30/06/2017

Paolo Conte

Villa Pisani, Stra (Ve)


di Michele Saran
Paolo Conte

Di Paolo Conte si può e si deve assaporare tutto. La biografia, la storia, le parole, gli arrangiamenti, i riferimenti al passato, sia quelli velati che quelli più espliciti ma sempre invitanti. Insomma, un microcosmo di fascino, un sottoinsieme della canzone italiana che l’avvocato-bardo di Asti, ad oggi prodigiosamente ottuagenario, ha sempre preservato con tempra ed eleganza.
In questo magnifico “rebus” manca però il valore aggiunto del live. I dischi dal vivo - cinque: non pochi per un cantautore, e già questo la dice lunga - sono indicativi e di certo aiutano a sopperire la mancanza. Ma, com’è intuibile, niente si avvicina all’emozione di vederlo, sentirlo, percepirlo a distanza di qualche metro, sopra un palco. E l’occasione è delle migliori, data la location d’eccezione - la settecentesca villa Pisani di Stra, sontuosa e, guarda caso, enigmistica (come giardino ha un labirinto di siepi, ndr) - l’evento in cui è ospitato, l’organizzatissimo Venezia Jazz Festival (in cartellone, tra gli altri, ancora Yann Tiersen, Stefano Bollani e Park Stickney), e, ultimo ma non ultimo, una fresca sera d’inizio estate, che costringe anche l’autore a bardarsi d’uno scialle verde acqua.

Poco importa se l’impostazione del set è pienamente consolidata, standardizzata al limite della prevedibilità. I dieci musicisti di corredo sono sempre loro, a cominciare dal prode Jino Touche al contrabbasso (un primo album solista nel 2014), ma spesso cambiano strumento e si riconfigurano, quindi comprendendo anche gli immancabili bandoneon e fisarmonica, tra sezione fiati, sezione cordofoni con violino e mandola, sezione ritmica e percussioni. E poi le canzoni. A parte un paio di estratti dall’ultimo “Snob” (saltato a pie' pari, come da copione, “Amazing Game”), tra cui il brano eponimo, per pianoforte a quattro mani, e “Tropical”, e una rara ma ormai gettonata proprio dal vivo “Le Chic Et Le Charm” (col suo mitico kazoo), la parte del leone la fanno di certo i grandi classici. Conte attinge a piene mani dalla trilogia del suo fulgore artistico, “Paris Milonga”-“Appunti di viaggio”-“Paolo Conte” (oltre a due assi di “Aguaplano”), estraendo, più che vere e proprie canzoni, simboli mitici, atmosfere cristallizzate, storie senza tempo, e tanti, tanti brividi.

Il saliscendi di emozioni è impareggiabile. “Gioco d’azzardo” è diventato uno struggimento che sembra un requiem ai ricordi andati. Dato che il jazz in Conte non manca mai, “Diavolo rosso” assume le fattezze di una spettcolare jam di dieci e passa minuti con triplo assolo culminante in un violino vivaldiano. “Alle prese con una verde milonga”, anche se ascoltata diecimila volte, riesce ancora a suonare come una narrazione indecifrabile, una fattucchieria di seduzione misteriosa. Si passa al Mocambo con “Gli impermeabili”, ed è un regalo commovente. Vi è la dedica di “Madeleine”, lo swing di “Dancing”, i tentacoli melodici di “Max”, il tamburellare di “Come-di”. E di certo “Via con me”, forte di un delizioso intermezzo-variazione di bandoneon e violino, che Conte ripete in chiusa, accelerata, regalando il refrain al coro del pubblico, e di più ancora la magia intramontabile di “Sotto le stelle del jazz”. Il tutto è impreziosito dalle scenografie dei riflettori (rossi per “Diavolo rosso”, verdi per la “Milonga”, lampeggianti nei momenti topici etc.) che tingono, e un po’ stemperano, il rigore del colonnato della facciata retrostante.

Paolo Conte è sempre lui, sempre diverso. Vederlo attorniato da musicisti di qualità eccellente mentre lui sbotta e borbotta i suoi versi, quasi brontola, sempre distaccato e con una dizione felpata, ancor più impastata dall’età (che è, si badi bene, un valore aggiunto alla sua signorilità, non certo un deficit), è un’esperienza essenziale, da vivere persino urgentemente. Catalizzante, rinfrancante. Al punto che, come in un incantesimo, si finisce per descriverlo prendendo a citarlo di continuo, con quella “sua eleganza di zebra, il suo essere di frontiera”, in una “semplicità che non semplifica”, non convinti che “la rumba sia soltanto un’allegria del tango”. E così, “tutto il meglio è già qui”, perché ormai, com’è noto, “la canzone forse sa di ratafià”, anche se “non si capisce il motivo”.

(foto di Roberto Rosa)

Setlist
Ratafià
Sotto le stelle del jazz
Come-di
Alle prese con una verde milonga
Snob
Recitando
Dancing
Gioco d'azzardo
Gli impermeabili
Madeleine
Via con me
Max
Diavolo rosso
Le Chic Et Le Charme
Tropical
Via con me (encore)
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