14-16 agosto 2008

Pukkelpop Festival

Kiewitt-Hasselt, Belgio


di Alessandro Nalon
Pukkelpop Festival

Da ventitre anni il Pukkelpop festival è un evento cardinale sia nella musica dal vivo in Europa che nella vita e nella cultura del Belgio. Quello che era cominciato nel 1985 come un piccolo evento circoscritto a pochi nomi dell'underground musicale internazionale ora è un evento di portata internazionale, capace di mobilitare appassionati di musica di tutta Europa, così come la popolazione locale, capace di una partecipazione di massa alla vita del festival sconosciuta a noi italiani (d'altronde parliamo del Belgio, un paese con una cultura secolare delle fiere e dei festival).

 

Tre giorni di festival, duecentodieci artisti coinvolti, un immenso campeggio, 152.000 partecipanti, enormi spiegamenti di forze dell'ordine, ristoratori e addetti a tutti i servizi necessari: queste le cifre di quest'edizione del festival, a dimostrazione che ormai il Pukkelpop è un fenomeno di massa e non più un evento alternativo. La musica? Ormai il Pukkelpop può soddisfare ogni palato grazie a otto palchi a tema (dalla sala da ballo al palco piccolo con tribuna, dal tendone dedicato alla musica pesante al palco principale per gli artisti più mainstream) su cui si sono esibiti artisti di nicchia o famosi, presentando in quest’edizione Metallica, Killers e Sigur Ros come headliners.

 

Cercando di restare fedele alla filosofia del festival ho prenotato il servizio completo, partecipando a tutti e tre i giorni e dormendo nel campeggio apposito. Sorvolando sulle oggettive difficoltà di sopravvivenza in un campeggio con decine di migliaia di persone e trenta docce (non parliamo degli ubriaconi rissosi che ho fatto arrabbiare!) posso parlarne col senno di poi come di un evento magnifico e organizzato con una precisione ed efficienza senza pari. Viaggi in treno e autobus da tutto il Belgio gratis, orari sempre rispettati, acustica invidiabile in ogni palco, pochissimi problemi tecnici e soprattutto una selezione di musica dal vivo soddisfacente con un misto di vecchie glorie del rock e giovani promesse, posso dire di non essermi pentito dei 135 euro di biglietto.

 

Giovedì 14

 

Il primo giorno di festival è stato di gran lunga il migliore dal punto di vista della musica: una mattinata fiacca compensata da una serata intensissima che mi ha fatto volare da un palco all'altro per non perdermi un secondo dei concerti che avevo programmato (già perché con 70 gruppi al giorno bisogna essere bravi a carpire le "coincidenze" tra orari e palchi). A mezzogiorno riscaldano l'atmosfera i Triggerfinger, un gruppo di belgi avanti con gli anni ma non con la musica, visto che hanno suonato un fiacchissimo hard-blues retro; nulla di terribile se confrontato con quanto ha suonato Amy MacDonald, classe 1987, giovane promessa del pub-rock scozzese. In quaranta minuti ha suonato i suoi patinatissimi pezzi (a quanto pare acclamati più nel Benelux che in patria), cantati con un accento così sforzatamente da northerner da farmi dubitare se fosse davvero una scozzese o l'imitazione di una scozzese!

 

Finalmente alle tre e dieci comincia la vera musica, è infatti il turno di Soko, cantautrice indie-pop di origini francesi, famosa in centro Europa per la modesta hit "I'll Kill Her". Il suo lo-fi pop non avrebbe nulla di interessante se non fosse che lei non è minimamente capace di riprodurlo dal vivo! Soko stona, va fuori tempo, interrompe i pezzi a metà per l'emozione (come lei stessa ha ammesso, è abituata a concerti di dieci-venti persone, e la vista di due-trecento spettatori è un bel colpo), per una risata o addirittura per un ruttino (!), rendendoli di fatto imprevedibili e di una bruttezza voluta e ricercata come quella delle Shaggs. Tra questa commedia degli errori, gli scambi di battute tra lei e il suo chitarrista e i suoi testi demenziali posso dire di aver assistito a uno dei concerti più divertenti della mia vita, che sia stato un concerto o un cabaret poco importa.

 

Uno dei concerti di punta della giornata è quello dei British Sea Power. Sono rimasto piuttosto deluso dal loro ultimo album, ma ero sicuro che dal vivo quest'ultimo avrebbe reso, e la mia fiducia è stata ben riposta, visto che raramente mi sono imbattuto in una band più compatta e decisa sul palco, capace di ricreare atmosfere infinitamente evocative ed epiche. Il concerto ha coperto tutta la loro discografia, in particolare l'ultimo "Do You Love Rock Music?" e i suoi brani più “da stadio”, che si sono ben sposati con l’ambiente affollato del festival. Notevole la presenza scenica, con i membri - circondati da bandiere e vestiti da marinai - che si scambiavano gli strumenti e il chitarrista che, dopo aver lanciato il plettro a un fan, si improvvisa stagediver, salvo poi ritrovarsi senza plettro nel momento in cui deve concludere il pezzo. Anche questo è musica rock!

 

Tempo di mangiare e faccio una capatina da Ian Brown, fuggendo a gambe levate una volta che l’ex Stone Roses comincia a cantare “Waterfall” mostrando a tutti ciò che ormai è: l’emblema del musicista decaduto, caricatura di se stesso. Per fortuna ci sono gli Hot Chip, che saranno dei tamarri, ma di scuotere qualche migliaio di sederi sono capacissimi, con il loro techno-rock diretto e senza fronzoli; giusto una caduta di stile nel finale, quando fanno una mediocre cover di “Nothing Compares To You” di Sinead O’Connor, ma visto come hanno animato la dance hall glielo si perdona.

 

Giusto per aspettare il prossimo concerto mi dirigo da Henry Rollins, impegnato in uno spoken word. Lui sta in piedi sul palco in tutta la sua mole e, con solo due luci puntate addosso, parla di temi scottanti (l’uragano Katrina, l’apartheid…) con la sua solita ironia cinica, tenendo incollati non pochi spettatori di fronte a sé.

Accorro al palco dei Mercury Rev con una dose di scetticismo (temevo una scaletta di soli pezzi dal penultimo “The Secret Migration”) che presto abbandonerò. Per chi scrive questi sono stati i sessanta minuti di musica dal vivo più intensi della propria vita, un’esperienza pregna di magia da risultare indescrivibile. Si sono fatti aspettare cinque minuti, ma ne è valsa la pena: appena sono saliti sul palco (in cinque: due chitarre, basso, batteria e tastiera) hanno aperto con “The Dark Is Rising”, suonata in una veste meno eterea ed infinitamente più potente e devastante, con un finale incredibilmente dilatato e psichedelico. Poi è il turno di due loro classici dal capolavoro “Deserter’s Songs”, parlo di “Holes” (l’unico pezzo non riarrangiato e per questo forse il meno sorprendente della serata) e di quella perla di psichedelia sinfonica che è “The Funny Bird”, coi suoi schiaccianti muri di chitarre. Qualche anteprima del nuovo album “Snowflake Midnight” ci svela la sua anima elettronica e dream-pop, che dal vivo risuona esplosiva, con cavalcate space-rock incrociate con la delicatezza dei Cocteu Twins. Il pezzo forte della serata è stato “Opus 40”, eseguita come su disco fino a un brusco intermezzo di feedback di basso e chitarra, dolci, ripetitivi e pulsanti, e per finire la stessa canzone di prima, rallentata e cantata con il testo di… “Once In A Lifetime” dei Talking Heads!
Delicatezza, irruenza, poesia, trance, tutto in sessanta minuti; a un certo punto mi sono chiesto se avevo assistito a un concerto degli Hawkwind, dei My Bloody Valentine, di Steve Reich o degli M83. No, erano semplicemente i soliti, incantevoli Mercury Rev!

 

Poco dopo un’ulteriore esperienza psichedelica: i Flaming Lips, autori di un altro concerto indescrivibile. Quello che hanno fatto non è stato un concerto, ma un faraonico spettacolo multimediale di colori, giochi e suggestioni nel tentativo di dare una manifestazione visiva e tangibile alla loro musica colorata e sgargiante. Con una sceneggiatura giocattolosa disposta sul palco, entra la band, accompagnata da dei ballerini vestiti da teletubbies, ondate di coriandoli, fumi, laser colorati e decine di palle di gomma gialle che vengono lanciate sul pubblico, con cui giocherà fino alla fine del concerto. Per non parlare del cantante Wayne Coyne, che si fa perdonare la voce alquanto fiacca dal vivo con il suo ingresso in scena all’interno di una palla di plastica trasparente con la quale rotola letteralmente sul pubblico in delirio! La musica è stata piuttosto buona, con prevalenza di pezzi dal recente successo “Yoshimi Battles The Pink Robot” e qualche incursione nel passato (una stupenda versione di “Mountain Side”), ma ciò che ha reso il concerto un evento è stata l’interazione col pubblico, così come l’aspetto ludico che l’ha reso di fatto un’esperienza divertentissima.

 

Prima di un sonno meritato nella tenda sono riuscito a infilarmi nella boiler room, la discoteca del festival, e mi sono inflitto il colpo di grazia ballando l’eccellente dj set di Carl Craig, dal vivo più diretto ed epidermico di quanto mi aspettassi.

 

Venerdì 15

 

Il secondo giorno è stato per il sottoscritto il meno stimolante dal punto di vista dell’offerta dei gruppi, pur presentando dei nomi di tutto rispetto. Salta subito all’occhio l’aumento di densità di popolazione all’interno del festival e del campeggio, ormai gremito di metallari. Non ci vuole un genio a capirlo, è la giornata dei Metallica e orde di loro fans sono partiti in pellegrinaggio per vedere gli astri decaduti del thrash-metal, anche a costo di pagare ottanta euro per un solo giorno e per vedere una sola band, giacché non li si vedeva a nessun altro concerto, nemmeno in quelli di altri gruppi heavy!

 

Considerazioni personali a parte, la mattinata comincia in modo blando, con due band giovani. La prima a esibirsi fu Those Dancing Days, band tutta al femminile dedita a un indie-pop spudoratamente retro nei costumi, nelle voci, nelle pettinature e nei suoni. Il loro set è stato piacevole per pochi minuti ma alla lunga stancante e penalizzato dalla scarsa perizia della chitarrista, che zappava a casaccio col plettro sulla sua Fender. Nulla di cui lamentarsi se ripenso al successivo concerto, quello dei Dodos, che se su album sono approssimativi e non originali, dal vivo sono semplicemente soporiferi: hanno suonato un folk acustico senza la minima ricerca sulla melodia, a poco è servita l’atmosfera intima e raccolta dello chateau (un palco a forma di circo, con pochi posti a sedere disposti a semicerchio e qualche posto in piedi).

 

La mattinata prosegue nel peggiore dei modi, coi i Cult of Luna, a suonare il loro pedante post-metal, che speravo rendesse un minimo almeno dal vivo, mentre si è rivelato più inconcludente che su disco, risultando ripetitivo, noioso, senza un briciolo di ironia e pieno di clichés. Anche i Girls in Hawaii, promessa dell’indie-pop belga, dal vivo ha suonato un repertorio scadente, con pochi episodi tratti dal primo promettente album (che dopo cinque anni suona ancora piacevole) e tanta fuffa che non ha mancato di fare la felicità del giovane pubblico accorso a frotte.

 

Disperato, mi sono precipitato a vedere il concerto di Caribou, un evento stupefacente che ha rivalutato da solo l’intera giornata di venerdì. Da uno come Caribou non sai mai che aspettarti e stavolta ha stupito nuovamente tutti, presentandosi con una formazione rock di quattro elementi e proponendo cinquanta minuti di psichedelia allucinogena. Snaith passa dalla chitarra al laptop alla batteria, unendosi all’altro batterista in jam space-rock frenetiche, raggiungendo livelli di psichedelia paragonabili ai Boredoms di fine anni Novanta; è stata un’esperienza veramente indescrivibile e rinvigorente. I prossimi in lista sono i Tunng, che confermano la qualità dei loro album, riproponendoli dal vivo in un’atmosfera intima e magica, concedendosi qualche momento più da guitar hero acustici e facendo generalmente prevalere l’elemento chitarristico su quello elettronico.

 

Da qui alla fine della serata solo certezze, prima le Breeders, poi i Tindersticks. Le prime, campionesse del power-pop al femminile, hanno saputo conservare l’essenza e la freschezza dei loro primi lavori in studio, suonando divertenti, potenti, senza mai prendersi sul serio. Vedere Kim Deal è stato un’emozione non da poco: sempre pungente, volgare, aggressiva, sa mantenere lo propria personalità anche se la linea è ormai un vago ricordo; il concerto è stato un susseguirsi di sue battute sulla sorella, sul batterista, su una turnista, sul pubblico e sui metallari accorsi per i Metallica!
I Tindersticks invece si sono presentati sul palco accompagnati da un quartetto d’archi e da una sezione di ottoni e - nonostante l’austerità - hanno suonato con una potenza e una carica emotiva senza pari, proponendo pezzi da tutto il loro repertorio, con maggior presenza di brani più recenti. Il pubblico, tra i meno giovani che mi è capitato di vedere al Pukkelpop, è rimasto incantato di fronte a uno sfoggio simile di classe e delicatezza, meravigliandosi della figura indescrivibile di Stuart Staples, uomo d’altri tempi e frontman fuori da ogni categoria, a metà tra l’elegante e il sonnolento (gli è scappato uno sbadiglio a un certo punto!), che riusciva a fatica a trattenere l’emozione di suonare davanti a un pubblico così numeroso e partecipe.

 

Per finire, i Metallica, per alcuni la punta di diamante della giornata (se non l’unico motivo per trovarsi lì), per me una band di stanchi cinquantenni che ha suonato gli stessi pezzi abusatissimi, osando solo nell’inserire un paio di canzoni del primo album.

 

Sabato 16

 

Altra giornata esplosiva, con pochi ma grandi concerti, senza gli sforzi erculei fatti nei due giorni prima per riuscire a vedere più concerti possibili. I primi che riesco a incrociare sono gli esordienti Late of the Pier, che mi hanno letteralmente folgorato con uno show di dance-rock pirotecnico con richiami agli anni Ottanta, virtuosismi (il cantante suona tre strumenti e canta), repentini cambi di tempo con la sola costante del ritmo ballabile, che ha fatto la gioia dei presenti. L’unica pecca riguardava l’equalizzazione dei suoni, che è stata carente nei primi due pezzi, a causa di un fonico. Con l’adrenalina ancora a mille mi sono indirizzato verso gli Yeasayer, band tecnicamente ineccepibile, nonostante qualche pezzo non eccelso. Il loro pop contaminato di world-music (da qualche parte tra “Listening Wind” dei Talking Heads e Peter Gabriel solista) ha intrattenuto una folla di curiosi, attratta dai loro aromi mediorientali e indiani e dalle acrobazie ritmiche del batterista e del bassista (immaginate un omaccione conciato come Les Claypool che però suona il basso fretless con lo stile di Mick Karn).

 

Con mio rammarico ho avuto l’occasione di assistere allo spettacolo dei Manic Street Preachers: quella che era una delle più grandi band del brit-pop ora è un monumento in rovina, un gruppo hard rock da stadio vetusto e improponibile. L’apice della decadenza è stato toccato con due cover: “Pennyroyal Tea” dei Nirvana e… “Umbrella” di Rihanna! Indecenti.

 

Attestata la scarsa verve sul main stage dei Bloc Party, mi sono indirizzato verso lo shelter, il palco riservato ai gruppi più pesanti, con lo scopo di vedere i Neurosis. Il loro concerto è stato una delle esperienze più radicali della mia vita, un evento maestoso di grande musica dal vivo; la scaletta comprendeva i pezzi più doom-oriented dai dischi dell’ultimo decennio, con intermezzi drone/ambient tra una canzone e l’altra e proiezioni di immagini inquietanti in bianco e nero ad accentuare il clima lugubre dell’installazione. Fin qui sembra ordinaria amministrazione, non fosse che quella che ho sentito è stata una dimostrazione di assoluta potenza sonora: chitarre straziate e super-effettate, muri di chitarre ripidissimi a volumi improponibili e ritmi tribali ripetitivi che hanno fatto ondeggiare il pubblico come manichini per un’ora. Steve Von Till si conferma chitarrista geniale e completo, capace di sprigionare ondate di distorsioni, come di ricreare paesaggi sonori rarefatti e tesi; da non sottovalutare anche il loro carisma sul palco.
Ultimo concerto di questa mia avventura belga, quello degli M83. Il concerto comincia con un notevole ritardo, suscitando impazienza nel pubblico e irritazione nei musicisti, che si sono lasciati prendere dal nervosismo. Ciò ha intaccato la durata ma di sicuro non la qualità di un concerto davvero intenso, in cui le perle shoegaze-pop dell’album “Saturdays = Youth” venivano accelerate fino a trasformarle in originali brani da ballare, ottenendo un grande appoggio del pubblico.

 

Con l’unico rimpianto di non aver visto i Fuck Buttons, faccio ritorno, ricordando l’edizione 2008 del Pukkelpop come una grandissima esperienza di musica e un fenomeno sociale irripetibile... almeno fino all’edizione del 2009.

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