A oltre dieci anni di distanza dal loro lavoro d'esordio e con alle spalle la responsabilità di aver creato un filone artistico o presunto tale presto divenuto la manna dal cielo per discografici di tutto il globo terrestre, gli auto-proclamatisi "intoccabili" Korn sono ancora il complesso simbolo di un genere, il volgarmente detto nu-metal, che raramente ha proposto episodi notevoli, e che quando lo ha fatto, si è visto spesso sminuito dalla critica più esigente. Vuoi per l'atteggiamento perennemente post-adolescenziale, vuoi per l'innegabile presa che queste band hanno avuto sin dagli albori del nu-metal sui ragazzini d'America prima e d'Europa poi, col passare degli anni si è volentieri, e forse colpevolmente, dimenticato quanto di buono avevano effettivamente prodotto i Korn, padroni in rovina di un genere che fino alla sua morte, avvenuta recentemente e alla quale non tutti sembrano arrendersi, è stato l'emblema della decadenza del rock alternativo, in realtà mainstream, d'oltreoceano.
Se già con la stagione grunge i canali media avevano inscatolato e omogeneizzato una generazione di artisti in realtà tutti differenti fra loro entro un'unica corrente artistica e un identico stile di vita da proporre alle masse, con lo sparo di Kurt Cobain e l'arrivo sulla piazza del crossover estremizzato da Korn e soci, diventa ancor più evidente l'impronta che Mtv, questa volta anche in Europa, riesce a marcare su di una nuova classe d'età ancora lontana dalla consapevolezza e divinazione dell'era Napster.
Oltre la dovuta premessa, cercheremo in questa sede di sviscerare concretamente il percorso, in realtà non molto tortuoso o ricco di sorprese, del gruppo indiscutibilmente simbolo di un'intera scena, tralasciando, per quanto ci sarà possibile, tutto ciò che con la musica ha ben poco a che vedere, e di cui i Korn sono altrettanto fieramente incarnazione.
Jonathan Davis non è un bambino come gli altri. Ha vissuto un'infanzia tormentata, malmenato dalla matrigna, scacciato dai compagni di classe, timido e chiuso in sé stesso, trova difficoltà a rapportarsi con un ambiente sociale che non lo considera e comprende di aver perso già in età adolescenziale la sua sfida col mondo. Si rifugia quindi morbosamente nella musica, va a scuola truccato come Robert Smith, vestito di nero, ascolta ossessivamente le canzoni dei Duran Duran, ripudiando ogni compromesso con ciò che lo circonda. Jonathan Davis è un ragazzino che non sorride facilmente, e osserva gli altri crescere facendo le esperienze che lui vorrebbe fare, accumulando dentro di sé rabbia e insoddisfazione. Non è nemmeno facile la vita familiare, dove il padre naturale si è costruito una nuova famiglia, e Jon l'incompreso è presto costretto a cercarsi un lavoro per legittimare la sua presenza in quella casa. Viene assunto in un obitorio, dove è facile immaginare a quali scene egli possa aver assistito. In una situazione così propriamente nera, sarà, come per molti altri artisti prima e dopo di lui, la devozione per la musica a salvarlo dalla spirale discendente. I Sex Art sono il gruppo in cui Davis, assurdamente lugubre e malinconico per un ragazzo della sua giovane età, inizia il suo percorso musicale. La strada che poi egli sarà destinato a fare con i Korn, sarà di fatto proporzionale alla rabbia e ai tormenti vissuti e accumulati nell'infanzia; quando questi saranno ampiamente esorcizzati, la sua arte non avrà più nulla di emozionale e sincero da rappresentare, e progressivamente scadrà nella testarda emulazione di quanto già abbondantemente proposto.
Contattato dai chitarristi Brian "Head" Welch e James "Munky" Shaffer, rimasti colpiti dalla carica e della presenza scenica delle esibizioni di Davis con i Sex Art, Jonathan si unisce a questi per formare i Korn, una band che sarebbe partita dalle esperienze crossover della scena di Los Angeles per aggiungervi una componente metal fondando di fatto un nuovo filone musicale. Del gruppo fanno parte anche Fieldy, al secolo Reginald Arvizu, caratteristico e dotato bassista funky che da punto di forza diverrà col tempo un freno all'evoluzione musicale della band, e il batterista David Silveria. Dopo alcune registrazioni dimostrative, la Epic li mette sotto contratto, rendendosi immediatamente conto del potenziale commerciale oltre che innovativo di un complesso che suona con chitarre a sette corde, basso slappato, colpi duri e decisi alla batteria e un cantante assolutamente atipico per l'epoca. I contenuti delle prime canzoni poi si rivelano immediatamente forti e pericolosi quanto basta a fare colpo sulle schiere di adolescenti americani che ereditano dalla generazione grunge la rabbia e la dolorosa messa in scena delle insicurezze e dei tormenti altrimenti repressi dallo street-rock dei Guns'n'Roses, così come dal giocoso crossover di band quali Primus e Faith No More, spesso erroneamente ritenuti padri putativi di questo ingombrante nu-metal. La band di Patton non è mai risultata così dura e aggressiva come i Korn già nel 1994, nemmeno con "King For A Day", "Fool For A Lifetime" (che oltretutto è del 1995), le tematiche delle loro canzoni, così come le follie stralunate di Les Claypool, raramente sono state autobiografiche, e talmente dirette e crude come quelle di Davis. Senza contare poi tutti i colori che hanno arricchito la tavolozza dei primi Korn, che hanno reso la band di Bakersfield un modello, seppur discutibile col passare degli anni, per una miriade di gruppetti grossomodo trascurabili. Sono infatti gli effetti delle due chitarre, concettualmente più vicine a Tom Morello dei Rage Against The Machine, che non a quelle dei due chitarristi di contorno nei Primus e nei Faith No More, a impostare un suono più anomalo e deragliante, condito con le cornamuse dello stesso Davis (si ascolti l'ottima "Shoots And Ladders" dal primo omonimo album Korn, o "Dead" da Issues ad esempio), e da litanie, cantilene, filastrocche, sussurri e grida di un cantante deviante come pochi altri prima di allora.
Il primo album, intitolato semplicemente Korn, ha un po' lo stesso effetto che aveva ottenuto l'esordio dei Rage Against The Machine, con la stampa specializzata a prendere atto di questo nuovo fermento giovanile e a elogiarne le idee innovative. I brasiliani Sepultura, uno dei complessi metal più importanti di quegli anni, influenzano e contemporaneamente si lasciano sedurre dalla foga dei Korn, e invitano Davis a partecipare in una traccia del loro successivo album Roots. L'esordio è effettivamente degno delle attenzioni che raccoglie soprattutto nella madrepatria, con la partenza a carica di "Blind", la grande performance funk-metal di "Ball Tongue", il tempo dispari di "Faget", la aritmia deragliante di "Need To", e diversi altri episodi che rendono legittimamente questo album il simbolo di un intero filone musicale. Resta a discrezione dell'ascoltatore stabilire se e quanto sia sincero lo sfogo in pianto di Jonathan Davis nel finale del disco ("Daddy"), che si rivolge alla figura della madre naturale in richiesta di aiuto, perdono, o semplicemente di attenzione. Certo, però, che le tematiche di Davis colpiscono nel segno e migliaia di ragazzi disadattati e inetti si riconoscono nelle sofferenze di questo loro coetaneo così invasato e dolente. Qualcosa quindi si muove nel sottosuolo, e prima che ritorni la eco - i Deftones saranno di fatto i primi a rispondere alla chiamata dei Korn - il gruppo si mette al lavoro per la registrazione del secondo album.
La risultante è Life Is Peachy, prodotto per l'ultima volta esclusivamente da Ross Robinson, figura di non poco conto nel panorama del nuovo metal. E' soprattutto un disco in grado di allargare maggiormente i confini rispetto a dove la band era finora riuscita ad arrivare. Se l'effetto sorpresa ottenuto col primo album è ormai svanito, i Korn riescono a comporre e arrangiare canzoni perfino superiori a quelle dell'esordio dell'anno precedente. Lo shock industrial-tribale del frammento "Twist" e la ruvidità feroce ma melodica delle eccezionali "Chi", "Good God" (uno dei pezzi più duri mai proposti dal gruppo di Bakersfield) e ancora il refrain tutto sommato facile di "No Place To Hide", che anticipa le scelte che verranno fatte a partire dal disco successivo, nonché l'innodica "A.d.i.d.a.s." (acronimo per "all day I dream about sex") sono ad oggi i migliori numeri che un fan dei Korn possa sperare di ascoltare a un loro concerto. Non si può poi prescindere dal menzionare il record di volgarità stabilito nella divertente K@#%!.
Il successo del fenomeno Korn deve ancora sbarcare nel vecchio continente, o almeno, deve ancora farlo nelle proporzioni raggiunte in casa propria, quando la band sceglie di posizionarsi - definitivamente, ma questo i fan lo capiranno solo col passare del tempo - in un ambito prettamente mainstream e quindi ripulendo la sua proposta di parte dell'aggressività che le aveva permesso di emergere. Per la presentazione di Follow The Leader, i Korn lasciano organizzare alla casa discografica una parata di carri armati - a cui essi stessi partecipano - che entrano in New York per annunciare il ritorno dei padroni, visto che intorno proliferavano ormai diverse realtà di dubbio gusto in grado di clonare il suono e addirittura la voce di Davis. L'album è indiscutibilmente quello della svolta commerciale del gruppo, che strizza l'occhio per la prima volta all'hip-hop in una commistione non del tutto riuscita fra funky, metal, e appunto hip hop. E infatti i pezzi migliori di questo album - che resteranno alla memoria più per i loro clamorosi videoclip che non per l'effettivo valore intrinseco - sono quelli in cui, nonostante l'ammorbidimento del suono, Davis trova delle melodie azzeccate e discretamente orecchiabili. I brani iniziali del disco, "It's On", "Freak On A Leash", "Got The Life" e la sinistra "Dead Bodies Everywhere" sono facilmente indicati quali migliori episodi di un album che fra l'altro introduce ai più, nel brano "All In The Family", l'angelo e diavolo Fred Durst, che all'epoca produceva ancora musica quasi degna di nota, prima di divenire l'altro simbolo dello sfascio di certo rock americano.
I Korn dominano il Family Values Tour, un festival itinerante sul modello del Lollapalooza, con buona parte dei maggiori esponenti di questa nuova scena definita ormai "nu-metal", e in particolare con la presenza dei primi Limp Bizkit e Incubus. Il business appare ormai inarrestabile.
Un ultimo segnale di vita i Korn lo danno con Issues, del 1999, con il quale tornano a pestare duro senza disdegnare piccole sperimentazioni e buone armonie vocali. Prodotto da Brendan O'Brien, guru del periodo grunge, è l'album conclusivo del percorso artistico dei Korn, che successivamente riusciranno a proporre solo qualche buona canzone, a fronte di tante porcherie. Se ai più tornerà maggiormente alla memoria il ritornello tipicamente Korn di "Make Me Bad" - brano utilizzato come sottofondo a una pubblicità di una nota marca di scarpe - o il notevole video di "Falling Away From Me", non possono passare inosservate le nuove idee che Davis e soci utilizzano per arricchire la loro tavolozza di colori. Piccoli frammenti, come il sospiro indemoniato di "I Wish You Could Be Me" o l'anomala "4 U", a metà fra il seducente e il disperato, oltre ad altre canzoni effettivamente meritevoli di considerazione quali "Trash" o la violentissima "Somebody Someone", rendono Issues uno degli ultimi album riusciti dell'intero genere, che dal Duemila in poi produrrà pressoché ovunque pattume. Se infatti i Deftones nobilitano la loro arte ripescando nel cilindro le influenze dark-wave, i Korn restano fondamentalmente fermi al palo, fingendo e auto-convincendo loro stessi e i fan più ingenui di proseguire nell'evoluzione del loro sound.
Ne scaturisce Untouchables, un album meno che mediocre che non riusciamo a definire sperimentale, per rispetto di chi la sperimentazione la consegue veramente. Infatti, al di là di alcuni pezzi sempre più easy-listening, i Korn non riescono mai a lasciare il segno. Davis prova a sfruttare diversamente la propria voce, cantando di più e annaspando meno in tutto ciò che lo ha reso Jonathan Davis (buona tuttavia in questo senso l'opening "Here To Stay", col suo ritmo calzante in tempo dispari), Fieldy è immobile nel suo stile, e i due chitarristi sempre più copie sbiadite di ciò che erano. L'unico che forse non ha mai mollato la presa è stato proprio David Silveria, che anzi negli anni è riuscito con successo a passare da performance metal a brani che strizzavano l'occhio ai ritmi dance. Inutile elencare alcun brano, in questo come nel successivo album: i brani salvabili sono effettivamente scarsi numericamente, il gruppo ha "fatto il suo tempo".
Take A Look In The Mirror ci riporta dei Korn quasi opposti a quelli di Untouchables, quindi più duri e concettualmente rivolti verso i loro esordi, ma la vena ispiratrice è ben lontana, tanto che ormai Davis e soci risultano essere delle controfigure, delle caricature di sé stessi. Anche alcuni dei fedelissimi fan cominciano a rendersi conto del declino. A ben vedere però, non è che non vi sia stata decadenza fra altri grandi nomi di questo e di altri generi musicali contemporanei. I Korn, come si diceva, pagano certamente la loro immagine e ciò che rappresentano o hanno rappresentato.
Scaduto il contratto con la Epic, c'è tempo per una trascurabile raccolta di successi (divertente tuttavia la cover dei Cameo "Word Up") e l'apertura del teatro delle ridicolezze che vi risparmiamo, ma che ha visto al suo apice l'annunciazione della dipartita dal gruppo di Head, che "ha trovato Ges_" (con Maynard James Keenan che non rinuncerà alla ghiotta occasione per sfottere, e qualcuno ci crede pure quando il primo d'aprile dichiara di averLo trovato anche lui) e che viene sostituito inizialmente da un chitarrista che nelle date estive del 2005 viene fatto suonare da dietro al palco.
I Korn firmano un altro contratto milionario con la Emi, e con il produttore di Avril Lavigne si rinchiudono in studio per registrare, non senza continui battibecchi e accuse da parte di Head di essere dei profani lontani dalla luce divina, il nuovo disco See You On The Other Side, titolo forse sarcasticamente diretto all'ex chitarrista. L'album, come prevedibile, è totalmente inutile rispetto a quanto già proposto, rabbia gratuita e a tratti infantile: un festival della banalità, un industrial-rock spicciolo che solo i fan degli ultimi Marilyn Manson, quelli ben lontani dalle produzioni degli anni Novanta, potrebbe coinvolgere. I Korn sono sempre più melodici e ripetitivi (emblematico il finale con "Tearjerker"), nonostante l'aiuto in studio di Atticus Ross, dei 12 Rounds, ex collaboratore dei Nine Inch Nails, che aggiunge diverse basi elettroniche alle loro tipiche strutture. Quel poco di nuovo che si ascolta, quindi, non è farina del loro sacco. Ma è difficile che i Korn smettano nell'immediato di fare musica, forti del nuovo contratto appena firmato. Restano, per i meno intransigenti e per chi ricorda, i due primi lavori, che sono rimasti insuperati nel genere, e alcune buone cose successive, in parte disperse nel marasma dell'ultimo lustro.



