24/01/2019

Charlemagne Palestine

Chiesa di S. Maria Annunciata, Milano


di Michele Palozzo
Charlemagne Palestine

Sono trascorsi quasi due anni da quel concerto di William Basinski in Chiesa Rossa: un evento site-specific il cui ricordo non si è certo affievolito, ancora avvolto dalle tenui cromie dei neon di Dan Flavin – singolare installazione “postuma” che in tanti hanno scoperto proprio in tale occasione. Era facile immaginare che prima o poi il collettivo Threes sarebbe tornato tra queste sacre mura, e anche stavolta con un artista leggendario per il quale avevano già dimostrato una particolare affezione: il decano del minimalismo statunitense Charlemagne Palestine, tra i protagonisti di Terraforma 2016 e, un anno più tardi, di un evento speciale al Museo della Merda, in provincia di Piacenza.

Allegro settantunenne che sarebbe riduttivo definire “eccentrico”, anche in questa occasione Palestine non ha mancato di addobbare l’organo a canne della chiesa di Santa Maria Annunciata con stracci variopinti, appesi intorno alla buca delle tastiere e tutt’intorno alla seduta, affiancata da un manipolo di animaletti di peluche, suoi compagni di performance sin dai gloriosi anni Settanta. Sono questi ultimi, in un certo senso, i suoi numi tutelari profani, presenze innocue e innocenti ma pur sempre “contrastanti” in un luogo di culto, per quanto atipicamente illuminato.
È un primo indizio della possibile interpretazione attribuibile all’inedita esibizione, fortemente basata sul contrasto tra la pacificata esteriorità della chiesa e la relativa durezza dell’approccio musicale scelto da Palestine. Se l’ingresso del pubblico tra le navate era accompagnato da un soffuso drone, ottenuto disponendo alcuni pesi sui tasti dell’organo, quando tutto è ormai pronto il concerto riparte dal silenzio: vestito di abiti grezzi e sgargianti, l’artista prende in mano i due irrinunciabili calici da vino e richiama l’attenzione del pubblico con un’invocazione quasi animalesca, una sorta di preludio a cappella nel quale, a posteriori, potremo riconoscere alcune inflessioni ricreate nel manipolare i toni dell’imponente strumento classico.

Due anni fa parlavo della dicotomia sacro/sacrale e di come il live set di Basinski, pur non imitando alcun canone liturgico, di fatto fosse in grado di suggerire con pari efficacia la dimensione rituale di una celebrazione. I tre “movimenti” della performance di Palestine si confrontano con le potenzialità dell’organo in maniera palesemente estranea sia al repertorio sacro che alla dimensione del culto cristiano, ma nella sua esplorazione dei microtoni “nascosti” tra i registri – azionati manualmente con piena cognizione di causa – nell’accostamento dissonante delle altezze e nella loro progressiva saturazione finiscono per emergere alcuni tratti del linguaggio fortemente contrastato che caratterizza la poetica di due maestri del passato recente come Olivier Messiaen e Sofia Gubaidulina. Una fede costante ma sofferta, la loro, squarciata da lampi di luce accecanti ma spesso anche inghiottita da tremende oscurità, rappresentate dalla sospensione tonale in vette drammatiche quasi insostenibili.

Fede e mistero sono aspetti complementari e indissolubili, come recita il sacerdote prima della liturgia eucaristica. Palestine si sofferma a lungo sulle dissonanze, le addiziona finché non appaiono più come tali e creano un'alterità armonica che pervade lo spazio circostante, poi confluendo gradualmente nella consonanza. Gli effetti psicoacustici dei toni sostenuti in accumulo fanno sì che, a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, ogni spettatore abbia virtualmente ascoltato un concerto differente, esposto a una delle molteplici configurazioni del suono nella riverberante area acustica.
Le tre sezioni sono di durata decrescente, dunque ognuna di esse giunge più rapidamente alla “giustezza” armonica, con un segmento finale che si risolve in pochissimi minuti, come un annuncio trionfale che si ricongiunge idealmente ai maestosi approdi in tonalità maggiore di Bach e Buxtehude.

Una “trinità” di lucida sperimentazione (a dispetto della evidente ebbrezza dell'artista) che finisce col simboleggiare, forse inconsciamente, un districarsi dalle nubi di una non-conoscenza che si tramuta in rivelazione e trascendenza, un misticismo che contro ogni aspettativa non sembra negare l'aura sacra che, per credenti o no, questo luogo immancabilmente emana e che così tanto accresce l'esperienza del "qui e ora" sonoro che accoglie.
Si è trattato di un altro grande passo – tra i più decisivi – in direzione dell'avvicinamento della musica sperimentale a un pubblico potenzialmente mai vasto come ora.

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