22/05/2018

Oblivians

Spazio 211, Torino


di Stefano Ferreri
Oblivians

Greg, Jack, Eric. Bastano i nomi, quando ad accompagnarli c’è quel degno complemento affratellante mutuato dai Ramones. Nemmeno l’unica affinità nei confronti del quartetto di Forest Hills, se è vero che ogni volta che si nominano gli Oblivians viene tirato in ballo quello slogan d’impatto bruciante – Kill a punk for rock & roll! – un grido di battaglia che torna ad alzarsi a scadenze rare ma regolari ed è quanto di più ironico ci si possa aspettare da una band intimamente punk come questa. In origine era solo una t-shirt esibita con orgoglio da uno spettatore, a favor di macchina fotografica, durante un concerto dei Black Sabbath. Poi divenne l’immagine di copertina dell’album forse più riuscito del loro catalogo, e da lì a trarne il perfetto vessillo identitario è stato un attimo. A Torino, in Italia e in Europa non lo si celebrava live da quasi nove anni, uno scioglimento fa praticamente, e da allora di acqua limacciosa sotto i proverbiali ponti ne è passata parecchia, apparizioni spese perlopiù in ordine sparso ma con un prezioso gettone anche per l’intestazione condivisa.

220x270_i_20Quando entriamo allo Spazio ci sono già ad accoglierci un nutrito drappello di seguaci e il banchetto del merchandise, quest’ultimo affollato di uscite minori, piccoli gadget della Goner (la mitica etichetta fondata da Eric) e magliette con sul fronte la cover motoristica di “On The Go” (raccolta con le primissime registrazioni del trio quando ancora si chiamava Pontius Pilate & The Naildrivers, o forse Gentlemen Of Leisure, pubblicata proprio da Goner una quindicina di anni fa in piena fase “dormiente”) e sulla schiena l’inconfondibile sepolcro di “Soul Food” con sopra scolpite le poche date di questa recente tornata europea. Con i primi avventori tutti localizzati al bancone del bar o nel cortile a concionare sigarette alla mano, lo strategico posto sul gradino sotto il palco è presto occupato da chi vi sta ragguagliando, anche se con quel briciolo di timor sacro, prefigurando la turbolenta animazione in platea che a quanto pare lo aspetta. A tranquillizzare, per quanto possibile, sono le referenze anagrafiche di coloro che, col passar dei minuti, ci si piazzano attorno: personaggi brizzolati, quando non calvi, che dall’abbigliamento da rocker ampiamente fuori tempo massimo parrebbero voler testimoniare quasi con tenacia l’appartenenza a una stagione musicale che si è ormai del tutto persa nella memoria; e accanto a loro, nei casi più fortunati, compagne pure mature ma dall’aria non certo invasata.

220x270_ii_20A proposito di invasate, nel mazzo una la troviamo pure, non al nostro fianco bensì dinnanzi a noi quando il torinesissimo gruppo spalla degli Sloks si accomoda in scena per l’apertura. La cantante che si cela dietro il moniker Ivy Claudy è un notevole animale da palco e la sua prova ferina e schizoide conferisce il giusto spessore a una formazione a tre (voce, chitarra e batteria, niente basso proprio come gli headliner) che su Bandcamp si proclama desperate No-Wave, di certo non a sproposito. L’impronta sonora è di quelle garage belle marce, ma la spaventosa potenza del reattore ritmico di Peter Chopsticks, unita al suo rigore, conserva aspirazioni persino matematiche mentre l’estro da urlatrice della frontwoman e le stilettate di Buddy Fuzz apparentano il terzetto nostro concittadino ai canoni della scena post-hardcore dei Nineties, in particolare a una gloria tutta italiana che proprio in questi giorni celebra il suo trentesimo anniversario artistico con una festa in quel di Catania, gli Uzeda. Come una Giovanna Cacciola più magra ma cattiva quanto l’originale, la cantante latra con buona aderenza ai dettami di genere, scruta in cagnesco il pubblico quando non si contorce nelle retrovie in pose crude e lancinanti al punto giusto, e soprattutto si conferma anima insostituibile di una compagine davvero devastante, specie sulla coda folle di “Jazz Is Dead”.

220x270_iii_14Che ci sarebbe toccato di sacrificare i timpani ad un concerto degli Oblivians era il classico dettaglio messo da tempo in preventivo, ma che questo capitasse ancor prima che gli statunitensi ci si presentassero davanti non era affatto scontato e fa una certa impressione. La verità è che al termine dei dieci titoli dell’esibizione-antipasto ci ritroviamo piacevolmente storditi, con un sibilo costante che rende in parte ovattata la musica di fondo, quella che accompagna il riallestimento. Poi i nostri eroi arrivano davvero, e con bella puntualità. A grandi linee non sembrano nemmeno granché invecchiati dall’ultima volta, per quanto le cinquanta primavere siano ormai quasi a un’incollatura. Greg (Cartwright) ha rinunciato alla barba e appare più pingue, Jack (Yarber) ha l’aria un po’ trasandata del manovale o del camionista, mentre Eric (Friedl) è indubbiamente il più fresco dei tre, anche se sembra un dilettante al circolo del dopolavoro: attori improbabili di un esorcismo che chiami in parata gli spiriti guida del rock primigenio ma tant’è, i ragazzi ci piacciono anche per come sconfessano le più trite apparenze di questo logoro circo.

 

220x270_iiiiiiiPescata dalla gemma del mini “Never Enough”, “Feel Real Good” è l’adeguato biglietto da visita, un bel frastuono di chitarre che riesce persino riposante per le nostre orecchie duramente provate. Stesso discorso per l’assalto compatto di “Alcoholic” (da “Best Of The Worst”), per nostra fortuna meno abrasivo dell’originale nonostante gli irrinunciabili latrati di Greg e la batteria di Jack, che riesce a essere pestona senza dilapidare un grammo di potenza. A impressionare è in particolare la rimarchevole pulizia melodica, una delle qualità che hanno reso così imperdibili tutti i dischi partoriti da Cartwright (quelli di Reigning Sound, Compulsive Gamblers e Deadly Snakes soprattutto, ma anche le registrazioni più truci a marco Oblivians) e che in questa resa attutita dal nostro handicap acustico filtra comunque senza incertezza alcuna. E’ una gradevole conferma, destinata peraltro a sfumare come un miraggio sonoro non appena si sale di sguaiatezza con la ferocissima (quanto anthemica) “No Reason To Live”, spingendo l’indirizzo punk a prendere per forza il sopravvento.

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L'attesa celebrazione del rock’n’roll à la Bo Diddley, quello più rombante e adrenalinico, trova il massimo compimento nell’abbinata micidiale che lega “Shut My Mouth” alle più sudice “Christina” (indiavolata cover di Brownie McGhee) e “She’s A Hole”, sostenute a una voce dall’attempato ma più che consapevole pubblico. Se il primo dei recuperi dall’inarrivabile “Popular Favorites”, in particolare, è l’atteso trionfo e ci lascia lordi di feedback irriguardosi, la temperatura si alza paurosamente con l’inconfondibile riff minaccioso del brano che segue, perfetta esternazione dell’anima corrosiva del terzetto, mentre proprio come sul disco arriva a stemperare al pari di una benedizione il romanticismo a brandelli della favolosa “Bad Man”, salutata da un discreto boato della platea. Ma è solo una pausa nel segno di una pur rovinatissima grazia, visto che le efferatezze riattaccano subito più atroci che mai, e l’onere non può che spettare alla sveltina da picchiatori di “Jim Cole”, un confortevole giro di giostra nella centrifuga di una lavatrice impazzita.

 

220x270_iiiiiA questo punto gli Oblivians si ricordano di aver timbrato il cartellino discografico anche in tempi meno remoti, e allora ecco il ticket “Come A Little Closer” / “Woke Up In A Police Car” che premia due tra i titoli più riusciti del recente (si fa per dire, già cinque anni son passati) “Desperation”. Segue un momento di pausa, occasione propizia per far rifiatare gli spettatori e per concretizzare l’atteso avvicendamento tra Cartwright – in versione annaffiatoio umano – e Yarber, col primo un po’ legnoso e senz’altro meno pirotecnico dietro i rullanti, e con la Gibson del secondo evidentemente più morigerata di quella del collega, nonostante l’abuso oltremodo sfrenato della pedaliera per creare effetti sonori più plastici e avvolgenti (a tratti, per quanto possa sembrare una bestemmia, quasi stoner). La parte vocale, corroborata dal rinforzo corale, guadagna se non altro punti in allegra isteria, e parte del merito è da attribuire a un fin qui contenuto Friedl, diligente con la sua Gretsch ma non certo trascinatore al pari dei sodali. E’ Jack, in questo frangente, a salutare finalmente gli astanti e ricordare la precedente visita torinese assieme ai Gories di Mick Collins, ultima tappa assoluta del loro tour della reunion.

 

220x270_iiiiiiI convenevoli, ad ogni buon conto, non rientrano nella dotazione della band americana chetorna piuttosto a incrementare un coefficiente di cattiveria già ragguardevole, in crescita al pari dei gorgheggi elettrici e della generale spigolosità. Nel lotto che segue a ruota, gli Oblivians ci scaraventano addosso addirittura un quintetto delle brucianti istantanee di “Soul Food”, dallo schiacciasassi “Blew My Cool” alla grattugia rugginosa di “Cannonball”. In un clima sonoro non certo incline al compromesso, qualcosa del genere “non si fanno prigionieri” ma animato in maniera persino festosa, il terzetto aumenta i carichi e travolge l’ascoltatore con la medesima virulenza degli opener. L’effetto, al chiuso di un piccolo club, è molto più selvaggio e turbolento di quel che ci era parso sul pratone qui fuori la volta scorsa, quando tutti noi avevamo quasi un decennio in meno sulla groppa. A parte la più dispersiva “Bum A Ride”, l’atmosfera si dimostra esaltante (nella magistrale rivendicazione identitaria di una “Never Change” persino ovvia, proprio in chiusura di set), infiammata con ogni probabilità anche da un brivido, quella ritornante sensazione – chissà poi quanto irrazionale – di poter venire travolti alle spalle da un momento all’altro, non appena la prima scheggia impazzita volesse raccogliere questi comodi assist alla devastazione. La fiducia nei nostri vicini si rivela comunque molto ben riposta, le signore continuano a ondeggiare come in trance, qualcuno si sbraccia con enfasi ma nessuno, neanche i meno stagionati (o i più alticci), si sogna di pogare.

 

220x270_iiiiTra l’uscita e il rientro in scena non trascorre che un minuto mal contato, chiuso dall’apparizione di Greg con un’intera fetta di pizza che gli pende dalle labbra a mo’ di ciclopica lingua di cane. Riconquistate le posizioni originali, il gruppo riserva i minuti finali a ulteriori chicche, classici del rock lo-fi revisionista anni novanta o brani considerati minori solo perché non destinati alle uscite su lunga distanza. Che poi si fa presto a dire minori, se il titolo con cui riattaccano è uno dei loro immarcescibili cavalli di battaglia, la sempre furibonda “The Leather”, un trionfo della cartavetro che non può non aver ispirato (e fatto la fortuna), tra i tanti, dei figliocci in casa Goner Jay Reatard e Ty Segall. Con “Five Hour Man” l’equilibrio tra i suffissi punk e revival accanto all’etichetta garage si sposta definitivamente in favore del primo, con una tirata cazzona degna dei già citati Ramones. E questo per non parlare dell’intemerata con la bava alla bocca della schizoide “Memphis Creep” o del fortunale martellante di “Sunday You Need Love”, prima che la doppia infezione di “Pill Popper” chiuda un tiratissima ora di concerto nel segno dell’isteria a briglia sciolta.


L’urlo di battaglia si congeda in vista di future occasioni, si spera non tra dieci anni. Chi invece non vuol saperne di lasciarci è il sibilo nelle orecchie che ci farà compagnia per non meno di un’altra giornata. Ma quello è un trofeo della serata proprio come la maglietta commemorativa che avevamo adocchiato all’ingresso e che ci fiondiamo nella ressa a fare nostra.
Setlist

Feel Real Good
Alcoholic
No Reason To Live
Shut My Mouth
Christina
She’s A Hole
Bad Man
Jim Cole
Come A Little Closer
Woke Up In A Police Car
Strong Come On
Drill
Blew My Cool
Cannonball
Mad Lover
Bum A Ride
Never Change

The Leather
Five Hour Man
Love Killed My Brain
Sunday You Need Love
Memphis Creep
Pill Popper pt. I & II
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