03/03/2019

The Tallest Man On Earth

Teatro Dal Verme, Milano


di Michele Palozzo
The Tallest Man On Earth

L’ultima volta, un paio di anni fa, sono arrivato terribilmente in ritardo, complice il traffico metropolitano e uno sconfortante malinteso sull’orario d’inizio del concerto di The Tallest Man On Earth. Già accaldato di mio, mi sono fatto strada tra il pubblico in una sala dalla temperatura subsahariana, per poi veder spuntare da un lato dal palco il folletto nordico dell’indie-folk, spolto di sudore ed esagitato dalle acclamazioni degli astanti. Mi è parso di arrivare soltanto all’apice di un climax, quel momento magico in cui il performer si è ormai conquistato il cuore dei suoi seguaci e gioca con loro a un tira-e-molla di brani preferiti, tra false uscite di scena, applausi e inchini.

Ma mi ero sbagliato. Quel brivido di eccitazione collettiva non faceva parte soltanto dell'epilogo, e Kristian Matsson non è tipo da doversi scaldare a fuoco lento per scoppiettare. Anche questa sera, in un ben riempito Teatro dal Verme, è lui a trascinarci da subito nel suo vortice di romantica follia, volteggiando scintillante nel suo look in total white sulle note di una vecchia canzone d’amore svedese (il verbo älska è tra i pochi pervenuti nel mio vocabolario scandinavo), attaccando ad arpeggiare e poi a tranciare a tutta forza le corde delle sue innumerevoli chitarre.
Con studiata teatralità si aggira guardingo da un lato all'altro del proscenio, avvolto dai fumogeni e dalle luci intermittenti che filtrano dalle scanalature di una serie di torrette in legno, unico arredo scenografico che per coincidenza si sposa alla perfezione con le analoghe architetture dell'auditorium.

È previsto per aprile il prossimo album intitolato “I Love You. It’s A Fever Dream”, del quale a oggi Matsson ci anticipa soltanto il primo estratto “The Running Styles Of New York” – troppo poco per immaginare la direzione dell’imminente novità discografica – ma negli ultimi mesi si erano affacciati anche gli eterogenei singoli del progetto audiovisivo mensile “When The Bird Sees The Solid Ground”, rappresentato dalla dolceamara “Forever Is A Very Long Time” e dall’exploit di “Somewhere In The Mountains, Somewhere In New York” al banjo (già sfoderato appena prima in “Time Of The Blue”); dal repertorio più recente vengono scelti anche due episodi dei “The Light In Demos”, ossia “All I Can Keep Is Now” e “I’m A Stranger Now”.

Ma quale che sia il mood delle canzoni registrate in studio, le interpretazioni dal vivo sembrano tutte più fiere e spavalde, non disposte a cedere alla malinconia che pure rimane intatta nei testi, poesie in rima di un amante vecchio stile cui la vita impartisce lezioni a caro prezzo. Soltanto due languide ballad al pianoforte fanno da eccezione alla regola: “Little Nowhere Town”, purtroppo l’unica dal quarto accorato Lp “Dark Bird Is Home”, e la conclusiva “Kids On The Run”, anticipata tra il serio e il faceto da una strofa di “The Winner Takes It All” degli ABBA; un altro medley, poco prima, unisce “Leading Me Now” alla tenera quotidianità di “I Say A Little Prayer”, così omaggiandone al contempo l’autore Burt Bacharach e la più famosa interprete Aretha Franklin, venuta a mancare lo scorso anno.
A rubare più applausi, prevedibilmente, sono i classici appartenenti a “Shallow Grave” e “The Wild Hunt”, con menzione speciale per “Love Is All” e “King Of Spain”, inni che chiunque tra i presenti in sala conosce a memoria. Ma, per l’appunto, Matsson non si risparmia per il finale energie né cartucce, dando tutto sé stesso nel corso di quasi due ore di liberatoria passione, come la definitiva sconfitta di una falsa timidezza che aspettava soltanto il momento giusto per deflagrare nel canto ruvido e sornione di un songwriter nato.

I vecchi paragoni di comodo con Dylan e la gloriosa tradizione americana si fanno sempre più superflui: l’uomo più alto del mondo ormai svetta e porta per il mondo il suo canzoniere, umilmente ma senza complessi d’inferiorità. Le divertite incursioni tra gli spalti, ogni sorriso e ammiccamento, infine gli occhi lucenti di Kristian confermano ciò che ci ha promesso poco prima di congedarsi: “Non darò mai per scontato tutto questo”. È la sincera meraviglia di chi ha realizzato un sogno e non intende tenerlo per sé, con la fatica e le immense soddisfazioni che ne conseguono. Uno spettacolo umano, oltreché musicale, che vi auguro di non perdere.

Photo credits: yamile/nightguide.it

Setlist

To Just Grow Away
Like The Wheel
I Won't Be Found
The Gardener
All I Can Keep Is Now
Revelation Blues
The Running Styles Of New York
Little Nowhere Town
Love Is All
Forever Is A Very Long Time
Time Of The Blue
Somewhere In The Mountains, Somewhere In New York
I’m A Stranger Now
Leading Me Now / I Say A Little Prayer (Burt Bacharach)
Criminals
Thrown Right At Me
King Of Spain
The Dreamer

Bis
The Wild Hunt
The Winner Takes It All (ABBA) / Kids On The Run

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Recensioni

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