Una fusione inedita di industrial, gotico, psichedelia, new age e ambient music. Un crescendo di sinfonie tetre e solenni, pervase da un senso di suspence e di apocalisse. Tutto questo e molto altro ancora è Lycia, il progetto del chitarrista Michael Van Portfleet. "Il nome - racconta - è frutto del mio interesse per la mitologia greca. Volevo qualcosa che avesse un suono musicale ed evocasse i miti della cultura ellenistica".
Van Portfleet è nato a Grand Rapids (Michigan), ma ha vissuto a lungo nel deserto di Mesa, in Arizona, una terra che ha espresso molti nuovi talenti, a partire dai Calexico. Ma se la band di Joey Burns esprime lo spirito più caldo e trasognato del deserto, Lycia ne incarna quello più oscuro e desolato. La sua musica, infatti, è un lento calvario attraverso terre aride e straziate, prive di vita e avvolte in tenebre metafisiche. Una vera meditazione filosofica sulla morte, che rifugge gli stereotipi macabri di certo dark-rock per approdare verso la musica cosmica, sfiorando i toni del requiem e del canto gregoriano.
Tutto comincia nel 1989 con Wake, album che Van Portfleet incide assieme a John Fair (basso e rhythm-box). Il disco è ancora un abbozzo sperimentale, ma mette già in luce alcune delle peculiarità di Lycia: le atmosfere oniriche e cupe, che riescono a unire Brian Eno e i Dead Can Dance. La base di partenza, tuttavia, è il gotico britannico di Joy Division, Bauhaus e primi Cure, che sono tuttora tra gli artisti preferiti di Van Portfleet (insieme a Swans, Steve Roach e CindyTalk). Nasce così la tetra melodia di "Sing like siren", uno dei suoi primi classici.
Ingaggiato Dave Galas alle tastiere, Lycia pubblica Ionia, in cui incomincia a pieno titolo il suo viaggio nei recessi più inquieti e inquietanti dell'anima. Le sue sonorità sono bisbigli angosciosi e tenui melodie, marce funebri ("This moment") e divagazioni cosmiche ("November"). Domina un senso nichilistico di morte: "Il genere umano è in preda alla disperazione - racconta Van Portfleet -. Molta gente non lo ammette, ma sento che lo avverte nel subconscio. Nella mia musica cerco di trasferire tutto questo. So che esiste questo vuoto intorno a me, anche se nella mia esistenza cerco di ignorarlo, per vivere una vita felice. Ma so che là fuori ci sono le tenebre, ed è difficile riuscire ad evitarle. Forse l'unico segreto sta nell'equilibrio interiore, ed è su questo che mi sono sempre concentrato".
Il successivo A Day In The Stark Corner è un album ancor più maturo, che alterna momenti melodici ad apocalissi elettroniche. Un disco che - dice Van Portfleet - "ha a che fare con l'aspetto più caotico e oscuro dei sogni e delle emozioni". Svettano gioielli come l'agghiacciante sinfonia di "And through the smoke and nails", la strumentale "Pygmalion", la gelida partitura di "The morning breaks so cold and gray" e l'incedere thrilling di "Goddess of the green fields". Le tastiere elettroniche riecheggiano atmosfere cosmiche, ma non compromettono l'aspetto fondamentalmente terrestre della musica di Lycia. Una musica che potrebbe fare da sfondo una liturgia dell'Apocalisse. E' "la fine del mondo"? "Sì, il mondo un giorno finirà - dice Van Portfleet -. Forse la terra sarà risucchiata dal sole. Ma vedo tutto questo come un fenomeno fisico, senza alcunché di soprannaturale".
Dopo la divagazione "industrial" di Bleak, esperimento collaterale di Michael Van Portfleet e di Dave Galas, arriva il quarto lavoro di Lycia, The Burning Circle And Then Dust (1995). L'album vede un ritorno in primo piano della chitarra a scapito delle tastiere, relegate in sottofondo. Il timbro è sempre lugubre, ma meno apocalittico. Nel buio di Van Portfleet filtra qualche spiraglio di luce, e c'è spazio anche per sinfonie romantiche come "August", che riecheggia i primi King Crimson, per melodie gioiose come "The better things to come" e perfino per "raga" alla Doors come "In the fire and flames". Si respira, insomma, un'aria di salvezza e di redenzione, che deve fare i conti però con una perenne tensione di fondo.
Trasferitosi dal deserto dell'Arizona ai monti innevati dell'Ohio, Van Portfleet decide di incidere un concept-album dedicato all'inverno. "Il mio lavoro - spiega Van Portfleet - è sempre stato influenzato dal clima e dall'ambiente che mi circondavano. Prima era il deserto, con il suo senso d'isolamento, di repressione, ma anche di spazi aperti e di luce. Ora è la volta dell'Ohio. Ho passato mesi alla finestra a guardare gli alberi e i campi innevati. Un inverno nelle campagne dell'Ohio riesce a essere desolato come un'estate nel deserto, e altrettanto affascinante.". Nasce così Cold, opera maestosa, di rarefatta eleganza, che si avvale delle litanie della cantante Tara Vanflower, sulla falsariga di quelle di Lisa Gerrard dei Dead Can Dance.
Un ritorno al gotico? "Ci fa piacere che il pubblico 'gotico' ci apprezzi - racconta Tara Vanflower - ma non credo che la nostra musica possa rientrare in una categoria specifica. Credo che Lycia spazi attraverso vari generi: il rock chitarristico degli anni '80, un pizzico di industrial, di ambient, di 'space rock', di gotico, di country, e, perché no?, anche di rock-n-roll".
Il suono di Cold è immerso in un'atmosfera da incubo, raggelante e claustrofobica, che inizia con la marcia solenne di "Frozen" e prende via via corpo attraverso sinfonie funeree come "Drifting", acquarelli ghiacciati come "Polaris" o trance ipnotiche come "December". Il background è un insieme di melodie ipnotiche, droni elettronici, cantilene infantili, rintocchi funerei di campane.
Cold segna il vertice dell'arte visionaria e metafisica di Lycia. Un risultato che non sarà eguagliato dal successivo Estrella (1998), in cui il connubio con Tara Vanflower perderà gran parte del suo fascino magico ed esoterico. Non mancano episodi felici come la marcia spettrale di "Tainted" o la psichedelia cosmica di "Orion". Ma l'impressione è che Lycia abbia smarrito la sua strada. Poco tempo dopo, lo stesso Van Portfleet annuncerà il suo ritiro dalle scene.
Il ritorno con Tripping Back Into The Broken Days (2003) accentua la componente "ambientale" della musica di Lycia, stemperandone però progressivamente il fervore e l'inquietudine. Tra droni elettronici, arpeggi di chitarra ed eco persi nel vuoto, affiorano scampoli di soft-ambient-dark-pop, come l'iniziale, raffinata "Broken Days" o la misticheggiante "Gray December Desert". "Give Up The Ghost" offre i momenti più spettrali e drammatici, mentre l'intro strumentale di "Vacant Winter Day" segna un'altra incursione d'autore in quelle sonorità crepuscolari care a Van Portfleet. Nel complesso, un disco che non aggiunge molto al repertorio di Estrella.
La lezione di Lycia ha impresso a tutta l'estetica dark una svolta fondamentale. Ha accentuato la dimensione spirituale e metafisica del "rock delle tenebre". Ha aggiornato i canoni del rock con le intuizioni dell'ambient, della new age, della musica cosmica. E ha dato vita ad album memorabili con la piccola etichetta Projekt (fondata da Sam Rosenthal dei Black Tape For A Blue Girl), senza mai venire a compromessi con la macchina discografica (che, infatti, li ha sempre ignorati). Un altro nome, insomma, da segnare sulla lista dei grandi musicisti ingiustamente trascurati negli annali del rock.



