10cc

The Original Soundtrack

1975 (Mercury) | progressive pop

La storia dei 10cc è tanto lunga e contorta che si presta volentieri a essere romanzata, come dimostrato dai diversi libri scritti sull'argomento. "10cc: The Worst Band In The World", di Liam Newton, è stato ristampato proprio un mese fa, in versione riveduta e corretta. Non male per una band che ha avuto la sua ultima hit nel 1978, ma che nel Regno Unito vanta un culto ancora oggi famelico per l'intricato "dietro le quinte" che la riguarda.

Portati attualmente avanti da una formazione ampiamente rimescolata e addetta a rinfocolare il fattore nostalgia con invidiabile mestiere, i 10cc che tutti ricordano furono il quartetto che durò dal 1972 al 1976, o al massimo quelli ridotti a duo - pur con qualche gregario - capaci di piazzare hit ancora per un paio di anni dopo la diaspora.
Erano tutti cantanti e polistrumentisti, per quanto si riservarono dei ruoli più o meno definiti, con Eric Stewart alle chitarre, Lol Creme alle tastiere, Graham Gouldman al basso e Kevin Godley alla batteria. La voce solista se la accaparrava solitamente uno degli autori del pezzo, per quanto ci fosse spesso una tale mole di cori a corredo da rendere difficile capire chi avesse la parte più importante.
I 10cc furono tutto tranne che una band nata fra i banchi di scuola, in un garage o casualmente. Tutti i membri erano vecchi volponi che avevano già assaporato il successo o quantomeno frequentato l'élite dell'industria musicale degli anni Sessanta. Gouldman è anzi stato, senza troppi giri di parole, uno dei più grandi autori di quell'epoca: ha firmato i due maggiori successi degli Yardbirds ("For Your Love" e "Heart Full Of Soul", già solo la prima capace di stravolgere il corso del rock), il pezzo che lanciò gli Hollies in tutto il mondo ("Bus Stop", uno dei loro capolavori), le due più belle canzoni degli Herman's Hermits ("No Milk Today" e "Listen People") e l'unico pezzo rilevante di Wayne Fontana da solista (il gioiellino orchestrale con sovratoni western "Pamela, Pamela").
Proprio nella band che Fontana mollò dopo un paio d'anni di successi, i Mindbenders, militava Stewart come chitarrista. Dopo l'abbandono del leader ne divenne anche cantante, portandoli sul podio delle classifiche angloamericane con "A Groovy Kind Of Love".
Meno fortunati Godley e Creme, che tentarono senza riscontro di imporsi come duo pop-folk, ma si aggirarono comunque per diverso tempo in quelle stesse stanze, soprattutto per via dei loro contatti con Giorgio Gomelsky, storico manager degli Yardbirds.
Dopo essersi orbitati intorno per diversi anni, Godley, Creme e Stewart diedero vita agli Hotlegs, facendo subito il botto col 45 giri "Neanderthal Man" (numero 2 in Gb nell'estate del '70). Raggiunti poco tempo dopo da Gouldman, cambiarono nome in 10cc.

"The Original Soundtrack" è il loro terzo album, sicuramente la loro opera più compiuta, laddove i primi due - "10cc" e "Sheet Music" - pativano la presenza di singoli dirompenti non sempre accompagnati da un adeguato riempimento. Certo ebbero l'innegabile merito di stabilire e cristallizzare la loro formula, ma fu con "The Original Soundtrack" che le imperfezioni vennero limate e che lo sforzo creativo raggiunse il massimo, sia a livello di strutturazione dei brani ("Une nuit à Paris", il loro pezzo più lungo fino a quel momento), sia a livello produttivo (il folle esperimento di "I'm Not In Love").
Partiti come una band più o meno affiliabile al carrozzone glam-rock, grazie a brani dalla coralità pop ma attraversati da affilate chitarre boogie (si pensi a inni contagiosi come "Silly Love" o "Rubber Bullets"), i 10cc approdarono presto su lidi particolarmente ambiziosi, dove una canzone poteva durare quattro minuti e puntare alla classifica pur con una marea di idee e cambi di andamento al suo interno. Da questo punto di vista, li si può considerare parte di una sorta di ideale triumvirato del progressive pop da radio che caratterizzò la metà degli anni Settanta, insieme a Electric Light Orchestra e Supertramp. Dei tre i 10cc furono senza dubbio i più sballati, tant'è che oggi sono stati un po' dimenticati dal grande pubblico, o vengono al massimo considerati quelli che cantarono "I'm Not In Love".

La loro canzone più famosa rischiò invero di non vedere mai la luce. Scritta da Stewart e Gouldman come ballata bossa nova, ma scartata perché non piaceva agli altri due, venne ripescata a patto di stravolgerne la forma iniziale. Godley suggerì di annullarne del tutto la parte strumentale e cantarla esclusivamente su un tappeto di voci. Non un semplice brano a cappella, ma qualcosa che generasse una nuova concezione di arrangiamento corale, capace di scavalcare ogni stereotipo su cui si era basata la musica rock fino a quel momento (che fossero gli intrecci di Beach Boys, i cori all'unisono di Phil Spector, le armonie della West Coast o dei gruppi beat, gli assalti teatrali del glam - tutti peraltro udibili in qualche misura nella musica dei 10cc, parodiati o meno).
La band sovraincise così le proprie voci 256 volte, fino a trasfigurarle in un flusso dal suono al contempo echeggiante e ovattato, con tante di quelle sfumature da rendere difficile percepirne i confini. Riconoscibile come umano, ma al contempo tanto etereo da far sospettare qualche strumento elettronico, il coro era in realtà semplice frutto di sapiente ingegneria del suono, con il tavolo del mix a fare da protagonista, anticipando l'epoca dei campionamenti di qualche anno.
Gli autori vollero comunque un sottofondo strumentale, pur minimale, in modo da non sovrastare il lavoro svolto con le voci: Godley e Creme aggiunsero così un soffice suono percussivo, ottenuto da un sintetizzatore Moog, mentre Stewart registrò una traccia di piano elettrico destinata a fare scuola (si pensi a "Just The Way You Are" di Billy Joel), oltre alla traccia vocale principale, essendo fra i quattro il più affabile e romantico.
In mezzo a tante raffinatezze il testo rischia di passare in secondo piano, ma è un gioiellino, una vera e propria canzone d'amore al contrario: "Tengo la tua foto sul muro, nasconde una brutta macchia che sta lì, quindi non chiedermi di restituirtela. Io so che sai che non significa molto per me. Non sono innamorato, no no".
Pubblicata come 45 giri e suonata da quasi tutte le radio nella sua lunghezza integrale, nonostante i sei minuti di durata, "I'm Not In Love" divenne un successo mondiale.

Il resto del disco fornisce i degni compari di un simile classico. L'abbrivio è addirittura stupefacente, con quella "Une nuit à Paris" che secondo molti fece da calco per "Bohemian Rhapsody" dei Queen. Si tratta di un'autentica operetta in chiave rock, lunga otto minuti e interpretata da tutti e quattro i membri della band a turno, cercando di creare timbri quanto più possibile variegati, allo scopo di interpretare i diversi personaggi.
Le variazioni strumentali spaziano dalla marcetta caricaturale alla cavalcata pianistica di stampo prog (come quella che scatta intorno ai 3' 25"), mentre i toni esagerati delle voci e l'inizio semiserio, con un turista che fa shopping circondato dai più abusati stereotipi su Parigi, nascosero a parte del pubblico la tragicità del brano, che si sposta nella seconda parte in un quartiere a luci rosse e si conclude con un poliziotto assassinato.
L'arrangiamento è quasi ridotto all'osso per un disegno tanto arzigogolato, contando quasi esclusivamente su pianoforte, basso e batteria - ma sono ancora una volta le voci a rubare la scena.

Per trovare un brano di stampo chitarristico bisogna attendere "Blackmail", sorta di funk-rock deviato dove Stewart scatena la slide in divagazioni ai limiti del delirio.
Se "Second Sitting For The Last Supper" è un vorticoso hard-rock, "Life Is A Minestrone" li riporta a quell'incrocio fra atmosfere surf e grandeur glam-rock che aveva caratterizzato molti brani della prima ora. Creme guida il brano con una martellante cadenza pianistica, cantando metafore gastronomiche e geografiche in un collage forse senza senso, forse perfetta rappresentazione della velocità a cui si muoveva il capitalismo già nel 1975.
In chiusura "The Film Of My Love", splendida ballata basata sul contrasto fra l'arrangiamento tecnologico (percussioni elettroniche, chitarra elettrica sincopata) e la performance vocale di Gouldman, in uno stile antiquato e struggente che rimanda direttamente al Dean Martin di "That's Amore". Non è certo un caso che a un certo punto salti fuori un mandolino.

Non è ben chiaro il motivo che abbia spinto il quartetto al titolo dell'album. Si potrebbe ipotizzare a causa della forte componente visiva dei testi, in particolare quello di "Une nuit à Paris", o magari semplicemente per attirare l'attenzione. Sia come sia, "The Original Soundtrack" consacrò i 10cc anche sul mercato degli album, raggiungendo il numero 3 in Gb, dove rimase per sette mesi fra i primi venti, e un onorevole numero 15 sull'ostico mercato americano.
I rapporti fra le due anime della band, quella più legata alla composizione (Stewart e Gouldman) e quella dedita alla destrutturazione (Godley e Creme), si logorarono purtroppo di lì a breve. L'ultimo album della formazione storica, "How Dare You!", sarebbe giunto l'anno successivo, regalando altri saggi di irrefrenabile eclettismo ("Art For Art's Sake", "Don't Hang Up", "I'm Mandy Fly Me").

(06/05/2018)

  • Tracklist
  1. Une nuit à Paris
  2. I'm Not In Love
  3. Blackmail
  4. The Second Sitting For The Last Supper
  5. Brand New Day
  6. Flying Junk
  7. Life Is A Minestrone
  8. The Film Of My Love






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