Ormai non ha quasi più senso ribadire che è impossibile, oggigiorno, avere uno stile completamente originale senza prendere a vario titolo riferimenti del passato. E' comunque sempre d'uopo farlo quando tra i pregi di una band si decide di annoverare la personalità, che, visto quanto detto sopra, è data non tanto dall'utilizzo di idee proprie, quanto piuttosto dalla capacità di rielaborare e far interagire elementi già proposti da altri per creare uno stile proprio. Per quanto riguarda il rock alternativo considerato nel suo complesso, i canadesi Arcade Fire sono riusciti in questo intento meglio di tutti gli altri, per due motivi: intanto, fin dalla loro comparsa sulle scene, è apparso subito chiaro che le influenze del David Bowie di "Ziggy Stardust", dei primi U2, del dark e della new wave non erano solo componenti di un puzzle, ma venivano utilizzati in modo da creare qualcosa di nuovo; in secondo luogo, è indubbio che dal momento stesso in cui la band ha iniziato a riscuotere successi, non c'è stata nessun altra proposta stilistica più imitata della loro. Con tante giovani band alla ricerca della loro formula magica: tensione epica, angoscia cupa ed energia adrenalinica, con arrangiamenti elaborati di stampo rock ma con un tocco orchestrale, melodie che non siano né troppo pop né eccessivamente sfuggenti e un cantato impostato in modo formalmente impeccabile ma portatore di una grande emotività.
Vista la poliedricità del loro suono, è facile immaginare come la band sia in realtà un collettivo con alcuni membri permanenti e altri ospiti chiamati ad arricchire con il proprio contributo un ventaglio di soluzioni sempre ricchissimo. Il nucleo base viene fondato dalle due voci, quella maschile di Win Butler e quella femminile di Régine Chassagne, a Montreal nel 2003. I due diventeranno in seguito marito e moglie, ma intanto, insieme ad altri musicisti, tra cui il fratello di Butler, si autoproducono nello stesso anno di fondazione un Ep omonimo, che verrà poi rimasterizzato e pubblicato nel 2005, e una delle canzoni, "No Cars Go", verrà nuovamente registrata per essere inclusa in Neon Bible, secondo album uscito nel 2007.
Gli Ep prodromici agli album importanti di solito vengono ascoltati a posteriori, ed è facile sentirne parlare come un contenitore degli elementi che nel frattempo hanno fatto la fortuna della band in questione, ma non ancora espressi al massimo del loro potenziale. Queste sette canzoni non sfuggono alla regola: il cantato è già carico di emotività e vede un ruolo prevalente da parte della voce maschile, con quella femminile che però interviene sempre nel momento giusto per giustapporre la sua dolcezza al timbro robusto del partner, creando non già una contrapposizione bensì armonie peculiari e determinanti creando una chimica d'insieme unica; le melodie sono già basate sull'equilibrio sopracitato; i riff di chitarra svariano tra morbidezza e spigolosità; i tempi della sezione ritmica sfuggono alla banalità senza comunque risultare mai eccessivamente arditi; gli interventi di tastiera e archi ingrossano il suono con gusto, senza che l'irrobustimento appaia mai fine a se stesso, e quando invece a corroborare il tutto arrivano leggeri e guizzanti giri di piano, il dinamismo sonoro aumenta, ma si rimane sempre all'interno dei binari giusti.
Lo sviluppo dei brani può essere o particolarmente lineare ("Old Flame", "The Woodland National Anthem"), o basato su una vera e propria polistrutturazione (la citata "No Cars Go", "My Heart Is An Apple"), o situarsi in una via di mezzo ("I'm Sleeping In A Submarine") e ogni canzone ha comunque una propria identità sonora e compositiva risultando allo stesso tempo coerente con tutte le altre.
Il potenziale, però, non è ancora espresso al massimo, perché il suono e il cantato sono ancora un po' acerbi: mancano, infatti, quella plasticità e quella capacità di modulazione che permetteranno agli Arcade Fire di aumentare l'altezza delle vette emotive raggiunte. Però il gruppo con questa manciata di brani mostra di essere già a buon punto, e per chi li ha ascoltati nel 2003, non dovrebbe essersi stupito troppo per quel che è successo già a partire dall'anno seguente.
Nel 2004 arriva il primo lavoro sulla lunga distanza, l'ormai universalmente noto Funeral. Tra i musicisti coinvolti c'è Owen Pallett, che attualmente non lavora più con gli Arcade Fire e che ha acquisito una notorietà ormai propria, dapprima con il suo monile Final Fantasy e poi con il successivo album pubblicato a suo nome.
Il disco è un esempio lampante di come nel rock, e non solo, le cose siano nell'aria e ci sia soltanto chi arriva prima ad afferrarle. E qui si parla soprattutto di un'attitudine, quella dell'anthem pop, che può usare come materia prima le più svariate suggestioni sonore. Idee e arrangiamenti sorprendenti emergono da un magma quasi spectoriano, e anche se la mira resta spesso ferma su un effetto emotivo un po' plateale, emergono una dedizione e un'approfondimento molto soulful e classici.
Quindici musicisti: voci, basso, chitarre, piano e batteria dominanti, ma archi, fisarmoniche, xilofoni e synth ben presenti a costellare le melodie e ad accatastarsi nell'horror vacui di queste dieci, stipate, stanze sonore. Con un titolo come Funeral la ricerca d'intensità innodica sembra quasi programmatica. Alcuni membri delle famiglie del gruppo sono morti proprio durante la registrazione dei brani, fra la fine del 2003 e l'inizio del 2004: il disco è dedicato a loro, con testi e musiche che toccano proprio le corde di un'affettività evocativa e desolata, dove il vuoto dell'assenza o della perdita viene riempito dalla condivisione corale della malinconia. Una scelta poetica che fa pensare a "The Village", il film di M. Night Shyamalan, dove un'illusione deliberatamente creata preserva la comunità dal male (ma in realtà la consola soltanto).
Qualche esempio: "Une année sans lumiere" è una ballata sorniona, che prima suona come se i Tindersticks o i Cousteau fossero interpretati dai Jesus & Mary Chain post-"Psychocandy", con un arpeggio d'elettrica iterato, mentre la voce di Win Butler richiama, sebbene con timbro meno epico e più sfibrato, quella di Ian McCulloch (Echo & The Bunnymen); nella coda s'impenna, sale l'elettricità e diventa proprio U2, con The Edge che si lascia grattugiare per finire in gloria.
"Neighborhood #2 (Laika)" è accompagnata da un mesto giro di fisa, mentre voce, chitarra, basso e batteria suonano PIL e i violini striduli incalzano nel ritornello come un Nyman cresciuto a no wave, invece che a minimalismo contemporaneo; poi si stemperano, a tratti, in un coro e una melodia da tradizione folklorica al chiaro di fuochi notturni. "Neighborhood #1" introduce il disco, emergendo natalizia da un caldo brodino di suoni che prepara allo scenario di quartieri innevati, persone amate, affetti e dolore che pervade tutta l'opera. Bellissima, come se "Last Christmas" (sì, proprio quella!) fosse stata scritta dai New Order e passata ai Tindersticks. Ancor più che canzoni, sono ibridi inni melodici per scaldare cuori in inverno. Quelli desiderosi di scoprire nuove mutazioni del romanticismo indie, per titillare l'immutabilità apparente della malinconia.
Funeral riceve una delle accoglienze più trionfali dello scorso decennio in ambito alternative, sia da parte della critica che degli appassionati. Anche se, in realtà, l'anno dell'esplosione del collettivo canadese è il 2005, quando il disco viene pubblicato anche in Europa e la band sbarca per le prime date dal vivo, Italia inclusa (a fine maggio, a Milano).
Il successo sa esercitare una grossa influenza sugli artisti. Hai più responsabilità e più opportunità. E' possibile che tu vada ottusamente avanti per la tua strada, ma è più probabile che si ricerchino soluzioni nuove, magari guardandosi intorno. Fatto sta che gli Arcade Fire, al contrario di molti colleghi contemporanei, si prendono una bella pausa prima di sfornare un altro disco, facendosi forti dell'onda lunga ottenuta.
Sviluppano un nuovo suono, tirano giù i pezzi, lavorando sull'orchestrazione; infine si recano "da qualche parte sull'oceano per registrare le voci" - come dichiara Butler, spiegando: "Molte delle canzoni del nuovo disco mi fanno venire in mente l'essere sul bagnasciuga, vicino all'acqua, di notte".
Tre anni, rischiando ampiamente eventuali paure di un calo d'ispirazione. Tanto c'è voluto per mettere al mondo Neon Bible, titolo e copertina tanto funzionali alla visione e alle liriche quanto brutti.
La band è riuscita a catturare una buona fetta di pubblico grazie alla sua natura bifronte, ossia l'essere al tempo stesso indie (attitudine loser, struttura stravagante dei pezzi, arrangiamenti non propriamente convenzionali) e mainstream (l'epos che sprigionano tutti i loro brani, evidente soprattutto in episodi come "Crown of Love"), pur penzolando ampiamente sul primo versante.
Bene, Neon Bible sposta un filo più in là la linea di demarcazione, pur senza superarla. Nel farlo opera i seguenti cambiamenti: a) un suono più corposo, fisico, irruento, globale e rock anziché danzerecciamente introverso b) riferimenti meno elitari e più di massa c) liriche più concrete e meno immaginifiche. Tutto ciò restando sempre Arcade Fire, anche se, ovviamente, non più quelli di Funeral.
Il primo singolo estratto, nonché apripista del disco (scelta azzeccata in entrambi i casi), la bella "Black Mirror", riassume in sé un po' tutte le caratteristiche principali del nuovo corso. Rumore dell'oceano ad accompagnare tutto il brano, chitarra acida e garage, orchestrazione a pomparne il tono, squarci di melodia epica a sorprenderne il reiterarsi. Vengono poi alla luce altre due novità. In primo luogo le voci: Butler canta molto meglio, mentre Chassagne limita il suo intervento, basato per lo più su improvvisi controcori d'arrangiamento, dal taglio molto eighties (sempre che siano opera sua) e flebili accompagnamenti. Una scelta indovinata, dato che lo smozzicato di lui è più adatto, per brani del genere, dell'onirico di lei. In secondo luogo il lavoro sugli archi, molto più professionale e preciso (e qui la mano è sicuramente della Chassagne).
Ma a dare la certezza che si tratti, anche stavolta, di un lavoro di qualità ampiamente superiore alla norma, sono i pezzi che seguono di qui a breve. La scavezzacollo "Keep The Car Running": cariche di archi, batteria e battiti di mani, insistenti note di piano, melodia ariosa e basso principe. "Intervention": un lungo bordone d'organo, chitarre acustiche e campanelli, religione e guerra, paura e amore, melodia spessa, recitazione e canto. "Ocean of Noise": waitsiano tremolio di basso a supportare una ballata dolente, rintocchi ed archi a scuotere ed accompagnare la più bella melodia sinora scritta dal gruppo. Un abbraccio sincero e profondo, con finale a sorpresa in tripudio di fiati.
Sono tre dei quattro capolavori del disco, e mostrano come la band cerchi, e riesca, a trovare un sentiero proprio, finendo in una sorta di new wave moderna: una seconda new wave più che quel revival di derivazione strokesiana.
Dove Funeral era più unico, ma di ispirazione precisa, questo capitolo due è più convenzionale ma dal respiro più ampio; e il parlare di wave andrebbe riferito più al metodo - un riciclaggio a tutto tondo - che alla sostanza. Si potrebbe addirittura provare a tracciare un filone, che andrebbe dai Fiery Furnaces ai Tv On The Radio (altro motivo dello scherzoso omaggio a Bowie, critico migliore di chi lo critica). Speculazioni semi-dottrinali, queste, che trovano la loro ragion d'essere nella maggiore varietà messa in campo, a volte in modo palese, come testimonia "(Antichrist Television Blues)": una lunga cavalcata di chitarra mozzafiato, letteralmente rubata dall'archivio di Bruce Springsteen. Laddove, dal versante opposto, è la sola "The Well and the Lighthouse" a concedersi pienamente al remake, con la sua chitarra Interpol, giochi di voce e orchestra retrò.
Poi c'è il ripescaggio di di "No Cars Go". Bella canzone allora, quarto capolavoro qui: specchio di come siano cambiati/maturati i suoi compositori ed esecutori. Rullate di batteria e folate di fisarmonica, chitarrismo wave, fiati, " hey " a raffica, crescendo di synth: tutti elementi già presenti e ora abbondantemente rianimati (più possenza e profondità; depurazione dal piglio amatoriale).
Insomma, con Neon Bible gli Arcade Fire sono diventati più maturi e consapevoli, riuscendo a tirar fuori un secondo disco che, nel valore dei singoli elementi, se la gioca con l'ingombrante predecessore. Magari perde la partita al limite: ma soltanto perché Funeral aveva un surplus d'insieme, alchimia assai difficile da ripetere, anche per un disco coeso e solido come questo.
Il disco ottiene nuovamente grande successo ovunque, e di conseguenza le location del tour a supporto sono molto ampie: in Italia, per esempio, la data si svolge in un'affollatissima Piazza Castello a Ferrara.
Gli Arcade Fire sono ormai una dimostrazione di come, da fenomeno nel microcosmo indie, si possa arrivare a calcare grandi palchi e a raggiungere un pubblico ben più vasto. Spesso il vero termometro, oltre alle vendite (comunque decisamente importanti per i canadesi), è l'attesa, l'hype che si crea attorno a un singolo da pubblicare, piuttosto che a un tour o, come in questo caso, ad un album in dirittura d'arrivo. E per il terzo disco The Suburbs questa attesa arriva a livelli spasmodici, probabilmente anche perché la band lascia passare ancora un periodo di tre anni tra l'album precedente e questo. Testimonianza ne sia il fibrillare compulsivo di blog e siti alla notizia del leak dell'album.
Accade però che magari il regalo da scartare non è così luccicante come la confezione, e l'attesa nel riceverlo, dovrebbero richiedere. Mettiamolo subito in chiaro: non è un brutto disco, ma infrange la potenza d'urto delle sue hit (e sono diverse) sugli scogli di un'eccessiva durata e di un certo spaesamento generale. Se infatti sia nel debutto che nell'opera seconda il mood era compatto, The Suburbs sbriglia le tracce da un progetto d'insieme, presentandole come episodi singoli e slegati gli uni dagli altri. La forza del frontman Butler risiede tuttavia nella capacità di scrivere belle canzoni, tese e oblique, pronte a mutar forma, a ergersi a muro, a svincolarsi. E qui le belle canzoni di certo non mancano. L'avvio è folgorante, l'uno-due iniziale ("The Suburbs" e "Ready To Start") lancia in orbita le aspettative, tracciando le linee-guida del suono Arcade Fire: chitarre tagliate, voce pulitissima, crescendo corali per giornate soleggiate.
Il prescindibile incedere, un po' scontato, di "Modern Man", accompagna "Rococo", barocca finanche nel titolo. La quinta traccia, pur non entusiasmando, propone un azzeccato moto ondulatorio che riaccende alla memoria gli splendori corali di Funeral. Stessi crismi con risultati pressoché uguali per la successiva "Empty Room", avvolta da chitarre dagli echi shoegaze. L'accoppiata "Half Light I"-"Half Light II (No Celebration)" riporta il combo canadese ai livelli che gli competono: il primo episodio, nel quale una commovente sinfonia d'archi si innalza limpidissima e malinconica nel suo incedere straziante, si accende e si spegne calorosamente. "Half Light II (No Celebration)" ne è perfetta simmetria elettrica. "Suburban War" e "Month Of May" non propongono nulla di nuovo, riciclata la prima, insipido rockettino (funzionale allo stacco rispetto alla magniloquenza fin qui udita, ma nulla più) il secondo, la nenia "Waster Hours" e le chitarre anestetizzate di "Deep Blue" non riescono a catturare davvero, cosa che invece riesce a "We Used To Wait", pezzo corale dall'incedere arioso, sulla scia di "No Cars Go". Ultimo acuto è la sorprendente meteora synth-jappo "Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)", non distante dal revival Eighties tanto in voga.
The Suburbs è forse l'album più studiato dagli Arcade Fire. C'è misura in tutto, meno pacchianeria e una focalizzazione verso il formato marcatamente pop. La formula funziona a dovere in certi frangenti, tuttavia finendo alla lunga con l'annoiare. Alti e bassi si rincorrono, il minutaggio eccessivo e cadute piuttosto evidenti fanno il resto. C'è però ancora una volta da sottolineare la mirabile capacità della band di scrivere canzoni pop come pochi altri sanno fare.
A conti fatti sarà forse questo album a lanciarli definitivamente nell'Olimpo, certo è che l'immediatezza, la vivacità e l'innocenza del debutto, ad oggi, rimangono ineguagliate.



