Paradise Motel -

Paradise Motel - Fantasmi d’Australia

La morte, come questa si intreccia con chi è ancora dall'altra parte del sipario, oscurità incombenti e nenie sognanti: questi sono i grandi temi toccati dalla band australiana, imperniata sulla voce mesmerica di Merida Sussex, l'intenso songwriting di Charles Bickford e i penetranti arrangiamenti di Matt Aulich. La tensione di emozioni a volte torbide, a volte cristalline rappresenta il minimo comun denominatore di una carriera che ha saputo spaziare tra diverse modalità espressive, ma sempre all'insegna di una grande classe

di Lorenzo Righetto

Cosa lega un’isola al largo delle coste sud-orientali

dell’Australia agli scenari del grande gotico americano, alle sue suggestioni

che si ripropongono periodicamente, inondando la coscienza collettiva? Là, come

nei luoghi più visitati dagli spiriti più lucidi nel decifrare ciò che si agita

dietro le quinte della letteratura (e non solo) americana – dal Maine infestato

di presenze ataviche, con cui la ragione vorrebbe scontrarsi, in un disperato

tentativo di addomesticamento, di Lovecraft, Poe e King al silenzio superumano

delle distese boschive di Twin Peaks – l’uomo occidentale si trova di fronte

una terra di cui non sa ricostruire il passato, un paesaggio intonso di

immensi, taciturni monoliti e indomabili estensioni di deserto immobile. È come

la drammatica, in un certo senso, realizzazione che il pianeta – e, con esso,

l’universo – esiste da prima dell’uomo e ad esso sopravviverà; che, magari,

entità ineffabili e imperiture sottendono al normale corso degli eventi umani.

Parrà strano, ma la musica dei Paradise Motel, gruppo di Hobart, Tasmania,

appunto, porta con sé tutte queste sensazioni, profondamente radicate nella

sensibilità culturale che loro appartiene. La notte australiana, le sue luci

lontane di galassie inarrivabili e di fuochi fatui, è la notte dell’Uomo, è un

tempo e un luogo in cui le sovrastrutture prettamente materiali dell’esistenza

si dissolvono e tutto diventa un intrico di suggestioni ancestrali, ineffabili.

Quanto di oscuro, pensieroso e torbido si dimena in superficie assume così, nei

momenti migliori della band, forme impalpabili che danzano su attraenti abissi

dell’anima, rilucendo del colore, abbacinante, dello stupore. Si dipinge così

il paesaggio, insieme rassicurante e terrorizzante, dell’Ignoto, in cui

risuonano preghiere a dei sconosciuti e incomprensibili reminiscenze.

È quindi un onirismo, quello degli australiani, da non confondere – non del

tutto, perlomeno – con quello, pregno di mitologia e venato di misticismo, dei

Cocteau Twins. Le canzoni dei Paradise Motel non sono delicate incisioni

neoclassiche, sospiri new age, ma

lampi epifanici in un’oscurità quasi aggressiva, incombente, propulse da

movimenti chitarristici incessanti, in uno slow-core tetro ma suggestivo, mai

ripetuto.

Scolpire luci e ombre in una “natura

morta”

Bad light followed all the way

da “Bad Light”

paradisemotel_7Di chi sono quelle scarpette da sposa infangate che costituiscono la

copertina dell’esordio dei Paradise Motel (Still Life, del 1997)? Sono,

forse, le scarpe di Laura Palmer, le scarpe della parte allo stesso tempo più

innocente e più oscura dell’uomo, attratte morbosamente dall’amore e, per

questo, dalla morte. Il veicolo di questi temi e di queste impressioni, questi

brividi che solleticano pulsioni primordiali, ancora occhieggianti da antri

oscuri del subconscio, è una canzone che diventerà un po’ un incubo ricorrente

– comparirà in diverse uscite della band – 

nella carriera dei Paradise Motel: “Bad Light”.

Facciamo qui conoscenza con la voce della Sussex, una voce impossibile da

attribuire a un essere in carne e ossa: impossibile ricostruire un volto,

associare movenze; l’unica figura possibile è quella di una voce  proveniente da qualche buio recesso della

mente, o da spiragli verso altre dimensioni, luoghi di incomprensibile e

ammaliante perdizione, labirinti di drappi rossi, nani danzanti e oscurità

impenetrabili.

Con scelte compositive (l’ossessivo, minuscolo riff di acustica, che si amplifica improvvisamente in boati

d’orrore) e di arrangiamento (il battito secco, tombale di batteria, il

minaccioso insinuarsi di basso), la cui responsabilità risiedeva quasi

interamente nelle mani di Matt Aulich, il chitarrista, i Nostri completano un

capolavoro del nuovo gotico. Eppure, dopo gli scorci vertiginosi di “Bad

Light”, è il pop rassicurante e leggiadro di “California”, il suo innocente e

incondizionato trasporto sentimentale (“Where are you now?” canta la Sussex con

l’angoscia di una giovinetta in amore), a imporre una dicotomia quasi bizzarra,

nell’espressività dei Nostri.

Niente di inaspettato, in fin dei conti, non è – ancora una volta – che

l’estremizzazione dell’ossessione tutta americana per la lotta fra il bene e il

male, rappresentata in modo estremo, quasi caricaturale (come fosse una

parabola zen), in Twin Peaks e qui riproposta secondo gli stessi canoni. Qui e

non solo: l’alternanza tra luce e ombra diventerà un vero e proprio marchio di

fabbrica della band, nei suoi velati e disturbanti presagi di morte e nei suoi

improvvisi, dirompenti slanci di vita, che si compenetrano, come nell’animo

umano – e come nel finale della celebre serie di Lynch.

Parte di quest’ultimo è certamente da attribuire al fascino indelebile della

ballata à-la Julee Cruise

(indimenticata musa di David Lynch) di “Calling You” e al suo incipit annichilente (i testi del gruppo

sono in genere curati dall’altro chitarrista, Charles Bickford), sussurrato in

un’oscurità immanente, superumana:

Do you remember?

A tiny speck of time

We both were searching

For something that was blind

Il vuoto che si riempie, nel seguito, è un crescendo voluttuoso, è un sogno

in cui si riconoscono i contorni della realtà, pizzicata come le corde del

violino che accompagna la Sussex (che voce!) nel suo refrain, magnificata da piccoli movimenti chitarristici e poderose

folate d’archi. È proprio la voce della Nostra che permette a ballate minimaliste

come “John” di sostenersi, con fugaci accordi di piano a rincorrersi sotto la

sua guida.

Emozioni controllate, ma mai represse, nel corso di Still Life, nei riff accennati ma incombenti di

“Circles”, nella pece e nell’acido della dilaniante “Men Who Loved Her”,

posseduta da rincorse vertiginose e da una Merida Sussex trasfigurata, fino

all’improvviso (e geniale) cambio di registro finale.

Verso la fine del disco i Nostri assumono toni un po’ sopra le righe (“F

Heart”), in processioni dalla ritmica e dall’espressività bizzarramente

sfaldate come quella di “Stones”. “La violenza e il silenzio”: questo

accostamento, utilizzato dalla band stessa in un’intervista per definire il

proprio approccio, diventerà il loro motto, a richiamare sinteticamente – e un

po’ affettatamente a dirla tutta – il loro interesse per le storie nascoste,

per gli aspetti più neri della società occidentale lucidata, smagliante.

“Rotte di volo” verso altri mondi

Grazie al successo ottenuto in casa propria, fin dalle prime pubblicazioni,

l’etichetta locale (Mushroom/Infectious) tenta un primo approccio con il

mercato anglosassone, ripubblicando in Inghilterra l’Ep d’esordio, Left Over

Life To Kill, facendone però una raccolta aggiornata prendendo brani di Still

Life e trasformandolo in un Lp a tutti gli effetti.

Intitolato dall’autobiografia di Caitlin MacManara, vedova di Dylan Thomas, il

disco proposto dalla band sorprendentemente supera Still Life, pur

presentando in larga parte gli stessi pezzi, per uniformità espressiva e

intensità.

paradisemotel_2L’inizio è il medesimo: “Calling You”. Ma, laddove in Still Life si

proseguiva con “California” (traccia qui del tutto abbandonata), lasciando un

senso di traballante ambiguità, qui ci si getta fin da subito tra le maglie

incatramate di “Dead Skin” e “Men Who Loved Her” (“The agony/Will set you

free”, e in effetti poi lo fa), in un gorgo di cui non si vede la fine, tra

chitarre violentate e sospiri sornioni di morte, improvvise trasfigurazioni.

La prima novità rispetto a Still Life è, però, la ballata d’archi di “Watch

Illuminum”, canto angosciante di un’anima intrappolata da un quartetto di

Beatles zombi – l’effetto contrastante tra il racconto dolente della Sussex,

echeggiato poi da un corno lontano, e il coro incalzante d’archi è a tratti

suggestionante. Tecniche riprese poi in “Desperate Plans”, sospiro d’amore un

po’ dimesso, che allenta la tensione prima del baratro innominabile di “Bad

Light”.

Tracce di pop anni 90 si scorgono infallibilmente, poi, nella bella “German

Girl”, con la sua ariosa cavalcata finale, che si conclude in un gelido

abbraccio. C’è tempo però per un’altra grande canzone, prima dei titoli di coda

affidati, ancora una volta, a “Stones”: “Ashes”. Il suo piccolo cambio

d’accordi traina il pezzo in un penetrante dinamismo, si guada balzando da un

tema chitarristico all’altro, tra abbozzi di crescendo emotivi e il richiamo

lontano di Merida Sussex che non lascia intravedere un possibile finale. Un

finale che si scopre più naturale di quanto si pensasse, un minuscolo riff adagiato su una liberante tregua

emotiva.

La vera “svolta pop” si ha però con Flight Paths (1999). I Paradise Motel

riportano a galla i propri ingredienti in una veste completamente diversa, dopo

i vagabondaggi per acciaierie abbandonate e cimiteri profanati di Left Over

Life To Kill – come se fossero passati dall’altra parte del grande sipario.

Grande collezione di canzoni, più che album vero e proprio, Flight Paths si

affida a una produzione massiccia, un uso degli archi più convenzionale e

diffuso (strabordante, a dire il vero), una costruzione delle canzoni che

allontana il sound della band dagli echi slow-core della prima produzione e li

avvicina a un alternative pop dalle tinte dream,

per il tentativo finale di convincere il pubblico aldilà degli oceani.

Un’estetica decisamente diversa, un vestito che si fa scintillante ma

sintetico, ma ancora grandi canzoni. “Daniel”, con le sue intense mareggiate,

il suo sviluppo trionfante, gonfio di sensazioni e impavido; “Heavy Weather”,

col suo refrain “This can’t last

forever”, ammantato della malinconia dei tormentoni estivi e assai ammiccante

al mainstream del tempo, col suo beat di plastica (si veda anche “The

Trees”) e gli intermezzi quasi rappati;

per i nostalgici, schegge di antiche passioni rivivono in “Hollywood

Landmines”, dal ritornello facilmente riconoscibile (“Knockin’ On Heaven’s

Door“).

Pare insomma che, con Flight Paths, la band le abbia provate tutte per

riuscire e, in effetti, ha messo insieme un’opera che avrebbe ben figurato

nelle hit parade del tempo, più

ispirato anzi di molti potenziali concorrenti. Il pezzo più famoso dei Nostri

rimarrà invece la loro cover di

“Drive”, celeberrimo brano dei Cars, contenuta nel disco (curioso, sotto

l’onnipresente coltre violinistica, affidare l’assolo di synth a una fisarmonica).

Acclusi in alcune edizioni del disco sono i Reworkings affidati ad artisti di

grande fama. Da una rumoristica “Lee’s Trees” (da Lee Ranaldo dei Sonic Youth),

si procede per una riverberante riproposizione di “Drive”, maneggiata dai

Mogwai, fino alla bella riconversione acustica di “Cities”, sotto la guida di

Mark Eitzel e all’ancor più riuscita versione alt-folk di “Four Degrees”, insieme agli Hefner di Darren Hayman.

Naturalmente prescindibili, ma testimoni di una crescente , anzi consolidata

considerazione dei Nostri negli ambienti della musica alternativa di fine anni

90.

Intorno alla pubblicazione di Flight Paths va così datato il loro trasloco a

Londra, che farà da base per i loro tour europei, di spalla a gente come

Sparklehorse, Mercury Rev e Grandaddy. Qualcosa succede, però: per un anno la

band non registra nuovo materiale e, agli inizi del 2000, si scioglierà. È un

interrogativo pesante quello che colpisce i Paradise Motel, incapaci di farsi

valere al di fuori delle mura domestiche, ma non solo: incapaci di “vedersi”

aldilà dei confini della terra natia, quella terra di orizzonti sconfinati che

ritroveranno insieme, con gioia, solo otto anni dopo.

Il ritorno in Australia: nuova linfa e

il risveglio di vecchi fantasmi

“Tornando

col pensiero a quando smettemmo di suonare insieme: vivevamo a Londra da

qualche anno e tutto andava bene, ma scoprii che avevo esaurito le cose da dire

– sentivo che era il momento di chiudere. In seguito i membri della band si

dedicarono a varie altre cose, io rimasi in Inghilterra per altri otto anni.

Quando tornai in Australia…Tutto ricominciò a parlarmi, ricominciai a sentire

di nuovo le canzoni, la musica. Fu tutto piuttosto naturale, poi: mi bastò

telefonare a un paio dei membri e parlammo delle nostre idee.

Charles Bickford,

“Yourgigs.com.au”

paradisemotel_4Forse è tutto qua il senso della reunion

del gruppo, che avviene otto anni dopo lo scioglimento. Otto anni in cui

Bickford attraversa peripezie andersoniane,

lavorando come designer e, con maggior successo, come ospite fisso in quiz

televisivo. Sotto l’influsso delle rinnovate suggestioni australiane, i Nostri

si cimentano in un concept dedicato a

una grande storia, di quelle che entrano nell’immaginario popolare, che

dividono le coscienze, che segnano un evento: la morte di Azaria Chamberlain.

Azaria Chamberlain è una bambina di otto anni, scomparsa il 17 agosto del 1980

durante una gita in campeggio alle pendici di Ayers Rock, il celebre monolite

australiano – il suo corpo non fu mai ritrovato. Primo caso televisivo di

cronaca nera in Australia, colpì profondamente, appunto, l’opinione pubblica

quando la storia dei genitori – secondo la quale Azaria era stata portata via

da un dingo – venne disconosciuta e la madre fu condannata all’ergastolo.

Di un’eleganza noir non “ricercata” – si vedano gli Elysian Fields –

ma spontanea, i Paradise Motel impostano la ricostruzione della storia della

loro Laura Palmer (ancora torna l’ossessione bickfordiana per le sparizioni di questi personaggi femminili, che

riappaiono come spettri inafferrabili e bellissimi) su una successione di

canzoni che attraversano piani dimensionali, arricchendosi di dettagli fino a

svilupparsi in mute progressioni strumentali. Chitarre che paiono ripiegarsi su

se stesse cedono il campo al vibrante ardore degli archi, rassicurante coro

funebre. L’iniziale “The Witnesses”, morbida nenia che va acquisendo

spazio e risonanza, come un sogno che si fa meno sfocato con l’andar del tempo,

è esemplare nel descrivere tutto ciò: un mistero viene svelato solo per

scoprirne un altro.

Non finisce qui, perchè Australian Ghost Story non è certo un lavoro

involuto, né claustrofobico: sa spesso involarsi con l’afflato lirico di una

band sì esperta, ma non per questo disposta a barattare la propria spinta

artistica con atteggiamenti di maniera. Come nella dolorosa preghiera di

“A Bend In The Terror”, in cui Merida Sussex impersona la madre

mentre affida al vento il proprio augurio alla figlia, dalle fredde mura della

propria cella. Miracolo che si perpetua in “Goodwin And The

Jumpsuit”, complice un arrangiamento degli archi che non suona mai trattenuto,

ma di una veracità folk che dona un che di vivido al divagare sognante della

Sussex (“Familiar Stranger”).

Australian Ghost Story ondeggia in modo spiazzante tra sogno e

coscienza, come nella dolente filastrocca della bella “Brown Snake”:

è un disco che ospita senza dubbio il fascino sornione dell’intelligenza

(“My Sister In ’94”). Si arriva, pienamente conquistati e

soddisfatti, alla conclusione, accesa di fiamme sciamaniche, di “Prelude

To A Saga”; la band pare rivolgersi, nella dolce evocazione finale, non

solo alla protagonista del disco, Azaria, ma a se stessa:

What I can recall of the outside world –

the taste of the bore,

that I my father dug

in exchange for a god .

Now he’s settled in,

and this dreaming must end.

My world’s in here.

Non è solo il fantasma di

Azaria Chamberlain a tormentare Bickford. Quest’ultimo aveva contattato i suoi

vecchi compagni avendo in testa non Australian Ghost Story, ma un altro

disco, che la band registrerà nel corso del 2008, senza però pubblicarlo. Nel

dicembre dello stesso anno, infatti, muore il batterista, Damien Hill. Il

progetto Paradise Motel subisce il contraccolpo – del disco, intitolato I

Still Hear Your Voice At Night (meglio conosciuto attraverso l’acronimo Ishy

Van) non si sa più niente.

Sono, forse, i nuovi stimoli raccolti presentando il loro nuovo disco nei

luoghi di appartenenza a scatenare la voglia di presentare ufficialmente anche

questo lavoro, che esce nel gennaio 2011.

paradisemotel_6Qualcosa pare arrugginito, però, nelle canzoni di Ishy Van. È naturale che la

band perda l’intensità avviluppante di Left Over Life To Kill, o che non

tenti più di ghermire il pubblico con le rapaci hit di Flight Paths: il

problema che emerge palpabile da questo disco è capire cosa rimanga. Problemi

di identità che si riflettono, quindi, in un disco di transizione, che mostra

uno stile più “maturo”, ma anche senza spigoli, senza punte emotive di spicco.

Forse il loro disco più vicino al pop compassato dei Tindersticks, con quel

basso corposo, sempre in primo piano, gli intarsi chitarristici sparuti, il

secco rimarcare della batteria e remote folate di violino (come nella bella “The

Legend Of A Sailor”).

Eppure, più che un gioco di false porte non pare, Ishy Van, e dagli abissi di

tenebra degli inizi pare di specchiarsi in una pozzanghera, sguazzando nel

manierismo di tracce “Bear Never Left Home” e “The Moonlight And The Scrub”. Canzoni

gradevoli, misurate, curate se vogliamo, ma che non mostrano mai un guizzo che

sappia sporgersi ad afferrare qualcosa che non sia un’emozione fugace, una

breve smorfia del volto. Prevedibili, insomma, il più delle volte.

Un bell’affresco in due dimensioni, in cui però i Paradise Motel rodano il

nuovo motore del proprio sound più scarnificato, mettendo insieme qualche

esperimento, come il controcanto maschile per la voce della Sussex, che a volte

pare appiattirsi, come in “The Exiles”.

Certo, un’uscita estemporanea, dovuta forse all’entusiasmo di trovarsi insieme

di nuovo a suonare, a percorrere le strade dell’Australia in lungo e in largo,

incontrando facce sorridenti, amiche, quelle che ancora si ricordano di loro.

Ma conforta sapere che, dopo Ishy Van, è uscito Australian Ghost Story

Paradise Motel su OndaRock

Discografia

Left Over Life To Kill (Ep, 1996)
Some Deaths Take Forever (Ep, 1996)
Bad Light (Ep, 1996)
(Please Keep Me Safe) (Ep, 1997)
Still Life (1997) 7
Junk Mail (bonus cd, 1997)
Left Over Life To Kill (1997) 8
Flight Paths (1999) 7
Reworkings (1999) 6
Australian Ghost Story (2010) 7.5
Ishy Van (I Still Hear Your Voice At Night) (2011) 6
VIDEO
Bad Light (da "Still Life" e "Left Over Life To Kill")
Drive (da "Flight Paths")
Watch Illuminum (da "Flight Paths" e "Left Over Life To Kill")
Aeroplanes (da "Flight Paths")
Heavy Weather (da "Flight Paths")
Brown Snake (da "Australian Ghost Story")
The Promise (da "Ishy Van")
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