Pholas Dactylus -

Pholas Dactylus - Il concerto delle menti

Formazione di nicchia del prog italiano, i bergamaschi Pholas Dactylus hanno realizzato un unico album denso di suggestioni: il visionario "Concerto delle menti"

di Paolo Palma

I Pholas Dactylus, sono una

delle parentesi più interessanti e convincenti nel panorama del rock progressivo

italiano “minore” degli anni 70. Il loro unico album, Concerto delle

menti, pubblicato nel 1973 dall’etichetta genovese Magma, è diviso in due

tracce a causa dei limiti tecnici del vinile e rappresenta una perla nel cosmo

della musica di quel periodo. E’ di certo un’opera sperimentale pregevolissima,

scevra dai barocchismi di cui molte volte il progressive si fregia. Più di una suite

dà l’idea di un “pezzo” teatrale, in cui il testo, recitato anziché cantato, ha

la stessa forza emotiva, se non superiore della parte

musicale.

“Tra poco voi salirete su di un

tram.” con queste parole sospese nel vuoto strumentale, l’album inizia con un

recitativo inquietante. Inquietante e visionario come tutto il resto del testo,

che proietta l’ascoltatore dentro uno scenario percettivo e

immaginifico.

La voce di Paolo Carelli è

impostata, ipnotica, è quella di un profeta dissennato dal tono minaccioso, che

ti trascina in un mondo lisergico e allucinato. Il testo è scandito da stacchi e

cambi di tempo, sorretto dalla parte musicale che in alcuni casi diventa

trascinante e coinvolgente, in altri si dilata e reitera in una sorta di

psichedelica accennata.

Le tastiere di Galbusera e

Pancotti si intrecciano in una trama di 50 minuti con la chitarra di Colledet su

una matrice jazz che serve come base.

Ci sono

tratti di quiete, in cui la voce è rilassata in aperture di ampio

respiro.

E’ un’opera che orbita attorno

alla mente come alternativa a un mondo a cui non si vuole appartenere, ai suoi

viaggi, alla forza dell’immaginazione che dà vita a una serie di allegorie e

simbolismi. E’ una fucina di alchimie.

Il testo a stralci ricorda le

pagine dell’Henry Miller più visionario o le righe zeppe di assenzio di

Baudelaire, ma con un senso apocalittico delirante che ci prospetta scenari

decadenti, viaggi a ritroso nel tempo in una visione circolare in cui il primo

giorno ciba l’ultimo. Esseri umani nudi e senza volto, rospi con occhi di gemme,

edifici fluttuanti, un boia, sei angeli di acciaio, un colosso dai piedi di

argilla, una tromba solare, un bimbo di pietra sono tra le figure che

incontriamo nell’incedere narrativo.

La seconda parte del disco

inizia in maniera incalzante, e in alcuni tratti ricorda alcuni album dei

Jethro Tull. Musicalmente è più

coinvolgente della prima parte, dove il testo era molto più

presente.

“Il tempo e lo spazio non ci

sono più” e cosi si arriva alla dissoluzione delle coordinate di riferimento,

l’uomo si perde, rimane fluttuante, sospeso fin quando non si arriva

all’epilogo, recitato su un tappeto corale di gorgheggi, che ha il senso e il

tono di un monito; è drammatico finché, incalzato dalla chitarra, acquisisce

vigore e ci lascia con un interrogativo.

L’opera, che

può sembrare ostica al primo ascolto, risulta alla lunga ben omogenea anche se

non manca talvolta di pretenziosità, non sempre disillusa. Sospesa tra

l’avanguardia di Christian Vander e il rock progressivo più convenzionale dalle

influenze jazz è un’opera che, a differenza di buona parte degli album di rock

progressivo, ha un valore intrinseco: ha il pregio della freschezza di una idea

nuova.

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Discografia

Concerto delle menti (Gror Records, 1973)
Pietra miliare
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