Arthur Lee, voce e chitarra, talentaccio dei
Sixties con l'ambizione – perennemente frustrata - del motivo da classifica,
trovò con i Love (e in special modo con Bryan Maclean, chitarra e voce), la
formula giusta per mettersi in luce. Non arriverà la gloria della top ten, ma
tre dischi impregnati di psichedelia, flamenco e tardo beat, a cui seguiranno
apprezzamenti di critica e pubblico, una puntuale tossicodipendenza e
un'inevitabile crisi: la storia dei Love si chiude con la tormentata incisione
di "Forever changes": è un prisma versicolore a cui forse manca il "dark side"
floydiano, ma che non difetta certo in visionarietà (magari più accomodante e un
po' meno insidiosa), forte del suo mix di acerbe suggestioni beat (Stones e Kinks) e di trip elettroacidi alla Byrds bagnati nello stupore estatico di
una latinità sensuale e decadente.
L'ascolto dona un senso di vertigine: la delicatezza
dell'arpeggio introduttivo di "Alone Again Or" scivola rapidamente in una
portata a base di flamenco-beat energico e struggente, con l'orchestra a
disegnare contorni vellutati e un grande assolo di tromba (di quelli che Stuart
Murdoch e soci devono aver ascoltato fino a totale assimilazione) a completare
l'opera. Segue la sferzante "A House Is Not A Motel" (che potrebbe essere figlia
illegittima di un insospettabile amplesso tra Keith Richards e Roger Mc Guinn),
percorsa da una specie di languore trattenuto che si dissolve in un finale ad
alto tasso psych, sui binari di due chitarre in fibrillazione e di un drumming
perfetto che non ha nessuna voglia di "montare" sulla musica (grazie a dio): di
fronte a tanta naturale esuberanza, si fa fatica a credere alle cronache che
parlano di session travagliate, con cinque musicisti sfibrati da
tossicodipendenze varie.
"Andmoreagain" è il ritorno prepotente del languore di cui
sopra, ma anche di quintali di dolce e sfacciata malinconia, innamorata del
dialogo a distanza tra un arpeggio acustico e il fremito discreto degli archi,
sugli scudi di una melodia che diremmo d'altri tempi se – complice la sua
disarmante semplicità - non suonasse ancora oggi tanto presente e viva. "The
Daily Planet" ha l'incedere saltellante e la contagiosa irriverenza dei migliori
Who, con qualche vago accenno – ma non
vorrei essere tacciato di eresia! – alle gioiose provocazioni barrettiane dei
primi Pink Floyd. Segue "Old
Man", un vagabondaggio tra bucoliche visioni folk che richiamano alla mente
suggestioni canterburiane o i primissimi Genesis. Insomma, un vero
caleidoscopio di gusti e fragranze, e il miracolo è che – almeno per il momento
– il tutto regge con perfetto equilibrio, in bilico tra visceralità, follia
dolciastra ed il risvolto oscuro delle fiabe.
"The Red Telephone", tanto per gradire, è ineffabilmente
sydbarrettiana, con un afflato melodico che riempie il petto e ci fa sentire
vivo il cuore: la solita straordinaria misura negli arrangiamenti e qualche
mossa azzeccata (il clavicembalo, i corettini, gli splendidi bordoni di violino,
la sghemba visionarietà del finale) ne fanno il capolavoro del disco. "Maybe The
People Would Be…" porta il suo bravo contributo energetico alla causa, con
l'irresistibile incoscienza degli umori latini magnificamente sposati alla
sempre più esorcizzata visionarietà psych. Suonavano davvero bene, questi
ragazzi del tempo che fu: sentite l'assolo di chitarra che sembra piombare in
"Live And Let Live" come la memoria di un incubo rollingstoniano, simpatia
diabolica inclusa, con echi di flagranza garage sullo sfondo. "The Good Humor
Man…" è un altro velluto a uso e consumo dei belleandsebastiani, mentre "Bummer
In The Summer" si appropria di elementi country e r'n'b, con l'interazione
chitarre acustiche-archi ancora una volta incantevole e vincente.
Si conclude con una "You Set The Scene" che inizia zampettando
sulla spuma di una vitalità (che amo ormai senza riserve), per poi
all'improvviso – con una dolce perentorietà che lascia senza fiato – virare
sull'ennesima melodia spaccacuori, con un miracolo di orchestra che passa sulla
scena, rarefatta come la soglia invalicabile di un sogno vaporoso: facendo le
debite proporzioni, potrebbe essere la loro "A Day In The Life".
Insomma, se ultimamente avete inseguito con trasporto e alterna
soddisfazione le tracce amarognole e le serenità minacciose dei Belle & Sebastian, di Badly
Drawn Boy e dei Sodastream, non dovreste tralasciare questo gioiello dei tardi
Sessanta, che come le pietre più preziose se ne frega soavemente del tempo che
passa e si permette di brillare, nell'angolino in cui lo ha relegato la Storia,
di fulgida luce propria. Cambiandoci – almeno un po' – per sempre.


