La ricerca smodata dell'effetto piacere, dai club più
estremi della Mitteleuropa alle vere e proprie dark-room grondanti umori
lubrificati da litri di sudore e calore, è una delle linee di tendenza
perfettamente assecondate dalla Gigolo Records, etichetta fondata da Dj Hell e
legata alla scena electro più patinata e viziata.
L'immaginario electro-clash, attraverso la produzione di artisti
come Adriano Canzian, Miss Kittin, Tiga, Fishersponer e Vitalic, viene ben nutrito, gli
sfregamenti si dispiegano, le provocazioni e i voyeurismi si amplificano.
Il
pubblico electro è, per sua stessa natura, esteta: il pensiero pe(n)sante
è relegato ai momenti di necessità, l'erotismo regge il gioco delle parti, la
borchia e il rossetto rosso marcano il territorio e diventa superfluo parlare di
ogni qualsivoglia schema.
Il contenitore di questi istinti tutti terreni
pare trastullarsi nel suo stesso strabordare, e allora niente più scandalizza,
al contrario, questo status assurge alla sua ragion d'essere e può attrarre
anche chi, abitualmente, versa in inquietudini ben più profonde e stati d'animo
meno ridondanti.
L'attrazione si spiega anche nel corredo genetico di alcune
di queste produzioni, legate, in qualche modo, alla scena rock e, nello
specifico, alla musica 80's, nelle sue espressioni talora più sintetiche,
talaltra più dark.
Visto da quest'ottica, l'interesse che un gruppo
come i Crossover, creatura sui generis della Gigolo, suscita non
esclusivamente negli addetti ai lavori, non appare del tutto incomprensibile.
Il duo, costituito da Mark Ingram e dall'italo-americana Vanessa Tosti,
ex commessi del negozio di abiti vintage "Smylonlyon" di New York, studia
il piano di gioco a tavolino, insistendo innanzitutto sull'immagine della coppia
ambigua e trasgressiva, con un corredo fetish di tutto rispetto.
Mark
è la mente e l'ombra lunga maschile, Vanessa il corpo e la vischiosità tutta
fisica del femminino.
A distinguerli da molti dei colleghi della Gigolo
contribuisce da subito un certo intellettualismo, seppur legato a figure estreme
e borderline dell'arte di ogni tempo, come dichiara Mark in alcune
interviste, citando, tra gli altri, Alejandro Jodorowsky, il cui surrealismo
aleggia in molte delle situazioni raccontate nei due album, e Hieronymus Bosch,
dal quale par mutuare molte delle figure neo-mitologiche e oscure, seppur
attraenti, presenti nell'immaginario Crossover.
L'architettura viene
ulteriormente condita di interesse perché, sollevando un primo strato di
dichiarata attitudine danzereccia, si scopre una serie di citazioni tutt'altro
che easy: dai Suicide e il
loro incubo agghiacciato e agghiacciante, alla seduzione cerebrale ispirata
dalle creature spaziali di David
Bowie, sino a un salto nei meandri più oscuri del synth-pop anni 80.
L'identità reale viene subito abbandonata, lasciando posto a dei
personaggi creati ex novo per sedurre il mercato: come cerimonieri di
fantomatici rituali esoterici, Mark diventa Spaced Out Kid Humanoid aka Desmond
e Vanessa Darling-Starchild aka Verona.
In questa nuova veste, i due
incidono nel 2002, per la Gigolo, Fantasmo, disco piuttosto pretenzioso
nella sua molteplicità di spunti, ma interessante per lo scenario descritto.
L'identità più oscura resta ancora latente, ricoperta dalla sovrapposizione
di un approccio rap che disorienta e confonde le idee sulla morfologia del
gruppo.
Il rodaggio presso il pubblico inizia con una poltiglia electro-rap,
nervosa e inacidita, declamata con voce alterata da Mark e ingentilita dalla
provocazione di Vanessa ("Lucida Obscura"), che prosegue, smorfiosa, in
"Phostographt", sul cui ritornello il registro si dilata in sinuosità
à-la Goldfrapp.
Incubi
impasticcati riempiono la synth-dance di "The Great Katanza", a cui
seguono minacce riverberate da colpi d'arma da fuoco ("Green Teeth") e
crittogrammi che allineano ai Fisherspooner ("Kobé").
In chiusura, una
cantilena su di giri impregna un tappeto sonoro di suicideana
claustrofobia ("F.Lying T.Errible. W.Alrus") e un'invocazione allucinata toglie
il disturbo, carica di promesse per il futuro ("Phantom Hero").
Il giro
di boa verso la messa a fuoco più nitida della direzione da seguire avviene, nel
2003, con l'Ep Journey To Grob, in una versione di "Phostographt"
riveduta e corretta dal genio del remix Tiga, a cui segue una title track
accelerata da sincopi in fuga claustrofobica. La chiusura è un lungo
spoken nel quale si intrecciano, di volta in volta come ira funesta, eco
lontana, alterazioni e allucinazioni, vezzosità da lolita, le voci di Desmond e
Verona, con inserti di violino a enfatizzare l'atmosfera di per sé tesa e
misterica ("Over Exposure").
Dopo una pausa di due anni, riempita da
tour e auto-promozioni, sullo sfondo di un immaginario che si fa
progressivamente più colto, con la distribuzione, durante i propri show, di
libelli appartenenti all'insolita collana "Pirate Communiques" e la stesura del
libretto "Fantasmo", ormai scioltisi da qualche iniziale ingenuità, Mark e
Vanessa dimostrano di curare non solo la forma, nel rispetto del codice electro,
ma anche la sostanza. Ne viene fuori, nel 2005, Cryptic And Dire Sallow Faced
Hoods Blast Off Into Oblivion, album che, prendendo le mosse da certo
passato ripescato e rivitalizzato, approda a un mood a cui le abituali
vesti dance iniziano ad andar strette, nell'attrazione verso qualcosa di
più raffinato e decadente, che riporti indietro di almeno 25 anni.
L'incipit è un triangolo quasi perfetto di vischiosità recitate con
morbosa sintonia ("Disgrace Chateau"), marziale alterigia da fiaba gothic
su una tastiera che si sveglia dalla propria catatonia, aprendosi in spirali
fantasy ("Messages"), sinuosi racconti del cuscino in chiave synth-pop
("Chimera Chimera").
Spingendo oltre, la combinazione tra reminiscenza rap e
citazione dark, produce "Radio Spazio X", strana cavalcata recitata con
foga e segnata da dinamismi à-la Cure,
cedendo, subito dopo, il passo alla plasticità artificiosa dei tastieroni di un
tempo che fu degli Human League
("My Wave").
Nel mezzo, con l'animo ormai turbato e sovraeccitato, si
celebra l'elogio della sensualità, accompagnato dai preliminari accaldati di un
coito sadomaso, nel quale, quasi testimoniando la propria accondiscendenza,
interviene, sul finale, miagolante più che mai, Vanessa ("Pointy Little Teeth").
La seconda metà del disco, passando attraverso il reincarnarsi della Siouxsie di "Christine" nell'approccio
più famelico di Vanessa in "Psychic Babies", e il dilatarsi sul purpureo velluto
della ballata elettronica ("I Know Your Face"), si chiude con gli automatismi
di una synth-dance pronta a prestare il fianco a nuovi remix ("Bats Fly Free
Thru My Head").
Il solco, sotto le mentite spoglie dei cerimonieri e con
opportunistica ruffianeria dancefloor, una volta allargato il raggio d'azione a
un pubblico non esclusivamente electro, è segnato, e la forma è libera di mutare
nelle identità che, estemporaneamente, più le si confanno, nella miglior
tradizione dei maestri dell'ambiguità.



