La storia dei Beach House inizia nel 2004. In quel periodo, Victoria Legrand, nata a Parigi ma cresciuta a Philadelphia - nipotina dell'illustre compositore francese Michel Legrand e della cantante Christine Legrand - decide di lasciare l'École Internationale de Théâtre "Jacques Lecoq", dov'era tornata per conseguire il diploma di recitazione, e seguire l'istinto dall'altra parte dell'oceano, verso la più sobria ed "economica" Baltimora. Qui incontra Alex Scally, uno stravagante studente di geologia divenuto nel frattempo apprendista falegname, col quale è subito intesa. I due si annusano fin dal primo momento, condividendo la stessa passione per organetti e suoni vintage. Di lì a poco, nasce il progetto musicale Beach House. In breve tempo, il duo matura un suono intrigante, avvolgente, sognante, luccicante sotto il profilo acustico, capace di rievocare in un sol colpo angeli e demoni. Tutto volge a un flusso anestetico e persuasivo di accordi mielosi e ritmiche sbronze, mentre l'assenza di orientamenti prestabiliti rende i due liberi dal peso di nuovi ingaggi. Difatti, la tavolozza è composta essenzialmente da tre elementi: slide guitar, tastiera e batteria programmata. Il risultato è privo di artifici esterni.
A un primissimo impatto, verrebbe da pensare di scatto a tante altre entità autosufficienti, su tutti gli svedesi Wildbirds & Peacedrums. Ma è nell'approccio melodico ai limiti del favolistico, nella modellazione oppiacea delle singole sfumature che i Beach House lasciano nell'ascoltatore un segno indelebile che fugge, anche solo in parte, da qualsiasi accostamento possibile. Le canzoni seguono una giostra che potrebbe ricondurre i nostri sogni ai Mazzy Star più celesti, o ai più recenti Brightblack Morning Light, passando per Sugar Plant, Big Star e Galaxie 500. Ma è solo un simpatico gioco di incastri e rimandi di circostanza. La forza del duo risiede tutta nella strabiliante fluorescenza delle melodie estrapolate con garbo da Scally e nell'ugola caldissima della Legrand, nella sua accattivante espressività. Non a caso, è la stessa cantante-tastierista a fornire un'anima grafica e testuale ai Beach House, evidenziando l'urgenza di correlare al suono anche una dirompenza visiva.
Il primo frutto di tale operato, "Apple Orchard", viene lanciato nell'etere nel 2005 attraverso uno splendido video amatoriale girato nei vagoni del Bullet Train che collega Philadelphia e New York. E a soli dieci giorni dal suo ingresso in rete, migliaia di click ne sentenziano già impetuosamente la valenza. Così, i Beach House penetrano ufficialmente nelle camerette di mezzo mondo. A tal proposito, la Legrand affermerà più volte di voler realizzare un Dvd contenete tutti i video della band, a conferma di quanto originariamente pattuito.
Altro aspetto fondamentale nell'evoluzione del suono targato Beach House, è la componente live. Sin dai primi passi, la coppia gira in lungo e largo tutte le maggiori capitali degli States, fino a coprire ben sessantaquattro date in diciassette Stati, rafforzando un sodalizio già di per sé indissolubile e delineando a ogni esibizione un'identità sempre più marcata. Se ne accorgono in successione Cat Power, Grizzly Bear, Fleet Foxes, Dum Dum Girls, solo per citare alcuni dei nomi eccellenti a cui i due prestano supporto.
Ma è l'assetto cinematografico fornito alla musica a stimolare sopra ogni cosa Victoria Legrand. Dichiaratasi fan di David Lynch, l'ex-teatrante di Parigi non ha mai celato la propria ossessione per la recitazione e la gestualità scenica. E così il terrore inteso come estatico possesso, elemento imperante nelle complesse strutture visive del regista di Missoula, diventa fonte d‘ispirazione per le partiture del duo. Ne risente in parte l'omonimo esordio Beach House, disco che mostra i sintomi di una profonda inquietudine, camuffati da un impasto sonoro trasognato, etereo e oscillante. Ad aprirne il sipario, è un carillon che gira a rilento sempre nello stesso verso, mentre un organetto sfasato incalza una nenia soporifera. Sullo sfondo, la Legrand pare addormentarsi in un sonno travolgente.
L'album è caratterizzato da una decadenza melodrammatica sospinta in un climax lo-fi denso di evaporazioni elettroniche, fraseggi vocali ovattati e sussurri noir. I testi narrano di frutteti dove ristabilire i propri sensi ("Apple Orchard"), di amori incondizionati ("Saltwater"), di sacrifici, attese e pagine bianche da riempire ("Auburn And Ivory"), di cuori infranti fatti di lacrime e sorrisi dai denti dorati ("Heart And Lungs"). Tutto vira verso l'amore perduto o un'estrema padronanza del proprio partner. E così, il calore fisico della persona amata diviene ossigeno per i polmoni. La Legrand calca, mediante le sue parole, i sentieri di una nuova forma di neoromanticismo, dove la corporeità e il dominio predominano sulle ragioni del cuore e della mente. L'album racchiude, seppur in forma acerba, le coordinate future del progetto Beach House.
Smaltite le prime fatiche produttive, nel 2008 i due decidono di dar vita a una nuova danza. Devotion riunisce i cocci dell'omonimo esordio in un puzzle slow-core ancor più mieloso e fatato. Una sequenza di canzoni dream-pop che scorrono come elegie tristi e felici, dolci e antiquate. Un perpetuo flusso sonico evoca un fascino remoto e inscena una creatura smarrita nel mare di luce. Victoria è un'esule, seduttrice e sedotta dal diluvio onirico e simbolico che è sparso dalle armonie. I suoi vocalizzi sono tenere e affannose pieghe di dolore quasi emanate dall'ambiente; contemplazioni di una Giovanna D'Arco avvolta in spire di panico, persa nell'abisso. Le tastiere e le chitarre irradiano i colori accesi e desolati d'un tramonto, echeggiando passione. Il canto è placido e ascetico come un sogno sospeso ed etereo. L'ascoltatore ne segue persuaso le ascese magnetiche e fendenti nella cornice d'una sfavillante decadenza, nel reticolo di un nobile e sensuale fardello nostalgico che satura lo spazio ("Gila", "All The Years"). La tintura musicale si distende e si fa anelito incrollabile, avvolto in un'aura di desiderio senza nome, che trascende il mero panneggio atmosferico. Le modulazioni romantiche mosse dal vento impregnano i sensi.
È il capolavoro del duo, la vetta incantata. Seguiranno "devozioni" e celebrazioni da tutto il web e da buona parte delle riviste indipendenti.
I due acquistano di fatto una notorietà che li condurrà fino al sommo produttore indie Chris Coady (Blonde Redhead, Celebration, Architecture In Helsinki, Tv On The Radio, Foals, e tanti altri). Ne consegue una maggiore fedeltà sonora, l'atteso sbarco a terra, la soluzione che lava e che libera. Teen Dream è sintesi florida e decisiva, reazione puntigliosa e civetta. Sempre più efficaci le lusinghe emozionali di Victoria, che ancora una volta incarna l'inquieta regina dell'isola, la sovrana di alture arcaiche e di tramonti che traspirano immobili, che va a perdere lo sguardo nel mare. Se la strumentazione vintage resta la stessa, più netti rispetto al passato sono i contorni, sui quali ha buon gioco Coady. Ripuntati i timbri, minuziosa la forma, smaltate le superfici cromatiche senza attenuarne l'ardore o scalfire l'estasi.
In Teen Dream la casa sulla spiaggia è rifugio e asilo senza tormento. Tra attese e promesse non v'è margine che per il sogno, e brani come "Zebra", "Used To Be", "Norway", "Silver Soul", "Lover Of Mine", "Better Times", "Real Love", "Take Care"... svelano tutti il soffio inebriante del classico e tracimano cariche di luce chiara; pallori di incanto atmosferico, a congiungere acqua e cielo.
Le risacche di corde e tastiere, d'organi e campane invitano l'ospite a restare e guardare dentro, a rinfocolare, ad assimilarsi. La spiaggia è lì, adornata dalle onde, dalle dune e da suggestive dimore per cuori dispersi.
A due anni di distanza dal successo riscosso con Teen Dream, Alex Scally e Victoria Legrand procedono spediti nel rimodernare la loro bella casetta sulla spiaggia, tra organetti vintage tirati a lucido e colori pastello con i quali tingere le pareti. Riposti definitivamente i primi vagiti lo-fi esposti nei primi due album, con Bloom (quarto disco sfornato in sei anni) i due Beach House paiono essersi allegramente adagiati verso una brillante e minuziosa formula dream-pop. Dunque maggiore cura di ogni singola rifinitura e melodie ancor più fatate e leggiadre a sottolineare la capacità di intrattenere l'ascoltatore mediante un neoromanticismo pop florido e ardente di passione. Inserire Bloom nel lettore significa essere invitati ad una festa in cui ogni stanza è accuratamente adornata di fiori e palloncini da far esplodere allegramente al proprio passaggio, tra giochi di luce e sorrisi smaglianti. Le atmosfere celestiali assumono dunque una centralità ancor più assoluta e ad ogni flemmatica partenza segue un'esplosione di gioia in cui poter cullare i propri sogni ("Wishes", "Lazuli"), con il buon Scally sempre più a suo agio nelle vesti dell'arrangiatore travestito da giullare. E anche quando pare subentrare per alcuni momenti un'insolita malinconia, è la consueta trasognata sospensione vocale della Legrand ad alleggerire gli umori ("Troublemaker"). Se Teen Dream poneva le basi per un "nuovo" celeste cammino, Bloom ricalca a meraviglia una formula dream-pop mai così perfettamente riconoscibile, confermando appieno la bontà e le preziose doti compositive del duo di Baltimora.



