Oggi, quando
mettiamo nel lettore un cd di musica pop non commerciale, ci sentiamo perlopiù
esposti a ogni forma di bizzarria o idiosincrasia personale, e ci aspettiamo di
trovare uno stile implicitamente o esplicitamente conflittuale con le forme
tramandate, estraneo a quella fiducia nella centralità dell'io, a
quell'equilibrio tra tradizione e talento individuale, così tipico del rock anni
Settanta, che dava un significato universale alle vicende soggettive e
legittimava la coralità. Di solito, la musica popolare, dagli anni Ottanta in
poi, presuppone altri modelli di io: personalità ironiche e neocrepuscolari che
ostentano la propria marginalità; persone teatrali che trasformano la musica in
recita; persone narcisistiche che, con apparente ingenuità, raccontano la
propria storia in uno stile semplice, senza preoccuparsi se questa storia
significhi qualcosa per qualcuno; persone regressive che legittimano il proprio
discorso recuperando forme logiche appartenenti al linguaggio del preconscio e
dell'inconscio, ed esasperando così la propria natura privata, egocentrica,
involontaria e irresponsabile. A questi soggetti corrispondono degli stili
speculari: l'ironia formale, il manierismo, lo sperimentalismo coatto o una
musica ingenua, immediata e immemore della tradizione. Le opere che derivano da
queste personalità condannate alla solitudine privata, vengono presentate a un
pubblico sempre più distratto, annoiato, disinteressato o ironico. Del resto non
sono opere pensate per un pubblico [adattamento di una riflessione di Guido
Mazzoni].
All'epoca della formazione dei Judas Priest, tre decenni fa,
il rock aveva invece ancora un significato e una funzione sociale, faceva del
proselitismo, vantava forme, stili e stilemi; maturava cose da dire e poteva
dirle semplicemente. Parlare di gruppi come i Judas Priest significa parlare di
un'altra epoca rispetto all'odierna. E se alcuni di questi gruppi sono attivi
ancora oggi, significa solo che di quell'epoca non ci si è stancati e si ha
necessità di frequentarla, sia pure con tanta polvere di museo.
Tra i padri
fondatori del metal, ma senza essere
mai all'avanguardia come Iron
Maiden e Metallica, che pure
senza di loro sarebbero impossibili, i Judas Priest (Birmingham, 1970) hanno,
nel corso della loro lunghissima carriera, significativamente interpretato, in
buona parte creandolo, il suono hard di tre decadi. Quelle degli anni
Settanta, Ottanta e Novanta. Sad Wings of Destiny, il loro capolavoro, è
la summa dell'hard-rock più
prossimo al metal degli anni Settanta. Screaming For Vengeance -
anticipato da tutta una serie di album che ne elaborano le dinamiche - è la
fonte per il sound anni Ottanta di quel filone - rigogliosissimo - di
metal/hard-rock parallelo e irriducibile al metal classico degli Iron Maiden e
all'heavy-metal dei Metallica. Painkiller battezza gli anni Novanta,
dominati dal progressive-metal.
I
Judas Priest erano costituiti dai chitarristi Glenn Tipton e K.K. Downing e dal
cantante Rob Halford. Le robuste e avvolgenti tessiture dei primi - debitori
segnatamente di Ritchie Blackmore -, il falsetto potente e multicolore del
secondo, avranno un'influenza enorme sui posteri come sui contemporanei. Anche
negli atteggiamenti più esteriori, i tre fecero scuola, assicurandosi per le
loro sceneggiate le prime pagine delle riviste: dall'abbigliamento pelle e
borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho
rock, tra morbosità necrofila e sessuale ed epica rozzissima - di cui gli esempi
abbondano (basti attestare concerti con l'intervento di moto Harley-Davidson sul
palco). I Judas Priest, quando non le hanno create, hanno seguito le mode, mai
disdegnando di agevolare i loro introiti finanziari e di scendere al compromesso
col mercato.
L'esordio, Rocka Rolla (1974), non è il tremendo
album che di solito si vuole far credere. Uscito in un momento di stanca
innovativa dell'hard-rock inglese e del rock in generale, riesce, pur rimanendo
nell'alveo hard-rock, ad avanzare importanti passi verso quello metal. I debiti,
poi, non sono solo verso Deep
Purple ("Rocka Rolla") e Black
Sabbath ("Never Satisfied"), ma anche, ad esempio, verso i Traffic ("One For Road"). L'album
tenta in modo un po' confuso e ingenuo di porsi tra le varie correnti
dell'epoca; ha però la funzione di smuovere perlomeno le acque e, nella voce di
Halford, di preludere a esiti futuri che non si faranno troppo attendere.
Sad Wings Of Destiny (1976) è l'album che inaugura la New Wave
Of British Heavy Metal - considerando gruppi come i Budgie una transizione
tra i Black Sabbath e la NWOBHM -; non solo: è uno dei dieci album metal più
importanti di sempre. Per innovazioni e qualità intrinseca dei brani, siamo sui
livelli di "Paranoid", "Overkill", "Diamond Head", "Iron Maiden", "Kill'em All".
Siamo sui livelli delle altre due colossali opere del '76 - anno mirabilis per
il metal, come sarà l'83 - "Rising" dei Rainbow - anche loro basilari per la
NWOBHM - e "2112" dei canadesi prog Rush; il coevo "Technical Ecstacy" dei
Black Sabbath, infine, conferma il passaggio di testimone tra la storica band di
Birmingham e i nuovi campioni del metallo.
"Victim Of Changes" è il
capolavoro assoluto: sinfonia di chiara ascendenza Deep Purple e tipicamente
anni 70, ma con un carattere proprio - anche solo per l'acutezza della voce di
Halford - che le consente di dire e fare cose del tutto nuove. Altri capolavori
sono: "The Ripper", con un lavorio chitarristico colossale e di fondamentale
influenza, con atmosfera epica e desolata, tanto diretto - esistenziale - quanto
orchestrato; "Dreamer Deceiver", la quintessenza della "ballata progressiva" con
cui faranno miliardi tante mediocri band progressive-metal vent'anni dopo - con
brani imparagonabili ovviamente a questa superba ode alla mestizia e allo
sconforto; "Prelude", strumentale al pianoforte capace di toccare vertici di
tensione - e atmosfera - da un Morricone dark.
Gli altri brani sono:
"Deceiver" più sul rock n'roll (Ac/Dc) che sull'epico; "Tyrant",
perversa e cupa corsa alla ricerca di una melodia puntualmente trovata -
decisiva l'influenza dei Black Sabbath per la chitarra, specie ritmica (quella
solista incorpora suoni più sperimentali e "americani"): un po' in ombra il
resto della sezione ritmica; "Genocide", con chitarre acido-ruvide allora di
moda e nel complesso troppo succube dell'hard-rock degli Ac/Dc; "Epitaph",
melensa - e sui generis - serenata al pianoforte, capace però - oltre che
di far vedere tutte le doti istrioniche del gruppo - di collegare il surrealismo
dei Queen alla retorica dei Savatage
("Streets"), a mezzo di una soffice nostalgia; "Island Of Domination" è tutto
sommato una manieristica riproposizione dei capolavori, ma occasionalmente -
come nel ritornello, nelle distorsioni della chitarra, nei cambiamenti di tempo
- vanta intuizioni che racchiudono in sé tutto il perché del metal futuro.
"Victim Of Changes", "The Ripper", "Dreamer Deceiver" bastano queste tre
composizioni ai Judas Priest per entrare nella storia.
Con Sin After
Sin (1977) si inaugura l'interminabile serie di alti e bassi che costituisce
la caratteristica precipua dei Judas Priest, unico gruppo al mondo capace di
passare nel giro di un anno da un'opera assoluta come quella del '76, a una
assolutamente indecente - insostenibile e indifendibile - come la presente. Il
tutto quando a Londra infuriava il punk. Di luce propria vive "Here Come the
Tears", brano sperimentale e d'atmosfera che è un capolavoro d'intensità e
contrizione pari a quelli di Nick
Cave.
Stained Class (1978) cambia completamente le carte in
tavola, stabilendo quello che sarà il suono dei Judas Priest anni Ottanta,
capace di influenzare, più o meno direttamente, chiunque all'epoca si sia
approcciato al metal o all'hard-rock. Già l'iniziale "Exciter", veloce e
potente, è un brano capitale. Non da meno la pestifera "White Heat, Red Hot",
che stabilisce un altro buon numero di clichè. Più di canzoni belle, come in
Sad Wings of Destiny, si tratta di canzoni formalmente importanti. Gli
echi epici di "Stained Class" si sentiranno sino a King Diamond e all'epic-metal
degli anni Novanta; "Saints In Hell" riaggiorna da par suo i rituali malsani dei
Black Sabbath; "Savage" spinge sul pedale della pesantezza e la lunga "Beyond
The Realms Of Death" riporta a "Victim Of Changes", perdendo in fascino ciò che
acquista in forza.
Lo stesso anno esce Killing Machine (la
versione americana è del 1979 e si intitola "Hell Bent For Leather"), altro
lavoro solido e ispirato, oltre che, per l'epoca, davvero incendiario su tutti i
fronti. Si segnalano lo schiacciasassi "Delivering The Goods", "Hell Bent For
Leather" con un canto grottesco che prelude al rap, il capolavoro tenebroso
"Evil Fantasies", l'inno da arena "Take On The World". Sulla ballata
semi-acustica "Before The Dawn" si moduleranno le croci e delizie di tanti album
metal fino ai nostri giorni.
British Steel (1980) è il sesto
album in cinque anni e ha poco da aggiungere ai risultati estetici consolidati
nelle tre opere precedenti, che sono consistiti nel passaggio dalla massima
delucidazione del sound anni 70 ("Sad Wings Of Destiny") alla fondazione
di quello anni 80 - sound in parte negato dagli avanguardisti del genere Iron
Maiden e Metallica. Ora, l'epico che aveva contraddistinto "Sad Wings Of
Destiny", viene messo da parte per un contesto - dal suono ai testi - tutto rock
n'roll. Da qui in avanti, il trio Downing/Halford/Tipton prenderà per tutti gli
anni 80 il sopravvento su Tipton - che l'aveva avuto negli anni 70 - nella
composizione dei brani.
I capolavori sono: "Breaking The Law", con uno dei
riff più granitici e memorabili della storia e con una magniloquente ripetizione
del titolo come piace ai metallari; "United", irresistibile inno da arena capace
di fondare da solo una setta di adepti; "The Rage", vertice di malizia e
perversione - ma senza dimenticare, come norma, il lato più tetro e nero delle
cose -, ora tintinnato ora deflagrante. Gli altri brani sono: "Rapid Fire"
giostra di velocità quasi thrash (Motorhead); "Metal Gods",
quintessenza - nelle intenzioni, perché nella forma (vedi il ritornello) siamo a
livelli da "vocal-group"- dell'acritica dedizione al genere propugnata dai Judas
Priest - da qui il nostrano "Gods of Metal"; "Grinder", ancora sincope su
sincope e ancora riducibile a un mostruoso blues; "Living After Midnight", brano
tutto ispirato dai Kiss del decennio precedente; "You Don't Have to Be Old to Be
Wise" nulla di nuovo sotto il sole - enciclopedia di un quindicennio hard-rock;
"Steeler", squadrato e potente hard-rock da strada o combattimento, con immani
riff di chitarra.
Point Of Entry (1981) è per l'inizio degli anni
Ottanta quello che Sin After Sin era stato per tutti i Settanta: un passo
falso. Il problema è che nella nuova decade, ricca di glorie e riconoscimenti
per il gruppo, la rotta si inverte per cui, all'interno di un'enorme massa di
mediocrità, l'unico passa falso sempre essere quello, compiuto nel 1982, in
direzione della buona musica.
Se Sad Wings Of Destiny è il
miglior album dei Judas Priest anni 70 - e il migliore in assoluto -
Screaming For Vengeance (No. 17 in Usa) è il migliore degli anni 80,
nonché il culmine di quella parabola - da qui in avanti discendente - e di quel
sound avviato quattro anni prima con Stained Class (e parallelo
all'affrancamento dai Black Sabbath). È il prototipo del metal-classico, pur
ancora unto di hard-rock e non puro come quello degli Iron Maiden;
metal-classico, che rappresenta il filone alternativo all'heavy-metal - e a
tutti i suoi sottogeneri - dei Metallica. I capolavori sono: l'intro "The
Hellion" speculare al coevo "The Ides Of March" degli Iron Maiden, con cui se la
batte per l'epos granitico e oscuro che costituisce entrambe; "Electric
Eye", con i tre riff iniziali tra i più devastanti ed epidermici dell'intera
storia del rock (tra "Breaking The Law" e "Ain't Talkin' 'Bout Love" dei Van
Halen) - poi prosegue in tipico sound-artificiale anni 80, ma intriso di
esistenzialismo; "Pain And Pleasure", paludoso, lento e viziosissimo - anche per
via della melodia - rituale della perdizione. Gli altri brani sono: "Riding On
The Wind", di gran struttura e piglio da cantante nero di soul invasato;
"Bloodstone", che dopo una serpentina alla Eddie Van Halen si cala in un torbido
tunnel capace di affacciarsi in ambienti luminosi (la melodia); "(Take These)
Chains", brano di chiara ascendenza hard-rock, genere di cui incarna tutto il
potenziale di appeal; "Screaming For Vengeance", il brano finalmente
heavy e finalmente davvero veloce - per quest'ultima componente sarà a
dir poco basilare per i Guns n'
Roses; "You've Got Another Thing Comin'", troppo Def Leppard nell'avvio,
irresistibile nella strofa che introduce il ritornello, il quale però risulta
compiaciuto e troppo gretto; "Fever", impeccabile ballata al sapore d'infanzia e
abbandono, con un ritornello oggi improponibile - tutto sintetico com'è;
"Devil's Child", il vecchio vizio dei Judas Priest di compromettersi con gli
Ac/Dc - a queste stagioni davvero stantii.
Su Defenders Of The
Faith (1984) il gruppo riesce a stare a galla, cercando di adeguarsi ai
canoni che ha contribuito a stabilire, anche se, rispetto a Iron Maiden e
Metallica, con un suono tutto sommato hard-rock e vieto. "Jawbreaker", "Rock
Hard Ride Free", "The Sentinel" i numeri migliori, i brani che restano validi
ancor'oggi. Bene pure la cadenzata progressione di "Night Comes Down", con
l'incedere oscuro, anche se già risentito, proprio dei tempi migliori. In brani
come "Love Bites", la nascita e morte di un suono sintetico all'epoca solo di
moda e oggi solo ridicolo. "Some Heads Are Gonna Roll" è invece un epico
impacciato, a dimostrazione di quanto il gruppo si lasciasse agevolmente e
ampiamente sedurre dalla commerciabilità del proprio lavoro.
Dopo ben
quattro anni, segno che il gruppo al momento non sa fare altro che gustarsi i
soldi comunque meritatamente guadagnati, in Turbo (1986), preda dei
sintetizzatori, i Judas Priest inventano, forse senza volerlo, un nuovo genere:
il metal-gay. Sarà il loro album più venduto.
Ram It Down (1988)
sposta il baricentro dal pop all'heavy-metal di Defenders Of The Faith;
il problema è che il suono che ne risulta è tremendamente obsoleto. "Ram It
Down", ad esempio, strumentalmente è valida, sul modello dei Motorhead; è la
voce di Halford, nello stile e nel timbro, che non va: quella voce che forgiò i
brani migliori del gruppo, adesso è spersa e senza senso: potrebbe abbracciare i
generi che ha contribuito a far nascere, dal progressive all'epic, ma non
può farlo, perché la band non ha ancora un'identità in alcuna direzione. Per
"Heavy Metal" lo stesso discorso: spunti interessanti ma fine a se stessi della
parte strumentale e un Halford che si mette a fare il verso a Ozzy Osbourne.
"Hard As Iron" fa invece il verso agli Helloween.
Per titoli dei brani,
liriche, copertine, look del gruppo eccetera, qui più che mai vogliamo
sperare che siano volutamente insulsi, adolescenziali e stupidi, mero pretesto
per la musica, a prescindere dal fatto che se ne sia trovata una più o meno
buona. In caso contrario, saremmo di fronte a uno degli esempi più deleteri
dell'intera storia del rock.
Painkiller (1990) è l'ultimo,
grande, colpo di coda dei Judas Priest. Il migliore album da Screaming For
Vengeance, capace di far dimenticare tutti quelli inutili mediani, vede in
pratica un'altra band. Adesso essa suona come si suona nell'anno che corre.
Siamo anzi di fronte all'unico, vero album metal dei Judas Priest.
Precedentemente, anche nelle prove migliori, il gruppo aveva conservato sempre
un alone di hard-rock. Ora, questa duplicità tra metal e hard-rock che aveva
sempre caratterizzato il loro suono, i Judas Priest la spostano tutta a
vantaggio del primo. Grazie alla doppia cassa del nuovo batterista Scott Travis
e a chitarre squadrate come l'heavy vuole, l'album insuffla la voce
dark-epic di Halford in strutture che riprendono a piene mani dai generi
più in voga, come se i padri, con qualche imbarazzo per l'età, andassero a
lezione dai figli, portando però la loro esperienza e il loro fascino di
vissuti. Essenzialmente si può definire questa musica come "power-metal", nel
senso in cui si usa questo termine per gli Helloween: esemplare in questo
rispetto "Painkiller". La scrittura delle canzoni non è un gran che: non vi sono
belle canzoni. Il punto, però, che rende unico questo lavoro è nella fantasia,
nella foga e nella bramosia dell'esecuzione; si riesce davvero a far dimenticare
cosa si suoni a tutto vantaggio di un come che è ad alti livelli. Pur in linea
con mille altri lavori coevi, riesce a distinguersi tra tutti. Difficile, per i
motivi detti, segnalare un brano migliore dell'altro o più esemplificativo.
Tour de force di grande impatto sono di certo "Hell Patrol" e "One Shot
At Glory": d'alta scuola i numeri progressivi alle chitarre nella seconda e i
singhiozzi di riff deturpati dalle scariche della batteria nella prima. Vari
fantasmi vengono qua e là evocati: dagli Iron Maiden ("Between The Hammer &
The Anvil"), agli Accept, ai Manowar ("Battle Hymn" - non solo per il titolo) e
Mercyful Fate ("Metal Meltdown"), fino ai Diamond Head; comunque tutti ben
digeriti. Vi sono poi brani apparentemente retorici e in realtà, forse anche per
il gioco di produzione, anomali, come "A Touch Of Evil" che, per le tastiere,
largamente anticipa, ad esempio, gli Stratovarius.
Painkiller è
un'enciclopedia del metal anni Novanta, con il sentimento di un passato
luciferino e i presentimenti per certe direzioni metal del futuro.
Nel '91
Halford lascia il gruppo. I Judas Priest danno alle stampe, lentamente e
macchinosamente, due album col cantante Tim Owens. Quello di Jugulator
(1997) e Demolition (2001) è heavy-metal atmosferico, sterile e
zeppo di celluloide, ma se non altro aggiornato alle sonorità moderne e con in
più uno strascico retrò che non guasta. Se i momenti più imbarazzanti sono
ballate muffose come "Cathedral Spires", non mancano serpentine scalmanate e ben
piazzate, valevoli come sorta di musica preconfezionata per supermercati
metal. Il secondo album avanza poi tutta una serie di velleità che
dovrebbero oltrepassare il conformismo del genere. "Subterfuge" o "Machine Man",
per dire, si avvicinano ai Metallica di "Load". Del resto, i Judas Priest non
hanno mai esitato a scopiazzare di qua e di là nel tentativo di adeguarsi alle
mode.
Nel 2005 è la volta di Angel Of Retribution, con la
formazione originale (Halford, Downing, Tipton); ma in un mondo dove un Frank Black fa da spalla a un Brian Molko - accadde a Milano il 26
ottobre 2003 - il rock è senza dubbio morto.



