Sulle scene da ormai più di dieci anni, Imogen Heap rappresenta uno dei pochi casi di artista femminile che, nell'affollato panorama anglosassone, mantiene la propria individualità al di fuori delle mode del momento; oltre a essere dotata di una voce molto particolare e di una spiccata originalità creativa, continua a scrivere e produrre canzoni pop intime e delicate di tutto rispetto. Perfettamente integrata nei tempi odierni dei social network come Facebook, YouTube e soprattutto Twitter (su quest'ultimo ha quasi un milione e mezzo di seguaci), sui quali è sempre molto attiva, la Heap è quell'artista che, ottenuti successi alterni di pubblico e lodati da parte della critica, continua la sua strada senza svendersi, tenendosi in stretto contatto diretto coi fan, usando quelli che chiama "Vblog" per documentare il progresso del suo lavoro.
Nel frattempo, si è pure costruita uno studio nel vecchio scantinato di casa dei genitori, "The Hideaway", nel quale ha interamente registrato il suo ultimo lavoro Ellipse.
Nata nei sobborghi dell'est di Londra, Imogen Heap mostra fin da bambina una certa curiosità per la musica, cimentandosi ben presto nello studio di pianoforte, violoncello e clarinetto. Insoddisfatta però dal rigore della musica classica e sentendosi sempre al di fuori dal gruppo di coetanei che frequenta ("Ero davvero troppo alta per la mia età e il mio modo di vestire non seguiva nessuna logica"), la Heap preferisce passare il tempo nascondendosi dentro un vecchio armadio a muro nel quale impara da autodidatta a produrre e manipolare suoni su un computer, qualità che diventerà poi il marchio della sua produzione. Quando poi da adolescente frequenta la BRIT School for Performing Arts & Technology di Londra (dalla quale sembrano passare tutte le popstar del momento, da Jessie J ad Adele a James Blake) ne consacrerà ulteriormente le doti.
I primi anni la vedono prendere parte in varie collaborazioni, che la portano, tra l'altro, a conoscere Guy Sigsworth, che diventerà amico e collaboratore fidato per gli anni a venire e col quale condivide una passione per pesanti manipolazioni sonore e melodie pop. Sigsworth stesso (che già aveva lavorato con Björk) diventerà poi produttore d'eccezione per molte altre star più conosciute, tra le quali Madonna (è sua la mano su "What It Feels Like For A Girl", uno degli episodi più riusciti di "Music"), Britney Spears e Alanis Morissette per "Flavours Of Entanglement", nel quale è facile sentirne l'apporto nelle cascate elettroniche piuttosto estranee al conosciuto suono della cantautrice canadese (ascoltatevi "Versions Of Violence" per averne un'idea).
All'epoca però Sigsworth frequentava ancora la scena underground londinese e stava collaborando con Alexeander Nilere e vari musicisti al progetto multiculturale Acacia. La Heap partecipa attivamente alle esibizioni live della band nei club della capitale e collabora come seconda voce su quasi tutte le tracce del suo esordio, "Cradle". Purtroppo solo un paio di singoli sembrano ricevere buoni commenti dalla critica, così beghe legali e una casa discografica ancora un po' riluttante finiscono per bloccare l'uscita del disco, prevista per il 1997, tanto che "Cradle" non raggiungerà mai i negozi. È comunque vivamente consigliabile l'ascolto di quei brani per chiunque voglia addentrarsi nello strano panorama del "pop underground" di metà anni 90; seppure ibrido e spigoloso, "Cradle" è un esperimento musicale alquanto unico nel suo genere, forte di una strumentazione molto complessa e di una produzione di studio particolare. Sonorità etniche (indiane e africane soprattutto per ovvie appartenenze geografiche dei diversi musicisti che vi collaborano), ritmi dance, trip-hop, chitarre e influenze post-rave si mescolano ad ariose melodie pop, intonate dalla voce quasi soul di Nilere. Il singolo "Maddening Shroud" (del quale filmano pure uno stralunato video) riapparirà anni più tardi su Details, frutto del progetto della Heap e Sigsworth a nome Frou Frou. L'originale testo e la melodia upbeat della sessualmente confusa "Sway" riceverà lodi critiche, mentre meritano di essere segnalati anche una a dir poco curiosa cover di "The More You Ignore Me, The Closer I Get" di Morrissey, e i cori su "Simpathy", "I'm In Love With Love" e soprattutto "Woe Woe Song" (con tanto di mini assolo di organo), che mostrano i primi germogli della Heap che verrà. La particolarissima "Unfulfilled Desire", con soffuse atmosfere tropicali, è il perfetto connubio fusion dell'intero progetto.
Dopo la delusione e il conseguente scioglimento del progetto Acacia la Heap continua la sua strada, scrive canzoni e rimane comunque in contatto con gli ex-membri della band.
Dopo un'apparizione per il concerto del Prince Trust in Hide Park, la Heap ottiene un contratto con la Almo Sounds e nel 1998 arriva iMegaphone (anagramma del suo nome e cognome), il suo primo progetto solista vero e proprio. Con l'aiuto di Sigsworth e soprattutto con quello di Dave Stewart degli Eurythmics in cabina di regia, l'album viene preso più sul serio e il supporto della casa discografica lo fa notare a una fetta di pubblico più vasto facendogli ottenere generalmente un buon riscontro.
iMegaphone presenta sicuramente dei bei suoni e delle belle idee, ma il songwriting è ancora molto acerbo e adolescenziale, collocandosi più che altro nella scia delle "ragazzine incazzate", inaugurata qualche anno prima dalle varie Fiona Apple e soprattutto da Alanis Morissette con "Jagged Little Pill", ma riprodotta in versione più acid-pop e molto meno graffiante. "Shine" potrebbe tranquillamente essere l'equivalente di "You Learn" mentre il manifesto di "Sweet Religion" è la "All I Really Want". I vari singoli estratti come "Getting Scared" e "Come Here Boy" e soprattutto i video dai sapori alternativi che li accompagnano fanno scoprire al pubblico una ventenne dalla forte personalità, i capelli in disordine e una voce particolare, tutti elementi che rimangono impressi, nonostante le canzoni scivolino via un po' innocue. Da notarsi però in chiusura del disco la notevole "Sleep", a sorpresa una bellissima ballata dalle atmosfere rarefatte e magistralmente cantata a fil di voce, che inaugura pure la curiosa abitudine della Heap di finire ogni disco con un brano decisamente più lento. Un'altra delusione però l'attende quando la sua casa discografica non approva il seguito di iMegaphone in quanto sprovvisto di hit single, tanto che in seguito a un cambio di gestione interno, la Heap si ritrova tra gli artisti scaricati dall'etichetta.
Di nuovo senza contratto la Heap non si perde d'animo e partecipa a varie collaborazioni, tra le quali una con il gruppo hip-hop/funky Urban Species, scrive "Meantime" con gli ex-compagni Sigsworth e Nilere per la colonna sonora del film indipendente "G:MT Greenwich Mean Time" e canta su un disco di Jeff Beck.
Dopo un invito in studio quasi casuale da parte di Sigsworth, che ha bisogno di una mano per un suo nuovo progetto solista, i due si ritrovano a fine sessione con il demo di "Flicks" e decidono di completare un intero album insieme. Sotto il nome Frou Frou arriva nel 2002 Details, il primo vero lavoro nel quale la Heap che mette a frutto le sue idee e esperienze passate.
Ascoltare Details è come nuotare nell'acqua gassata. Ogni canzone è una piccola sinfonia pop nella quale ogni suono acustico registrato da strumenti tradizionali viene estrapolato, levigato e poi rimontato in un lavoro certosino, che contribuisce a creare atmosfere leggere, fresche e impalpabili. Il timbro aspirato della voce di Imogen e il suo falsetto sono perfetti per le melodie e gli arrangiamenti delle undici tracce del disco. Il suono di Details risulta infatti molto omogeneo e i vari singoli da essi estratti (in Italia arrivò principalmente via Mtv il video di "It's Good To Be In Love", ma si notino pure le altrettanto conosciute e più valide "Breath In", "Let Go" e "Must Be Dreaming") sono orecchiabili fin dal primo ascolto, pur restando prodotti di tutta classe, abilmente in bilico tra pop ed elettronica intarsiati da una strumentazione ricercatissima. "Psychobabble", il brano più "scuro" del disco, si avvale della Bollywood Strings Orchestra per finire la canzone su una sezione d'archi suggestiva e drammatica, mentre la già citata "Maddening Shroud" del periodo Acacia suona decisamente più fresca e "Only Got One" offre la più bella apertura melodica del disco sostenuta da una batteria serrata. Nella già citata "Flicks" la Heap usa la voce non solo per cantarne il testo ma per farne pure vocalizzi onomatopeici da accompagnamento, un espediente suggestivo che fa ancora oggi parte integrante del suo stile, e lo stesso vale per le belle e delicatissime assonanze di "Shh". Da notarsi in chiusura la splendida ballata "acustica" di "The Dumbing Down Of Love" che aggiunge le note jazz di una tromba da brividi alla voce sussurrata di Imogen.
Tra le inedite non incluse nel disco ma disponibili in rete, una menzione a parte merita "Old Piano", che usa i pochi accordi di un vecchio pianoforte scordato, sostenendoli con leggeri arrangiamenti elettronici in un'atmosfera da pomeriggio di pioggia primaverile, un saggio minimalista degno di David Sylvian.
Il disco raggiunge ancora una volta un discreto successo di pubblico, ma non sorpassa la soglia sperata dalla casa discografica, a causa forse dell'eccessiva raffinatezza pop dell'intera produzione per un pubblico che in quel periodo in Inghilterra almeno era in pieno fervore indie. Un anno dopo i due tornano insieme per collaborare alla colonna sonora di "Shrek 2" per la quale soffiano nuova vita in "Holding Out For A Hero", plasticone anni 80 portato al successo da Bonnie Tyler.
Sospeso di comune accordo il progetto Frou Frou, Imogen Heap continua a lavorare da sola ed è qui che inizia il curioso progetto che segue ancora oggi: mettere in rete costanti videoblog e stralci di brani, parole, suoni registrati in casa o per strada e campionati al laptop per mostrare ai fan il progresso delle sue nuove canzoni ogni settimana e allo stesso tempo coinvolgere chiunque ne abbia voglia a dare consigli o addirittura collaborare mandandole registrazioni. Annuncia di voler pubblicare un album da lì a un anno e ipoteca la casa per affittare uno studio e comprare gli strumenti necessari.
Nel 2004 Speak For Yourself è pronto e già attesissimo dai fan più stretti, ma stavolta la Heap (che ha imparato la lezione dalle esperienze precedenti) preferisce distribuirlo da sola via internet e per lanciarlo sul mercato crea la sua casa discografica indipendente (la Megaphonic Records), mentre in seguito licenzierà il disco a contratto unico alla Sony solo quando ormai è già diventato un discreto successo in Inghilterra e in America e ha bisogno di un supporto più grande per la distribuzione globale, senza che con ciò nessuno possa più interferire con le sue scelte artistiche.
Il primo vero successo per la Heap è "Hide And Seek", che risulta anche essere una delle più belle canzoni del suo intero repertorio. Un'inusuale traccia per sola voce sovraincisa più volte e filtrata dall'harmonizer, una melodia pura e lo splendido testo la fanno arrivare direttamente al numero 1 in classifica negli Stati Uniti. Ad ammaliare è sopratutto la voce che vola alta tra le ottave, scandisce il ritmo e crea forti assonanze nei momenti di tensione, per poi distendersi di nuovo.
Meno zuccherino del fratello Details forse perché scritto interamente da sola, Speak For Yourself è il disco della maturità e conferma la Heap a proprio agio nel poliedrico ruolo di autrice, interprete e produttrice, qualità piuttosto rara nel panorama pop anglosassone del momento. Pur su stili differenti questo disco sembra possedere le stesse qualità di "Soviet Kitsch" della collega Regina Spektor o anche di "Debut" di Björk, in quanto mescola una forte dose di personalità a una già discreta maturità di scrittura e di suono, ancora vergine ma ben lontana dalle fasi embrionali dell'esordio. Elettronica, pop, minimalismo e una miriade di loop si sposano alle sussurrate armonie vocali, trasformando anche le più semplici melodie in uno stile personale immediatamente riconoscibile, la "firma" della Heap. Il carillon in punta di piedi in apertura di "Headlock" che lascia poi posto a un vigoroso ritornello, la semplice ma sottilmente sofisticata "Goodnight And Go" (con Jeff Beck alla chitarra che le ricambia il favore di un paio di anni prima) e il puro pop elettronico di "The Walk" sono i brani più accessibili del disco, mentre un episodio come "Closing In", sorretto da diversi strati di tastiere e da vortici di pianoforte ipnotici che accompagnano la voce sui registri alti rimandano a momenti alla splendida Tori Amos di "From The Choirgirl Hotel".Seguendo più la scia di "Hide And Seek", "Just For Now" usa invece diverse sezioni vocali e poco altro per scandire un testo e melodia puramente "Heap". Vaghi richiami r'n'b misti a una produzione stile Royksopp fanno di "I'm In Love With You" l'episodio più electro del disco, mentre "Loose Ends" fa pensare che forse La Roux tiene questo disco da qualche parte su uno scaffale in camera sua. La conclusiva "The Moment I Said It", il tradizionale lento di fine disco, è il dolente racconto della fine di una relazione, delineato da uno splendido crescendo di piano e da un falsetto tanto intenso che quasi sembra di sentire lo spirito di Laura Nyro aleggiare nell'aria.
Strano però che "Speeding Cars", una bella e semplice canzone per voce e piano dalla melodia cristallina (che risulta anche essere una delle favorite dai fan in giro per il mondo) rimanga di fatto inedita e pubblicata solo sulla versione giapponese del disco.
Sono tuttavia le esibizioni dal vivo che ci mostrano la versatilità del personaggio "Heap". Sempre attiva sui suoi social network per mantenersi in contatto diretto col suo pubblico, fa audizioni online per scegliere un ospite diverso ogni sera per aprire i suoi concerti in America, dove si esibisce con il supporto di una band, ma è quando si trova da sola sul palco che l'intimità delle sue canzoni prende davvero vita. In piedi o seduta, con un laptop e diversi strumenti posizionati intorno, la Heap suona un po' di tutto, improvvisa basi con la voce o semplicemente battendo le mani (o, come ammette pure in un'intervista, battendosi sul sedere) e canta con passione le sue canzoni, esattamente come le vuole lei e come ci si immagina faccia in studio quando è da sola. Per avere un'idea delle sue tante esibizioni di quel periodo, merita di essere segnalata la versione di "Just For Now", eseguita live per la stazione Indie 103.1fm.
Quattro anni dopo, Ellipse
realizza le ambizioni dell'autrice in cerca di una linea stilistica personale che non rinneghi le sue influenze. Le sue performance vocali restano sempre al centro, il suo cantato-parlato caratterizza emotivamente tutta l'opera, le atmosfere restano amabilmente melodiche e zuccherine senza annoiare, i refrain sono intrisi di pop da classifica ma restano in possesso di una introspezione che rende il tutto rimarchevole.
Pur restando in bilico tra l'affascinante e il prevedibile, Ellipse contiene almeno tre o quattro brani pregevoli, ad esempio il dream-pop dell'iniziale "First Train Home", che si snoda come un bisbiglio elettronico evocando luoghi indefiniti su una struttura compositiva solida e non banale.
Una maggior attenzione ai ritmi conferisce al tutto una struttura maggiormente danzabile, che si concretizza nella contagiosa "Swoon", che dopo una serie di linee melodiche preparatorie si libera in uno dei ritornelli più eccitanti dell'album, impossibile non farsi trascinare dalla voce di Imogen Heap che corre sulle parole ("Let me be the Great Scott, tip top, pit stop...").
La convinzione di molti critici che alcuni brani non riescano ad andare oltre la funzione di sottofondo è spesso messa in discussione, infatti, è scorretto ignorare alcuni episodi di rilievo, come la raffinata "Little Bird" che resta in sospeso su poche note elettroniche post-moderne, qui la contemplazione si sostituisce alle emozioni più fisiche per uno dei momenti più intensi dell'album; la stessa magia si ripete in "Between Sheets" un'originale canzone d'amore costruita su poche note di piano e basso, sulle quali la voce ondeggia con toni armonici e sognanti.
Un po' di swing si scorge in "Earth" e "Bad Body Double", due divertenti canzoni pop nelle quali Imogen Heap gioca con la voce e sulla sua manipolazione elettronica, il risultato è una versione elettro-futuristica dei Manhattan Transfer.
L'album svela a ogni ascolto una varietà che rende l'insieme interessante; certo "Canvas" e "Wait It Out" sono gradevoli e "Aha!" non va oltre l'ingenua provocazione, ma l'unico brano strumentale, "The Fire", aggiunge mistero e fascino, mentre la ballata che chiude l'album,"Half Life", è una delle performance pop più suggestive dell'anno trascorso: note brillanti di piano, tocchi di violini, soffi elettronici e brividi vocali da gospel si fondono con magia, realizzando l'incanto spesso inseguito dall'autrice e qui felicemente reso sublime.
Ellipse è un album raffinato, capace di resistere alle accuse di poca originalità, pur non ospitando un hit single come "Hide & Seek", mostra una maggior compostezza e solidità che strappa qualche sorriso e qualche emozione.
Altro coevo progetto molto interessante è poi la collaborazione col regista Thomas Ermacora per il tema ecologico "Love The Earth". Dopo aver edito in undici movimenti quasi un migliaio di video ricevuti da amatori e anche registi affermati sul tema del "pianeta terra", Imogen Heap ha coinvolto il pubblico presente alla Royal Albert Hall di Londra, ha diretto via internet un'intera orchestra che seguiva la musica ispirata dai movimenti della natura filmati e proiettati su un maxischermo sullo sfondo del palco.
Nello stesso tempo Imogen Heap aggiorna la sua immagine con un look molto più eccentrico e ricercato rispetto agli esordi, che la fa spiccare tra la folla, come testionia il recente costume col quale si è presentata ai Grammy Awards, composto da una "collana" e da una borsa di plastica trasparente collegate via wireless a Twitter, dove apparivano in diretta reale i messaggi dei suoi fan e che lei ha voluto l'accompagnassero sul tappeto rosso perché "senza di loro non ci sarebbe mai stato l'input per questo disco". La Heap è infatti famosa infatti per organizzare "sedute di Twitter" live con i fan per comunicare in tempo reale mentre è seduta al pianoforte per farsi consigliare cosa suonare. E proprio grazie ai fan di Twitter, Imogen Heap inizia ad aggirare il grosso ostacolo rappresentato dalla mancanza di fondi che affligge tutti quei musicisti indipendenti che rifiutano di mettersi sotto contratto con una major per non sottostare ai compromessi spesso inevitabili (e viste le esperienze passate non la si può proprio biasimare).
Dopo aver ipotecato la casa per registrare Speak For Yourself, aver collezionato un paio di Grammy, ottenuto sempre la lode dalla critica e forte di uno zoccolo duro di fan che la seguono attivamente, Imogen Heap deve annunciare la sospensione dell'ultimo tour europeo perché si ritroverebbe in rosso di 20.000 sterline. La notizia scuote un po' l'industria e smentiscono tutte le affermazioni secondo cui, crollate le vendite dei dischi, oggi un musicista possa vivere principalmente di concerti. "A fine mese devo sfamarmi pure io" - confessa la Heap senza peli sulla lingua in un'intervista alla BBC - "e se avessi continuato con il tour avrei finito per perderci. Non faccio più soldi sui dischi venduti, e con i prezzi dei biglietti stabiliti da compagnie come Ticketmaster non posso permettermi di raggiungere tutto il pubblico che vorrei. Tutti dicono che sono ormai in giro da anni e danno per scontato che rimarrò sempre a fare musica ma purtroppo non è così facile". A fare compromessi sulla qualità dei concerti tagliando fondi o magari andando su un set più acustico non ci pensa nemmeno. E neanche pensa di svendersi provando a scrivere una nuova "Hide And Seek" E così su Twitter scopre di avere un discreto numero di fan in Jakarta, dove riesce a organizzare da sola un concerto per circa quattromila persone (un discreto numero per i suoi standard), che risulterà sold out. In poche parole la Heap va a tagliare l'intermediario piuttosto scomodo di una major, preferendo l'autopromozione. "Se voi ci siete, io ci sono".
Da questo contatto vivido con il pubblico e anche come forma di ringraziamento nasce così l'ultimo progetto originalissimo e piuttosto ambizioso della Heap che non ha molti precedenti nel mondo discografico (e che sarà difficile da trattare per qualsiasi recensore!). L'idea e' quella di realizzare un album in the making, mettendo in rete una canzone diversa ogni tre mesi massimo (o appena è pronta) per un periodo di tre anni, il tutto ispiratole ogni volta dal materiale mandatole attraverso un link sul suo sito internet da chiunque sia interessato al progetto. Finora ci sono state porte sbattute, bottiglie di plastica usate come maracas e le dolci noti delle dita di una mano che corrono tra le stecche di una persiana.
Il risultato "#heapsong1" (nome embrionale usato durante la fase di scrittura) è "Lifeline", uscita a metà 2011 e della quale esiste già un video. Il filo sonoro sembra essere quello dell'ultimo lavoro in studio, Ellipse, anche se suona meno accessibile e ha bisogno di più ascolti per essere interamente apprezzata. Il suono di un fiammifero acceso in apertura, una malinconica linea di piano, un ritmo minimale come quello di un metronomo (con più di un richiamo a James Blake) e quelli che s'immagina siano i suoni mandati dai "collaboratori esterni" d'eccezione, campionati in sottofondo, accompagnano una melodia semplice e d'effetto, che cambia di tono solo quando si fa sorreggere da un violoncello nell'intermezzo.
Si vedrà prossimamente quali nuovi frutti verranno a far parte di questo progetto, ma sarà interessante una volta finito riascoltare questa "Lifeline" per vedere cosa sarà cambiato in the making, cosa significano tre anni dal punto di vista musicale nel mondo di Imogen Heap e sopratutto cosa il suo pubblico sarà stato in grado di ispirare in questo unico esempio di "disco interattivo".
Contributo di Gianfranco Marmoro ("Ellipse")



