte e chitarra in cui padre e figlio si rincorrono lungo lo stesso tema, variato dagli effetti slide di Gyan e chiuso dal requiem solenne dell’organo elettrico di Terry.
 
La natura metodologica dello sviluppo dei brani è chiaramente quella dell’improvvisazione, squarciata talvolta da nastri registrati che riproducono sibili da musica cosmica, delay e loop di voci femminili, altre volte dai pezzi di bravura alla chitarra di Gyan (un campionario tecnico vastissimo che va dallo slide alla distorsione timbrica, dal glissando al vibrato), e in un paio di occasioni persino dal rombo di un aereo in volo, la cui presenza viene accettata di buon grado dal duo come musica concreta, irruzione del paesaggio sonoro reale nel contesto linguistico dell’arte. Dopotutto anche Terry Riley è figlio di John Cage.
I momenti più emozionanti della serata sono quelli in cui il serrato dialogo tra pianoforte e chitarra elettrica  si arresta – come in “Sprig”, meraviglia per solo acustica tratta dal repertorio solista di Gyan – oppure quando si arricchisce del canto di Terry, come in “Ebony Horns” in cui il roco ululato è ora richiamo di un predicatore indiano ora lamento di un bluesman mannaro.     
      
Nel finale c’è spazio anche per qualche stralcio di lirismo alla Michael Nyman prima della chiusura definitiva, in piedi, arpeggio notturno di elettrica e un filo di melodica che tiene sospesi i respiri. Si chiude così, con una buonanotte sorprendente per quanto è semplice. All’uscita l’eclissi ormai è passata e tutti quelli che erano in platea se la sono persa. In compenso sono stati testimoni di un fenomeno altrettanto strabiliante: 83 anni suonati è ancora troppo presto perché certe lune artistiche decidano di eclissarsi.
Terry Riley su OndaRock
Recensioni

TERRY RILEY

A Rainbow In Curved Air

(1969 - Columbia Masterworks Records)
Il capolavoro del minimalismo mistico, inno alla gioia e alla libertà espressiva

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