Generalmente i più trascurati nella classica triade dei
protagonisti del rock psichedelico di San Francisco, a vantaggio dei "rivali" Grateful Dead e Jefferson Airplane, i Quicksilver
Messenger Service presentano tratti non meno affascinanti di quelli dei loro più
fortunati colleghi, per lo meno nella fase iniziale della loro carriera.
I
Quicksilver Messenger Service nascono verso la metà degli anni 60, per
iniziativa di quei musicisti che gravitavano attorno al cantautore Dino Valenti
(vero nome Chester Powers, famoso per essere stato l'autore di brani come "Hey Joe" e "Let's Stick Together"). La prima
formazione stabile è costituita da Valenti stesso, i due chitarristi John
Cipollina e Gary Duncan, il bassista David Freiberg e il batterista Greg Elmore.
Ma proprio quando il gruppo è vicino a ottenere un contratto discografico,
Valenti finisce in galera per possesso di marijuana. Cipollina e soci decidono
di continuare lo stesso e partecipano al festival di Monterey nel 1967: il
contratto finalmente arriva (con la Capitol) e la band si mette al lavoro per
registrare il suo primo album. Duncan e Cipollina si alternano ora alle parti
vocali.
Quando, nel maggio del 1968, esce
Quicksilver Messenger Service, tardivo debutto della band (Grateful Dead
e Jefferson Airplane sono già sul mercato rispettivamente dal 1967 e dal 1966),
per i fan della band è una mezza delusione: come nel caso dei Grateful, l'album
in studio non sembra in grado di riproporre le emozioni dell'esperienza live. Si
tratta comunque di un ottimo lavoro, ricco di spunti e del miglior materiale mai
inciso in studio della band, fin dall'indimenticabile singolo "Pride Of Man",
cover di un brano country di Hamilton Camp, attraverso le atmosfere vellutate di
"Light Your Windows" e l'easy listening di "Dino's Song" (scritta da
Valenti), fino alla jam studiata di "Gold And Silver", uno dei temi più
classici della band, strutturato come un intreccio tra le chitarre di Cipollina
e Duncan.
"The Fool" è una lunga suite psichedelica nella quale il
gruppo mette in mostra la propria abilità tecnica attraverso una serie di cambi
di ritmo e parti (almeno in apparenza) improvvisate. Si sente benissimo, in ogni
solco del long playing, che le redini, almeno dal punto di vista
artistico sono tenute da Cipollina, imponente personalità, chitarrista audace e
tecnicamente impeccabile. Dal vivo si sfoga in inebrianti e apocalittiche
jam di blues-rock, successioni eteree di assoli senza fine, quasi una
versione rude e disincantata del rituale dei colleghi Grateful Dead.
Testimonianza di ciò è il secondo album del gruppo,
nonché il loro capolavoro: Happy Trails (1969), registrato in parte dal
vivo. Non è sempre facile capire quale parte, e che cosa invece sia stato
aggiunto in studio, ma di fronte a un disco del genere, questa è una cosa di
scarsa importanza.
La prima facciata è occupata da una versione-suite di
circa 25 minuti di "Who Do You Love" di Bo Diddley, trasfigurata in un tour
de force di duelli chitarristici e assoli taglienti e urticanti, il
manifesto del sound dei Quicksilver e uno dei capolavori della
psichedelia californiana.
Anche il lato B (presumibilmente in studio)
accoglie l'ascoltatore con l'inconfondibile ritmo sincopato tipico di Diddley:
si tratta di "Mona", a cui viene riservato un trattamento simile a quello di
"Who Do You Love" nella prima facciata, ma per una durata più breve. Presto,
infatti, la grintosa cover sfocia nella grandiosa "Maiden Of The Cancer Moon",
un brano chitarristico al vetriolo. "Calvary" è invece la gemma di Duncan, che
rallenta il ritmo per sferrare vere e proprie flagellazioni sonore su un tappeto
cupo e ossessivo.
A stemperare il clima provvede la buffoneria tipica del
gruppo (la stessa che aveva partorito il singolo "Bears"), con la
title track, una breve rilettura di un brano country di Roy Rogers e Dale
Evans. Il trionfo del gruppo è suggellato, e questo rimarrà il punto più alto
della produzione della band, picco del loro periodo migliore.
Nel 1969 esce anche Shady Grove, che si fa
forte della collaborazione di Nicky Hopkins al piano (già nella Steve Miller
Band e nei Rolling Stones) e fa a meno di Gary
Duncan (che si è chiamato
momentaneamente fuori dal gruppo). Il sound, che presenta i tratti svolta verso
il country-rock simile a quella, contemporanea dei Grateful Dead, è però
pesantemente influenzato dall'apporto di Hopkins, che firma il capolavoro del
disco: "Edward The Mad Shirt Grinder". Altri episodi degni di nota sono la
title track (cover di un canto tradizionale pellerossa), la meravigliosa
"Flute Song", il blues scatenato di Cipollina "3 Or 4 Feet From Home" e la
fantastica "Joseph's Coat", dalla struttura melodica atipica. I Quicksilver
Messenger Service ora diventano semplicemente Quicksilver (per far
prima).
Dino Valenti intanto è uscito di
prigione e ha avviato una breve carriera solista. Nel 1970 decide di
riappropriarsi di quella che in fondo è la "sua" band, i Quicksilver. Nell'arco
di una serie di sedute di registrazione, il prolifico cantautore ha il tempo di
comporre (con gli apporti di Cipollina, Freiberg, Hopkins e Duncan che è appena
tornato nel gruppo) e registrare con la sua band, due interi album: Just For
Love, uscito nell'agosto dello stesso anno e What About Me, uscito
nel gennaio dell'anno dopo. Dopo la registrazione di questi due lavori,
Cipollina lascia la band per avviare una sfortunata carriera solista.
Per quanto riguarda il primo di questi due album, il
più influenzato dal ritorno di Valenti, suona ricoperto di una patina dolciastra
spesso insopportabile (come nel logorroico folk psichedelico di "The Hat" o
nelle due title track) e il tono si alza in pochi momenti: "Cobra", un
esempio di un Cipollina curiosamente convertito alla cocktail music e
"Fresh Air", l'unico momento in cui Valenti si fa valere.
Il secondo album è invece più aperto come struttura e non è
monopolizzato da Valenti: così hanno la possibilità di stupirci Freiberg ("Won't
Kill Me"), Cipollina ("Local color") e Hopkins (la magnifica "Spindrifter"). Dal
canto suo anche Valenti dà il meglio su questo album: la title track, un
piccolo inno al sogno hippie in frantumi e "Subway", un rock-blues energico con
un riff che ricorda i Cream.
Il songwriting forse un poco ingenuo di
Valenti ha preso il sopravvento e d'ora in poi, dopo la dipartita di Cipollina
(forse scontento della nuova direzione della band) e Freiberg (che entra nei Jefferson Starship)
diventerà il tratto caratteristico del sound del gruppo. Il successivo
Quicksilver, uscito nel novembre 1971, è praticamente un disco di Valenti
e Freiberg, ricco di canzoni pop fresche, come "Hope", la risposta di Valenti a
"Eve Of Destruction" di Barry McGuire e l'epica "Fire Brothers" e un po' meno
fresche come "I Found Love" di Duncan (che ricorda da vicino "Cathy's Clown"
degli Everly Brothers) e "Don't Cry My Lady Love" di Valenti, adagiata in un
mood paludosamente malinconico.
Comin' Thru, del maggio 1972, è il tentativo di Valenti di
portare novità nel sound un poco stagnante della sua band: una sezione
fiati viene aggiunta a fare un gran baccano e poco più. Le canzoni, meno
ispirate che mai, sono stavolta dei guazzabugli r&b di scarso
interesse. Si salvano il singolo "Doin' Time In The U.S.A." e la discreta
"California State Correctional Facility Blues", mentre i tentativi più
azzardati, come il quasi funk "Mojo", naufragano miseramente, insieme alle varie
banalità (la ballata "Changes", ad esempio).
Nel 1973 il gruppo si scioglie. Esce un'antologia per commemorare
l'attività della band fino a quel punto. Curiosamente non vi figurano brani di
Comin' Thru.
Cipollina, forse frustrato
dallo scarso successo della sua carriera solista, acconsente nel 1975 a
partecipare a una reunion del gruppo che avrebbe fatto meglio a rimanere
nel cassetto. Solid Silver, l'album che ne viene fuori, è un noioso e
stagnante disco di country rock, con dalla sua parte solo la ballata stile-Eagles di "Cowboy on the run" e la
efficace "I Heard You Singing". Dopo questo scarso exploit, il gruppo si
scioglie di nuovo.
Nel 1986 Gary Duncan
riprende possesso del nome della band per registrare un orrendo disco di rock
sintetico senza alcuna ispirazione, Peace By Piece, a cui collabora anche
Freiberg.
La morte di Cipollina, nel 1989,
segna la fine per i fan di ogni possibile speranza di reunion della
formazione originale; intanto le compilation escono senza interruzione.
La più completa è, come al solito, quella compilata dalla Rhino, Sons Of
Mercury 1968-1975, uscita nel 1991, che ha l'unico neo di non contenere che
una versione ridotta (il single edit) di "Who Do You Love", per evidente
mancanza di spazio sul doppio cd.
Nel 1996
Duncan ritorna a nome Quicksilver Messenger Service con un altro disco
ugualmente esecrabile, accompagnato dal solito Freiberg e da alcuni
sessioner di lusso: Greg Errico (Sly & The Family Stone) e Lee Oskar
(War) tra gli altri. Nel 1999 esce un doppio disco,
mezzo live e mezzo raccolta di inediti, consigliato solo agli
appassionati.
Qui termina l'epopea dei
Quicksilver Messenger Service (nonostante Duncan tenti in continuazione di
sporcare il nome del gruppo con dischi inutili). Abbiamo distinto dunque, nella
loro produzione, tre periodi fondamentali: il primo, con Cipollina alla
leadership, e i capolavori del disco di esordio e, soprattutto di Happy
Trails; il secondo, con il ritorno di Valenti e l'assemblaggio di album
eterogenei ed esotici come What About Me; il terzo guidato dal solo
Valenti, con dischi folk-pop e pruriti r&b, sempre conditi da una certa
patina melensa, caratteristica fissa dello stile del cantautore.
Con Cipollina, i Quicksilver Messenger Service hanno
regalato alla musica psichedelica californiana due grandi capolavori, più che
degni di essere paragonati alle opere dei più quotati colleghi Jefferson Airplane e Grateful Dead. Il loro stile era
più vicino al blues sporco delle origini e ai riti tribali; l'ego chitarristico
di Cipollina non aveva pari né nell'intellettualismo blues acido di Kaukonen, né
nella sfrontata naturalezza di Garcia. Consegnarono alla storia un'opera
immortale, prima di venire travolti dalla melassa e dall'usura del tempo. Per
questo sono un gruppo da rivalutare assolutamente e da conoscere per avere una
cognizione completa della musica rock californiana degli anni Sessanta.



