Quella degli Ulver è la storia di un viaggio. Un viaggio senza meta, destinato ad attraversare una varietà di spazi e tempi perché complesso, contraddittorio e mutevole è l'oggetto al centro della loro ricerca: l'uomo, con i suoi istinti e le sue speranze, consapevole della sua mortalità ma illuso di poter toccare l'infinito. Il passato, in simbiosi e sottomissione a un mondo naturale che è culla di leggende, sogni e paure; il presente, l'alienazione, la razionalità, illusione di benessere; il futuro, avvolto nel silenzio, nel vuoto, nel buio. Un viaggio che racconta la storia di tutti noi. Un viaggio che inizia nel 1992, a Oslo.
Natura e misticismo: la Trilogia black metal
Nel 1992 la Norvegia si appresta ad assistere impotente all'esplosione di quella second wave del black-metal che di lì a poco si renderà protagonista delle cronache, tra crimini e misfatti e una pioggia di album straordinari: in quel periodo molte band di giovanissimi destinati a diventare punti di riferimento nel genere, iniziano a contendersi lo scettro detenuto dagli ispiratori e prime mover Mayhem. Nella cittadina di Bergen la scena trova il suo fulcro, musicale e non. Ben noti fatti di sangue e di fuoco seguiranno a breve. Ma non ci interessano, il nostro sguardo si concentra altrove, nella capitale Oslo. Qui Kristoffer "Garm" Rygg, all'epoca quindicenne, si nomina capo carismatico di una banda di ragazzini ansiosi di dire la loro negli affollati sotterranei del metal. Accanto a Garm spiccano il chitarrista Haavard Jorgensen e il batterista Carl Michael Eide, più i comprimari Reza, Malmberg e Grellmund. Scelgono di chiamarsi Ulver, "lupi", guidati sin dai primi passi da un concept ben preciso, al cui centro c'è l'uomo, animale capace di elevarsi al di sopra della natura stessa, eppure in realtà sempre piccolo e inerme al cospetto di forze senza nome, ben più grandi e antiche di lui; di tutto ciò gli Ulver vogliono sottolineare e mettere in musica i violenti contrasti: l'armonia, la maestosità, la bellezza e la brutalità, gli istinti ferali.
Vargnatt, la notte del lupo, è il primo demo della neonata band, datato 1993. Idee ancora grezze e indefinite, ovviamente, ma sufficientemente originali per farsi notare nel mare magnum della scena in nero: gli Ulver dividono la ribalta con astri nascenti quali Emperor, Carpathian Forest, Satyricon, Enslaved e tanti altri. Ma i nostri ragazzini di Oslo appaiono subito diversi, sin dalle fonti letterarie a cui si ispirano: se le altre band giocano con satana e derivati, o con i vichinghi, le divinità pagane e via discorrendo, Garm attinge a "semplici" leggende popolari radicate nella vera anima della sua terra, al poeta del 17° secolo Thomas Kingo, al misticismo visionario di William Blake, scrive e canta i suoi testi in danese antico. Una personalità che, dopo un 7'' diviso con i Mysticum e un contratto con l'etichetta Head Not Found, condurrà la giovanissima band a dar vita tra il 1994 e il 1996 alla cosiddetta, fondamentale Trilogia black-metal.
Bergtatt (1994) ne è il primo, fondamentale, tassello: con una formazione ora stabilizzatasi a 5 elementi (Garm e Haavard più il secondo chitarrista Aismal, il bassista Hugh "Skoll" Mingay e il nuovo batterista Erik Lancelot) gli Ulver trovano il loro perfetto equilibrio, e la capacità di esprimersi a livelli mai toccati da nessuna altra band della scena. Bergtatt (traducibile come "presa dalla montagna") è un concept-album, oscura fiaba in 5 capitoli che narra di una ragazza smarrita nella foresta, sorpresa dal calare della notte, sedotta dagli spiriti che risiedono nel profondo delle montagne e da loro rapita e fatta sparire per sempre. Per rendere nel modo migliore il fascino del concept, gli Ulver molto semplicemente prendono il black-metal e lo sfigurano a loro piacimento. Già dalla partenza, col primo capitolo, "I Troldskog Faren Vild", si capisce di trovarsi di fronte qualcosa che non ha precedenti. La voce sognante di Garm fluttua in una densa nuvola di black metal rallentato ed etereo, una cascata di atmosfere di inquietante meraviglia. Solo da questo primo brano è già chiaro cosa distinguerà il cammino degli Ulver: la totale libertà espressiva innanzitutto; un gusto armonico e melodico capace di venir fuori anche dalle premesse più ostili, toccando le corde più profonde dell'anima; il fascino epico, astrale dell'eclettica voce di Garm. Lui è l'anima del gruppo, e le forme musicali da adottare sono quelle che lui ritiene più adatte allo scopo di ogni opera: questa unica regola porterà gli Ulver a cimentarsi ogni volta con imprevedibili e radicali cambiamenti stilistici.
Ma tornando a seguire il percorso della fanciulla protagonista di Bergtatt, troviamo il secondo e il terzo episodio dove in un black più "canonico" (con canto in screaming) si inseriscono alla perferzione ardite parentesi folk. Armonie e melodie che ad ogni istante vibrano di onirico, ovattato, e minaccioso, incanto. Nelle mani di questi giovanissimi e geniali esordienti il black-metal scopre la grazia e la fragilità, si rende conto di come dal proprio gelido scheletro possa nascere anche un calore impensabile. Sono proprio il calore, l'intensità, il potere evocativo, la bellezza pura di questo album a trasportare fin da subito gli Ulver in una nicchia tutta loro, rispetto al resto della truppa in nero. E la coda acustica che chiude l'ultimo capitolo - tragico, furioso, travolgente - è tra le cose più belle e commoventi mai ascoltate.
Epico e umano, tragico e maestoso, semplice e solenne, capolavoro bruciante e fuori dagli schemi, nei suoi appena 35 minuti Bergtatt rivoluziona un intero genere, ponendosi come pietra di paragone per tutti coloro - e saranno legione - che in seguito vorranno svilupparne le intuizioni, in particolare il ruolo della musica folk nell'immaginario black-metal.
Un ruolo che gli Ulver portano alle estreme conseguenze già nel successivo Kveldssanger (1995), secondo episodio della trilogia. Un disco di folk puro, e nient'altro. Se Bergtatt era ambientato nel cuore nero della foresta, ora la musica evoca serene immagini di gente semplice, abitanti di qualche villaggio dalle modeste casette in legno, al limitare di un corso d'acqua, e montagne maestose vi si specchiano. Il giorno volge al termine, è il tramonto e alcuni uomini intonano canti tradizionali. Pochi e isolati uomini che omaggiano una natura imponente, bellissima e spaventosa, da amare e temere. Ma al tramonto regna soltanto la pace. Il coro delle loro voci e lo scarno accompagnamento di chitarra acustica portano tutto il sapore del legno, del fuoco, del freddo. Questo è Kveldssanger, album acerbo e affascinante: L'accompagnamento musicale è scarno, dimesso, gentile; le canzoni sono brevissimi tasselli che compongono un unico mosaico di sensazioni ancestrali: tra queste distinguiamo "Hoyfjeldsbilde", meraviglia allo stato puro; "Nattleite" e "Naturmystikk" diventeranno dei classici. Perché pur nella sua giovanile semplicità, anche quest'album sarà decisiva influenza nel cammino di molte band straordinarie (su tutte gli Empyrium). I soli Garm (voce) e Haavard (chitarra) ne sono protagonisti, sporadicamente accompagnati da violoncello e flauto.
Finiti i canti della sera (= Kveldssanger), vediamo gli uomini rientrare nelle loro case. La serenità dura poco. Scende la tenebra. In essa prende forma una creatura mostruosa, improvviso e straziante risuona il suo urlo, disperata e bestiale la sua violenza viene liberata dalle viscere del tempo. Prende forma di (uomo-)lupo; uomo libero, diventato tutt'uno con i suoi istinti primari. L'uomo-lupo non ha freni, non ha pietà, non conosce pause nella sua corsa affamata tra gli alberi immersi nel buio e nel gelo. La luce della luna è glaciale. E la voce dell'uomo-lupo è un tormento atavico, è crudele e straziante. Nattens Madrigal, ultimo affresco della trilogia, ne è la celebrazione.
Estremo, feroce, trova la catarsi nella sua stessa violenza disperata. Un tesoro antico protetto da trappole mortali: per tutta la sua durata questo album è un assalto implacabile, musica al grado zero, sparata al massimo della sua potenza assassina. Lo screaming di Garm è straordinario per ferocia e intensità, vero centro attorno a cui gravita tutto il resto. La produzione è, volutamente, inesistente. Da ciò che a un primo ascolto sembra solo rumore insopportabile la band riesce però, di nuovo, a far venire fuori melodie epiche e drammatiche, culminanti in un episodio come "Wolf & Hatred", di travolgente bellezza.
Una volta scoperta la sua vera, e ancora una volta umanissima, natura non si potrà più fare a meno di questo nerissimo gioiello, ultimo e definitivo capolavoro del black-metal nella sua forma "pura", dato che in quegli anni (siamo nel 1996), spente le braci delle chiese date alle fiamme, delle faide e dei fatti di sangue, partorite le sue opere fondamentali, il genere entrava nella sua fase più adulta e matura, aprendosi alle più diverse contaminazioni. Gli Ulver, nel loro stile, preferiranno dare un taglio netto e voltare d'improvviso le spalle a una scena che pure li aveva già eletti a leggende viventi.
La metamorfosi, la perdizione, il silenzio
Terminata la trilogia, dopo dissapori con la forte etichetta Century Media, Garm preferisce l'indipendenza totale e fonda nel 1998 la sua label personale, la Jester Records. Nello stesso periodo si innamora della musica elettronica. Fondamentale per lui la scoperta di band quali gli Autechre e soprattutto i Coil. Rompe dunque i ponti con il metal e traccia per i suoi Ulver una nuova rotta, radicalmente diversa: prima tappa, fondamentale laboratorio di ricerca per ciò che verrà nel futuro, è un monumentale doppio album che mette in musica The Marriage Of Heaven and Hell, poema "visuale" di William Blake. Due ore circa di musica in cui si affollano i generi più disparati, talvolta senza capo né coda, altre volte con un'efficacia pari solo alla bellezza, di parole e musiche così distanti e così perfettamente unite. L'industrial-rock di "The Argument" ad esempio, e la trascinante "Proverbs Of Hell", quasi dei Depeche Mode in overdose di anfetamina.
Ma molti sono i momenti bellissimi, spesso anche solo i brevi intermezzi strumentali o recitati dall'ospite femminile Stine Grytoyr: momenti disseminati in un'opera di ambizione smisurata, senza dubbio eccessiva per la limitata esperienza di una band ancora giovanissima. Garm sfoggia uno stile di canto sempre più camaleontico e teatrale; negli stessi anni si diverte anche a cantare con i Borknagar (black-metal epico) e con i cerebrali Arcturus. "Song Of Liberty" assurdo, ma grande, ibrido di techno e black-metal, conclude nel modo migliore il kolossal e si pone come definitivo addio al passato: non è un caso che a celebrarlo siano proprio i vecchi amici "Black": Ihsahn e Samoth degli Emperor, Fenriz dei Darkthrone.
Ma la band non c'è più: se ne va Haavard, brevemente nei Satyricon e poi impegnato in progetti propri, se ne va Skoll, con gli Arcturus e dopo aver militato anche nei geniali Ved Buens Ende fondati qualche anno prima da Carl Michael Eide; per loro il mondo del metal offre ancora molti stimoli. Non così per Garm, che rifonda gli Ulver in tandem con il produttore Tore Ylwizaker, virando senza più indugi verso l'elettronica. Prima con l'incerto Ep Metamorphosis, poi con il capolavoro Perdition City (2000), affollato da fantasmi di jazz, trip-hop e post-rock.
Gli Ulver sono ora un'altra band che non ha nulla a che fare con il proprio passato. All'apparenza. Infatti a ben sentire l'umore è ancora quello denso e affascinante dei primi lavori, solo espresso con tutt'altri suoni, perché diverso è lo scenario in cui prende vita la nuova esplorazione: ora il protagonista - chiunque è invitato a riconoscervisi - è smarrito non più nelle leggende e nei boschi, ma nella vita reale e quotidiana, nella città moderna, nelle luci, nel traffico, nella solitudine. E' notte nella città della perdizione, i semafori lampeggiano e il traffico scorre di presenze inanimate. Luci arancioni, verdi, sbiadite si riflettono sull'asfalto umido; il peregrinare di un uomo solo in una folla di suoi simili, sagome indifferenti non diverse dagli alberi in cui si aggirava la fanciulla di Bergtatt.
Le canzoni sono ambienti freddi, finestrini bagnati, strade deserte, stazioni della metropolitana all'ora di chiusura: "Lost In Moments", "Hallways of Always", "Dead City Centres". Sono appartamenti in penombra, messaggi di addio in segreteria telefonica: "Porn Piece, Or The Scars Of Cold Kisses", "Tomorrow Never Knows". Battiti digitali e fantasie di sintetizzatori e improvvise sfuriate percussive che avvicinano agli apici emotivi del post-rock, come un impeto di reazione all'alienante scorrere di giorni sempre uguali: "The Future Sound of Music". E conclusivo abbandono in un nulla che annienta, ma consola perché porta in ogni caso altrove: "Nowhere/Catastrophe".
Album straordinario, Perdition City è l'ideale colonna sonora di una vita intera, fotografata nelle sue scene emblematiche, incarnata in umori ed emozioni: tutto ciò che conta. "Music for an interior film" è il suo sottotitolo. Ogni suo dettaglio è da scoprire e da godere, con pazienza e dedizione come richiede ogni grande opera d'arte.
Dal canto suo Garm, che ha sempre definito i suoi dischi metal come "semplici tappe necessarie alla nostra evoluzione", non si mostra particolarmente infastidito dalle rituali accuse di "tradimento" mosse dai fan più intransigenti. Buona parte del pubblico metal, anzi, continua a seguire e ad amare la band, felice di aprirsi con loro a nuovi orizzonti. Ormai sono una band di culto, citati anche in ambiti extra-musicali, e ogni loro nuovo album è atteso come una rivelazione. Sarà per questo forse che Garm decide proprio ora, sul più bello, di ritirarsi nell'incomunicabilità assoluta dell'elettronica minimale, influenzato stavolta dalla scoperta di artisti come Christian Fennesz. Nel 2001 escono a nome Ulver due Ep a tiratura limitata, raccolti l'anno dopo nell'album Teachings In Silence. Ancora una volta le sperimentazioni precedenti vengono condotte alle estreme conseguenze, in brani di oscura elettronica free-form totalmente strumentali spesso affascinanti (specialmente "Speak Dead Speaker") ma anche piuttosto inconcludenti: questi lavori, in cui Garm e Tore giocano con l'elettronica ambientale e glitch, si rivelano alla fine poco più che un'appendice agli album maggiori. Intanto al duo si è aggiunto anche il terzo incomodo Jorn H. Svaeren, già collaboratore della band per i testi e le traduzioni della Trilogia.
Un album di remix che festeggia i dieci anni di vita del gruppo è ancora meno convincente, malgrado vanti la presenza di artisti del calibro di Fennesz, Merzbow, Stars Of The Lid e Third Eye Foundation. Nel frattempo Garm continua a gestire la sua label, aperta a ogni genere di sperimentazioni, e tiene in esercizio la voce comparendo come ospite negli album di diversi amici, dai norvegesi Magenta e Star Of Ash ai magnifici Gathering. Inoltre fa coppia col musicista portoghese Daniel Cardoso per il progetto Head Control System, il cui primo album "Murder Nature" vedrà la luce solo nel 2006, all'insegna di un accattivante rock/metal nello stile di gruppi come A Perfect Circle.
Nuovo territorio di ricerca della band diventano intanto le colonne sonore: Lyckantropen per il bel cortometraggio omonimo del regista svedese Steve Ericsson; Svidd Neger è invece il titolo di un film norvegese per il quale gli Ulver realizzano una soundtrack di grande bellezza. Segue un altro improvviso cambio di rotta con l'Ep A Quick Fix Of Melancholy, nel quale ritorna in scena la voce, padrona di canzoni elettroniche all'ombra dei Coil più sublimi; brano memorabile è "Little Blue Birds"; Garm è tornato a cantare per la sua creatura principale dietro la grande richiesta dei suoi ammiratori, e lo fa con gli interessi: la sua interpretazione è esuberante, sentita, perfetta. Così come la sua cover di "In The Kingdom Of The Blind The One-Eyed Are Kings", classico dei Dead Can Dance rifatto dagli Ulver per una compilation-tributo.
Il ritorno, il sangue, le ombre
"A Quick Fix.." servì soprattutto come antipasto per il vero ritorno alla luce, il nuovo album, il primo in cinque anni. Blood Inside (2005) è il risultato di sessioni di registrazioni lunghe e complicate. L'album è in sostanza un ritorno alla città della perdizione, ma rispetto all'album precedente stavolta c'è una prospettiva totalmente diversa; il tono sconsolato di Perdition City è qui sostituito da un umore cinico e deviato, al limite della camicia di forza: un'umanità fotografata in preda a follia collettiva, avviata all'autodistruzione, vittima di falsi valori, stritolata da ipocrisie e religioni che annichiliscono ogni speranza, anziché arricchire lo spirito.
Concepito come album "ospedaliero" sull'instabilità, la malattia, la confusione, Blood Inside è di conseguenza un lavoro sovraccarico e disordinato: schizzi di sangue che volano sulle pareti, sarabande di colori impazziti, voce ultra-effettata e stratificata, produzione ingombrante a cura di Ronan Chris Murphy, già con i King Crimson. E in effetti proprio di progressive, destrutturato e schizofrenico, possiamo parlare. I brani procedono per accumulazione di timbri e ritmi: sovraccarichi anche di idee, fin troppo dispersive. Certo "Dressed In Black", "For The Love Of God", la sublime parentesi "Blinded By Blood", l'ansia omicida di "Your Call" sono momenti indimenticabili. Il disco nel suo complesso è però il loro lavoro meno compiuto, valvola di sfogo forse dello stress di una band senza pace, che trova anche il tempo per collaborare con i Sunn O))) in un breve episodio del loro "White Box".
In ogni caso, passato il tumulto c'è sempre spazio per la quiete; e se all'indomani di Bergtatt quella pausa si svolgeva all'imbrunire nel folk acustico più sereno e contemplativo, la calma che ora segue la tempesta di sangue e follia si manifesta in un'eclissi solare: Shadows Of The Sun (2007), ultimo, nuovo capolavoro.
E' il disco in assoluto più accessibile, nonché il più cupo e dimesso degli Ulver. Un disco nel quale l'umanità torna a rivolgere la sua attenzione a ciò che la sovrasta, e osservando l'eclissi per un breve momento torna a farsi cosciente dei suoi limiti e dell'imminenza della fine, della morte, dell'annullamento. Temi sempre presenti nel percorso della band, e ora più che mai in queste quiete elegie che riportano alla memoria sensazioni ormai sepolte nei recessi dell'inconscio, sensazioni senza nome che in quanto sconosciute fanno paura ma donano anche un inesprimibile senso di pace, serenità, armonia.
Sono brividi sottopelle quelli che sentiamo al cospetto di una parentesi irreale. "Eos" - "All The Love" - "Like Music" ce li fanno sentire. Nel culmine dell'eclissi, tra l'attesa ("Vigil") e l'evocazione ("Let The Children Go") della fine, ecco che "Solitude", classica ballad dei Black Sabbath, viene ricreata in forma nuova, e già classica. E mentre negli abissi di "Funebre", il buio sembra vincere, rapida arriva la consolazione; il buio totale non dura che un istante, le ombre sul sole se ne vanno così come sono arrivate, tornano a farsi dense e soavi. "What happened?" si chiede allora un'umanità attonita, e in lacrime. "What happened to us here?", domanda che nella sua semplicità è l'unica domanda che abbia senso farsi.
Nel 2011, la band nordica rimescola ulteriormente le carte, facendo tesoro dell'esperienza "ectoplasmica" degli Aethenor, per usare un'espressione propria del tastierista Daniel O'Sullivan, coinvolto insieme a Rygg nel progetto suddetto, e accasandosi presso la sempre più rinomata Kscope Rec. (Anathema, Porcupine Tree e Blackfield, tra i nomi più noti).
Dissonante, a-melodico e ondivago: Wars Of The Roses" rappresenta un ritorno verso i territori caoticamente destrutturati di Blood Inside, con l'aggiunta di un pizzico di egocentrico post-modernismo che mai fa male. Il mixaggio ad opera del celeberrimo John Fryer (Depeche Mode, Cocteau Twins, Swans ecc.) e le collaborazioni sparse con leggende dell'improvvisazione tout court come Stephen Thrower (Coil, Cyclobe), Stian Westerhus, Steve Noble e Alex Ward, stimolano la verve psichedelica degli Ulver, facendo sì che la scelta opinabile di sviluppare idee senza linee direttive di sorta lambisca un mondo di melodie dark sognanti ma, al tempo stesso, autistiche.
Wars Of The Roses, in altre parole, sembra fare l'occhiolino a una sorta di bipolarismo sonoro, i cui incostanti saliscendi emotivi vengono dissimulati nella sola iniziale "February MMX", il brano più linearmente pop-rock della carriera degli Ulver, nonostante una coda psichedelica che lascia bene intuire la direzione delle tracce successive. Espressionismo pittorico allucinato che, in "Norwegian Gothic" e in "England", si diverte beffardamente a mettere a duello la malinconia notturna delle tastiere di O'Sullivan con le linee vocali durissime e stonate di Rygg. La prima, misantropica nel suo incipit sussurrato, deflagra in un'orgia di violini, sax e xilofoni totalmente votati alla dissonanza. La seconda, invece, contrappone la struggente emotività sprigionata dalle note quasi classiche del piano a una teatralità vocale, il cui crescendo dilaniante materializza nella mente dell'ascoltatore le imprecazioni dell'Antigone di turno.
L'album disorienta istante per istante. Prova ne è l'improvvisa poesia del romantico duetto tra Rygg e Siri Stranger, dotatissima cantante R&B norvegese, in "Providence", brano vagamente accostabile "A Life All Mine" dei The Gathering: violino dolce da notte di luna piena, tastiere imbarazzate, chitarre acustiche, le cui creazioni fluttuanti vengono importunate dal break centrale di un sax avvolto tra spirali futuristiche. Se la psichedelia astratta e violentissima di "September IV" catapulta gli Ulver all'interno di una sorta di post-prog elettronico allucinato che tanto piace alla Kscope, "Island" svolge il suo compito in maniera minimale, lasciandosi prendere per mano dalla voce di Rygg su uno sfondo di chitarre pinkfloydiane.
L'impenetrabilità sentimentale del disco raggiunge il suo acme disorientante nei titoli di coda della lunghissima "Stone Angels": la sacralità intangibile dell'organo e il suono dilatato del sax fanno da sfondo all'onirica narrativa di Daniel O'Sullivan, che recita un testo del noto poeta americano contemporaneo Keith Waldrop. La dissonanza che si trasfigura, infine, in dolce poesia. Che sia questa la chiave di lettura ultima di un lavoro tutt'altro che facilmente assimilabile ma indubbiamente fascinoso nella sua riluttanza a trasmettere emozioni?
La risposta arriverà magari al prossimo appuntamento con questa inestimabile creatura musicale, che ha fatto del coraggio e del cambiamento la sua ragione d'essere, restando pur sempre profondamente fedele al proprio spirito. Per giunta incoraggiando molti altri musicisti a fare lo stesso, e infine spingendo ogni volta l'ascoltatore a confrontarsi con sé stesso, guardarsi allo specchio e, chissà, fermarsi un momento a riflettere sul proprio posto nel mondo.
Contributi di Davide Sisto ("Wars Of The Roses")



