23-24/11/2018

Transmissions Festival

Artificerie Almagią, Ravenna


di Maria Teresa Soldani
Transmissions Festival

Il Transmissions Festival è una realtà preziosa all’interno del panorama dei festival musicali italiani. La sua organizzazione è guidata dall’associazione Bronson, istituzione culturale che in Italia sostiene la musica indipendente con la gestione del club omonimo a Ravenna e dell’Hana-Bi a Marina di Ravenna, così come i festival ospitati nelle rispettive location (in autunno il Transmissions a Ravenna e in estate il Beaches Brew a Marina). Il Transmissions scrive quest’anno il suo undicesimo capitolo dopo aver avuto edizioni curate da artisti come Nico Vascellari (Niños Du Brasil) e Bruno Dorella (oVo, Ronin, Tiresia), nello stile dei festival di ricerca come l’ATP o Le Guess Who?.
L’edizione 2018 è affidata per il secondo anno consecutivo a Chris Angiolini, direttore artistico dell’associazione Bronson, che realizza un cartellone di tre giorni estremamente coerente e focalizzato su alcuni aree geografiche e generi musicali, offrendo una varietà di alta qualità in cui non si abbassa mai il livello di intensità.

La location delle Artificerie Almagià, ex-deposito di zolfo, ospita le serate di venerdì e sabato (sfortunatamente non riusciamo a seguire la serata di giovedì al Bronson). I due palchi ricavati nello spazio industriale riproducono il primo, nell’area più grande del locale, un contesto da club e il secondo, più raccolto, un’atmosfera da coffee shop in stile americano, con tanto di cuscini per terra. Entrambi i palchi si caratterizzano per un trattamento del suono in sala eccellente, che rende ogni concerto fruibile ed estremamente godibile.
A incantarci subito sono la voce e la chitarra di Eric Chenaux, tra i concerti migliori del festival. Insieme a Carla Bozulich, Jessica Moss e Jerusalem In My Heart, Chenaux è tra gli ospiti di casa Constellation Records a Ravenna, come interprete emblematico delle diverse ricerche musicali e artistiche che l’etichetta di Montréal sostiene da oltre due decenni.
Folk, soul e avanguardia si intrecciano in brani animati da un afflato gospel. La voce, alta e solo in apparenza fragile, avvolge la parte strumentale giocando con le pause, disattendendo l’arrivo del battere e trasferendo l’intensità del brano su quella parentesi. Anche se possono apparire universi lontani, dal vivo Chenaux ci fa capire quanto la sua attitudine possa risultare simile a quella di un musicista di bossanova, con quella capacità unica di muoversi in equilibrio tra armonie diverse, intessendo fraseggi strumentali vorticosi insieme a melodie vocali rotonde, e allo stesso tempo di stabilire una relazione particolarmente intima col pubblico.

A seguire sul palco principale i Comaneci, band locale rappresentante dell’Italia nel cartellone insieme al nuovo progetto di Dorella. Il loro recente ritorno con “Rob A Bank” (2018, Tannen), con l’ingresso di Simone Cavina alla batteria, è raccontato da un live emozionato e delicato. Il mood indie-folk delle chitarre si amalgama con le pulsazioni elettroniche di area Morr Music e con le ritmiche frammentate che spezzano il fluire stabile della melodia della voce. Il loro buon live ci ricorda e si raccorda a quella stagione indie anni Zero dell’Emilia Romagna di Yuppie Flu e Giardini di Mirò.

Si torna sul palco più raccolto per Richard Youngs, cantautore scozzese prolifico con una carriera da bibliotecario. Youngs sorprende il pubblico alle spalle iniziando a cantare da punti diversi della sala: é un rito di raccoglimento, una ricerca del silenzio che ci porta ad avere particolare sensibilità per ogni minimo avvenimento provenga dal palco. Il suo cantautorato e la sua performance si associano a quello stile pastorale e spirituale che caratterizza buona parte della discografia dei Low. Anche il suo set conquista il pubblico.

A seguire l’inedito trio Bozulich-Moss-Francesco Guerri, musicisti che hanno suonato insieme a coppie ma non in trio. In particolare il duo Bozulich-Guerri presenta alcuni brani di un disco - da loro registrato ma non ancora pubblicato - formato da brani che si dividono tra parti di improvvisazioni e parti di scrittura, anima noise e anima classica. Un set teatrale in cui la Bozulich, col suo timbro vocale scuro e il suo stile narrativo, diventa cantrice di un mondo cupo in cui cercare, attraverso la performance, un legame col pubblico. Alcuni momenti sono particolarmente intensi e ben riusciti; in altri momenti si ha la sensazione che la cabina di comando navighi a vista, anche se il timone è ben tenuto dalle sapienti mani degli archi effettati di Moss e Guerri.

Daniel Blumberg inizia il suo set in modo carico e deciso, solo voce, chitarra elettrica e violino. Accompagnato da Billy Steiger, Blumberg, un virtuoso della chitarra elettrica, presenta i brani dell’ottimo “Minus” (2018, Mute), col suo cantautorato strutturalmente regolare e allo stesso tempo strumentalmente disarticolato. Il live è formalmente fin troppo impeccabile, si ha l’impressione che i brani siano troppo (e)statici e che girino su loro stessi trattenendo dietro la forma una potenziale componente emotiva.

Chiude la serata l’intrigante trio Cindy Lee, progetto queer di Patrick Flegel dei Women, che trasforma il palco più piccolo dell’Almagià in un set cinematografico. La musica electro-indie-pop dagli echi sixties, con tanto di voce evanescente immersa nel riverbero, ci catapulta con la band al centro del Club Silencio di “Mulholland Drive” o del Roadhouse di “Twin Peaks”. La successione dei brani rappresenta un fluire di basi su cui si innestano, stratificano e sottraggono progressivamente, e con naturalezza, gli strumenti e la voce. Allo stesso tempo il trio sembra partecipare a questo rito da club notturno con distacco, ricordandoci infine le band di un film di Kaurismaki più che quelle di un film di Lynch. La performance a volte sognante, altre grottesca e allucinatoria di Cindy Lee diventa senza dubbio un perfetto finale di serata.

La giornata del sabato è aperta da un secondo set a sorpresa di Chenaux alla Darsena Pop Up, dove si svolge il warm-up del festival a cura principalmente di Dorella. In una piccola stanza ricavata da un container un piccolo gruppo di persone - tra cui diversi musicisti - segue a distanza ravvicinata l’incanto dei 30 minuti di live di Chenaux, che conferma le impressioni positive del giorno precedente.

Ad aprire le danze all’Almagià è Tarkamt, progetto solista del polistrumentista egiziano Cherif El-Masri, che annuncia Ravenna come la prima data Tarkamt fuori dal Cairo. Drones, basi kraut-rock, linee di chitarra free-form tra musica egiziana e rock psichedelico fanno del suo live uno dei più sorprendenti del cartellone. Alla fine si rimane con la curiosità di ascoltare le evoluzioni di questo progetto alla prossima prova discografica.

Altro live incredibilmente accattivante è il solo di Circuit Des Yeux, moniker della cantautrice americana Haley Fohr. Carismatica e ipnotica, Fohr presenta soprattutto i brani dell’ottimo “Reaching For Indigo” (2017, Drag City) in una performance coinvolgente condotta dalla chitarra acustica a dodici corde e da quella voce così scura e profonda che la accosta ad artiste come Diamanda Galás. Un altro concerto di un solista che mette in risalto la grande cura nella produzione, nel controllo e nella manipolazione del suono della voce e dello strumento.

L'esibizione di punta della serata è indubbiamente quella del duo Jerusalem In My Heart, splendido spettacolo audiovisivo del produttore e musicista libanese Radwan Ghazi Moumneh - artefice, dal 2004, del celebre studio Hotel2Tango a Montréal - col film-maker canadese Charles Andrè-Coderre. Il live, dimensione per cui nasce il progetto Jerusalem In My Heart, non solo completa, ma amplifica e potenzia la macchina evocativa, mnemonica e “personalmente politica” di questo ponte musicale tra Nord America e Medio Oriente, grazie all’eccelso lavoro, dal vivo, con le pellicole 16 mm in proiezione multipla e stratificata. La performance cattura, distaccandosi dalla fisicità dei corpi, in primis quello di Moumneh sul palco, il cui solo volto è colpito dal fascio di proiezione, e facendo confluire dentro la cornice dello schermo di proiezione tutto quello che è udibile e visibile, tra basi elettroniche, strumenti tradizionali, pellicole di un tempo incerto e quel canto evocativo in arabo di cui la maggior parte del pubblico non riesce a cogliere il significato.

Il resto della serata prosegue su note elettroniche più o meno colte. Sulla strada di un’elettronica più raffinata, e con un maggior allineamento culturale verso la musica occidentale, si situano le sperimentazioni del duo composto dal produttore italiano Francesco Donadello e dal musicista americano Nick Zinner, chitarrista della celebre band newyorkese Yeah Yeah Yeahs. Il loro live, un progetto speciale per Transmissions XI, si mantiene su toni più quieti e temperature più fredde rispetto alle due esibizioni precedenti, con i nastri magnetici e i synth modulari di Donadello che interagiscono con i fraseggi di Zinner. Il festival chiude in una specie di orgia musicale col progetto Ammar 808 del produttore tunisino Sofyann Ben Youssef. La sua elettronica afro-futurista raccoglie le voci e le tradizioni del Maghreb sostenute dai suoni della storica drum-machine TR-808 della Roland. La techno tribale di Ammar 808 investe letteralmente l’Almagià con pulsazioni analogiche potenti che restituiscono in pieno agli spettatori i loro corpi danzanti.

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