Afrika Bambaataa & Soulsonic Force

Planet Rock: The Album

1986 (Tommy Boy) | old school hip-hop, tech-rap, electro-funk

Bronx Meridionale, 1971. Kevin Donovan è un giovane nero come tanti, ed è appena salito sul tetto della periferia di New York. Orfano di padre, poster di Martin Luther King in cameretta appena sopra la collezione di Lp della madre. Black music, principalmente, ma per tutti i gusti: James Brown, Chuck Berry, Muddy Waters, Sam Cooke, B.B. King, George Clinton e via dicendo per un elenco sostanzialmente infinito. Pane quotidiano, per lui, fino a quel momento, al pari delle lotte fra gang che si sviluppavano copiose tutt'attorno alla Grande Mela. Ma Kevin, ora, ha tutto nelle sue mani. Ha cambiato tattica, e alla guerra fratricida ha preferito l'alleanza. Ha fondato la sua gang, i Savage Seven, che come molte altre ha sostanzialmente sostituito le istituzioni e le forze dell'ordine nei sobborghi di casa sua. Ma non si è fermato e ha avuto il coraggio di sconfinare, di camminare a testa alta e fare del consenso dei rivali il suo vero terreno di conquista. “L'unione fa la forza”: un'ovvietà per tutti, una bestemmia nel Bronx. Per tutti, ma non per lui: ed eccolo lì, Kevin, mettere la sua firma su una mini-rivoluzione nella storia della controcultura politica americana e diventare sostanzialmente il sindaco ombra della periferia di New York.

Nel frattempo, tutt'attorno a lui una nuova cultura sta generando giorno dopo giorno. Al 1520 di Sedgwick Avenue, DJ Kool Herc ha già iniziato a insegnare a tutti che significa break. Quella black music con cui Donovan era cresciuto viene ora rielaborata nelle sue parti strumentali per divenire materia dionisiaca su cui ballare e con cui evadere. Di lì a poco Grandmaster Flash avvia la scrittura del glossario tutto del Djing: parole come scratch e cutting entrano a far parte del gergo comune del Bronx. L'intrattenimento inizia a passare anche attraverso l'uso della voce: la voglia di "guidare le danze", ma anche di raccontare e raccontarsi, oltre che di svagare e svagarsi, inizia a impossessarsi di quei momenti. In quel recitato a tempo di beat, presto noto come rhythm and poetry, c'è chi racchiude la propria storia e ne fa una forma espressiva nuova, inventandosi il ruolo di master of ceremony, Mc. C'è chi invece preferisce raffigurarla sui muri decadenti e cosparsi di muschio, riconvertiti in pagine di cronaca sociale: sono i writers. Da mezzo di evasione a mezzo di espressione, l'hip-hop sta per varcare il confine e divenire il canale per eccellenza di una controcultura tutta. Donovan è il capo della più grande gang di New York ed è da lì che esce gente come Herc e Coke La Roc, proprio mentre il fenomeno sta varcando di gran lunga i confini della Grande Mela: il contatto è inevitabile.

Ma Kevin non è un gangster come tutti gli altri, di quelli che seguono un copione legato al ruolo. Il Bronx lo ha formato ma il suo universo va oltre le barriere di quei muri sempre più pieni di graffiti. Presto si convince che l'evasione non sia strada fertile ma mera illusione, che il rap debba divenire linguaggio di cronaca interiore, mezzo di comunicazione di un disagio sociale collettivo ma insito in tutti i singoli. Nel 1972 la visione di un film, “Zulu”, e un viaggio in Sudafrica cambiano la vita al giovane. Donovan conosce il Sudafrica, l'apartheid, la vastità globale della discriminazione razziale. Tutto ciò di cui la povertà inglobatrice e perpetua del Bronx lo aveva tenuto all'oscuro.
Non è più una questione di gang, quartieri, periferie, sobborghi, traffici e contro-traffici, autonomia e rivendicazioni. Diventa una questione esistenziale, per certi versi filosofica, profondamente umana, trasversale ai confini geografici, alle generazioni. Rientrato a casa, adotta un nuovo nome: Afrika come la Terra deturpata e vituperata in cui affondano le sue radici e la cui conoscenza gli ha aperto gli occhi, Bambaataa come il primo ribelle alla dittatura bianca in Sudafrica a inizio secolo.

1973. Dopo mesi di riflessioni, Kevin esce allo scoperto e fonda Zulu Nation: una sorta di comune filosofica che vuole diffondere l'impegno politico-sociale nei testi del nascente rap, che condanna ogni forma di credenza o religione che mini l'autonomia di giudizio e ragionamento di ogni singolo individuo, spronando invece l'esercizio della ragione e del dubbio. Nel giro di pochi mesi, decine di graffitari, Mc, DJ e B-Boys entrano in Zulu Nation, attratti dalla prospettiva di fare della loro arte un veicolo di trasmissione autentico, una forma di testimonianza. Si tratta di scendere in strada, a contatto con l'asfalto, e mettere in scena il proprio disagio attraverso il writing, la musica e la danza: l'idea stessa di bloc party, ben precedente al fenomeno hip-hop, è rivoluzionata del tutto. Per la seconda volta in meno di tre anni, i cambi di prospettiva di Kevin, che d'ora in poi chiameremo Afrika, hanno modificato le coordinate di una cultura tutta. L'hip-hop come denuncia sociale, come espressione del disagio di una periferia abbandonata a sé stessa, come musica “impegnata” nasce con lui e con Zulu Nation. Nel giro di una manciata di anni, la sua idea di hip-hop diviene niente meno che il paradigma caratteristico del genere stesso.

Düsseldorf, 1977. I Kraftwerk pubblicano il disco destinato più di tutti a cambiare i connotati dell'idea stessa di musica elettronica: “Trans-Europe Express”. Dall'autostrada alla strada ferrata, dalla macchina al treno, dalle praterie tedesche solcate dall'asfalto all'intero continente attraversato dal ferro. L'uomo non si è ancora fatto macchina: si guarda allo specchio, si innamora della sua immagine, ne diventa schiavo, “manichino”. Poi del suo atto di creazione, poi ancora del prodotto dell'atto, quel mezzo magico che corre e colma distanze fino a prima insondabili. Infine della materia pura, inanimata: metallo su metallo.
New York, 1977. Ovvero l'hip-hop che dilaga, si propaga a macchia d'olio nei sobborghi di tutte le metropoli statunitensi, Paul Winley e Bobby Robinson che danno man forte all'imposizione dell'impegno come caratteristica centrale del genere, “Rapper's Delight” della Sugarhill Gang che entra nella Top 40 della Billboard, Grandmaster Flash già eletto a maestro da una generazione-lampo, Jocko Henderson che fa di Filadelfia l'altro piatto sulla bilancia, i Run DMC che di lì a breve avrebbero pubblicato il primo Lp hip-hop. In tutto questo, Afrika Bambaataa è ancora un'eminenza nera, un regista occulto dietro le quinte. Un idolo per pochi, proprio mentre il processo di massificazione dell'hip-hop sta prendendo il via.

Qualche mese prima della data chiave, Afrika e un tot di “eletti” dalle file Zulu Nation (Nation Cosmic Force) pubblicano per l'etichetta di Paul Winley il manifesto in musica della comune, “Zulu Nation Throwdown”, oggi brano di culto dell'old school tutta e magistrale saggio della relazione tra funky e hip hop. Proprio nel corso di quell'esperienza, Bambaataa scopre un affiatamento artistico inusuale e fertile con alcuni dei suoi scudieri, fra cui un ventenne ribelle con il ritmo nel sangue (DJ Jazzy Jay), i suoi quattro Mc provenienti da Soundview (Jazzy Five), e tre dei primi profeti della filosofia Zulu Nation (Mr. Biggs, The G.L.O.W.E e Pow Wow). Con l'ingresso effettivo di Afrika, il collettivo si dota anche di un nome tutto suo: Soulsonic Force.
E siamo finalmente a New York, Intergalactic Studios, 1981. Afrika registra qui assieme ai soli Jazzy Jay quello che diventerà il suo primo singolo effettivo, “Jazzy Sensations”, da cui già si percepisce l'istrionismo del Bambaataa musicista, il suo volersi tenere lontano da quel verbo hip-hop che sta ormai sconfinando ben oltre gli States. La voglia di correre controcorrente e l'allergia a ogni forma di archetipo resteranno costanti caratteristiche della sua avventura come artista ancor più di quella, precedente, come ideologo dietro le quinte.

Mentre Kurtis Blow e Grandmaster Flash fanno germogliare e diffondono il futuro verbo old-school, lui rallenta e detona una marcetta funk, ci campiona il ritornello di “Funky Sensation” di Gwen McGrae e ci suona su con un Prophet 5 regalatogli dalla madre e una drum machine all'epoca sostanzialmente sconosciuta: la TR-808 della Roland. Tom Silverman della Tommy Boy, amico di lunga data di Bambaataa, sceglie di pubblicare il singolo e lo manda, fra gli altri, a Chicago da Frankie Knuckles. “Jazzy Sensation” diventa uno dei dischi più richiesti al Warehouse, nonché un tassello importantissimo (e un'anticipazione seminale) per la genesi della house old-school. La prima firma dell'ex-ganster è già oltre l'hip-hop in senso stretto.
Parecchie miglia più a Est, in quel di Detroit Kevin Sauderson, Derrick May e Juan Atkins stanno plasmando il terreno per l'altra grande rivoluzione di inizio Ottanta, bruciando quei vinili con cui Afrika è cresciuto e con cui Knuckles si stava inventando la musica da ballo post-moderna. La techno della prima era è materia di rottura, alleanza euroatlantica tra linguaggi elettronici, ribellione al luogo comune e ricerca dell'autenticità, della fisicità e del primordiale. A Detroit arrivano, fra gli altri, quei Kraftwerk che avevano mitizzato la macchina subordinandovi l'uomo e identificandocelo al tempo stesso, e che ora decantano il mito del computer come strumento primo. La techno però è sostanza artistica più umana che mai.

Tutti questi pensieri roteano vorticosi nella testa di Bambaataa, che nel 1983, nel pieno del fermento hip-hop, raduna i Soulsonic Force e registra “Planet Rock” agli Intergalactic, con Arthur Baker in cabina di produzione e i futuri Washington Squares a fare da coristi per caso. Ripetendo sostanzialmente quanto fatto da giovanissimo con le gang del Bronx, oltrepassa i confini e le barriere, mashuppando “Trans Europe Express”, "Computer World", “Per un pugno di dollari” di Morricone, George Clinton e i groove della TR-808. Ne esce un mantra tech-rap tra divertimento, impegno e alienazione che segna di fatto l'orizzonte estremo (come tale ambito e mai raggiunto) dell'old school hip-hop. Oltre la techno prima della techno, oltre l'house prima di una sua definizione, oltre il clubbing ma squisitamente hip-hop, “Planet Rock” è il paradigma di un'attitudine tutta, il punto di fusione in salsa squisitamente funk di hip-hop ed elettronica, il crocevia attraverso il quale l'hip-hop stesso si fa ipotesi musicale contaminabile e i beatmaker musicisti in senso stretto, il luogo di massima contaminazione e apertura dell'hip-hop come cultura, il modello con cui chiunque si sarebbe affacciato al genere avrebbe dovuto confrontarsi dall'82 in poi.

Per una sua diffusione a livello globale si sarebbe dovuto attendere l'86, l'anno di “Planet Rock: The Album”, niente più di una raccolta dei singoli firmati Afrika Bambaataa & Soulsonic Force nei tre anni precedenti, ovvero di una manciata di crocevia per la contemporaneità hip-hop e non. Se la luce è da puntarsi in gran parte sulla seminale title track, gli episodi successivi sono prosceuzione diretta di un'esperienza a conti fatti impossibile da ridurre a sequenza logica. Il 1983 è invece l'anno di “Looking For The Perfect Beat”, autentico manifesto tecnico dell'idea di hip-hop di Bambaataa e altro classico intramontabile: sono i Soulsonic Force che raccontano la genesi del pezzo stesso su uno scheletro ritmico interamente digitale e studiato scientificamente, accompagnati e contrappuntati da svisate di synth in atmosfera tra sci-fi e techno. L'amore black è qui temporaneamente accantonato per favorire l'ascesa di un hip-hop hi-tech, futurista, macchinale, lontanissimo dalle traiettorie ormai definitivamente intraprese dal genere nel medesimo periodo.

Se “Looking For The Perfect Beat” sarà ripresa da Bomb The Bass per “Beat Dis” evidenziando la posizione di Bambaataa come antisegnano del clubbing, “Renegades Of Funk” è l'elogio alle origini, il ritorno al futuro. Pezzo autenticamente funky, nonché sua consacrazione come autore musicale, è pure l'apice contenutistico del periodo, con quello che è forse il testo più incalzante della sua carriera, in cui traccia un parallelo tra le rivoluzioni del passato e la street art contemporanea. L'hip-hop si fa qui sostanzialmente alternativo a sé se stesso, raccogliendo in un unico pezzo tutte le lezioni di Zulu Nation nonché l'idea di “impegno” di un giovane rivoluzionario culturale che rinunciò al suo nome per gli ideali. Dopo averlo reso autentica forma di controcultura, Afrika Bambaataa lo ha trasformato in forma musicale capace di parlare le lingue più svariate, di farsi “altro da sé”, appunto.

“Frantic Situations” è il singolo che segna, nel 1984, l'incontro fra il Bambaataa retrò innamorato del funky e della disco music, ennesima anticipazione di una tendenza (stavolta la garage-house di Chicago) ma tutto sommato decisamente meno influente. Nel disco è però incluso il “Frantic Mix” realizzato assieme a Grandmaster Flesh, punto di contatto fra l'istrionismo e l'eterna ricerca dell'"altro" di Bambaataa e il cuore di quell'hip-hop divenuto ormai tendenza globale, quello che oggi chiamiamo old-school e che lui stesso aveva contribuito a forgiare. A completare il disco, oltre a questa chicca e ai tre pilastri contemporanei firmati Soulsonic Force, vi sono le tre b-side: la nostalgica “Why You Funkin' With?”, la muscolare presa di posizione di “They Made A Mistake” - forse il pezzo più tradizionalmente hip-hop del lotto – e “Go-Go Pop”, dove Afrika ospita Trouble Funk aprendo una finestra del suo mondo anche al go-go.

Per paradossale che possa apparire la storia, e con lei questo lungo racconto, sostanzialmente finisce qui. Quello che l'hip-hop sarebbe diventato negli anni a venire, con la progressiva perdita della sua componente territoriale e sociale e la sua deriva a livello di immaginario prima e di suoni negli ultimi anni, è storia ben nota. Se l'hip-hop ha avuto il suo Arthur Rimbaud, quello è stato Afrika Bambaataa. Vuoi per la portata totalitaria e senza confini delle meraviglie del giovane gangster, vuoi per il suo porsi perennemente in direzione contraria, vuoi per l'esaurirsi precoce del suo bacino creativo. Parlare di Afrika Bambaataa dopo l'86 significa parlare di un percorso centrato sulla diffusione della propria filosofia e sulle produzioni per tantissime giovani (e non) leve dell'hip-hop, ma musicalmente privo di particolari picchi, da molti dimenticato e costruito per lo più sul riciclo.
Curiosamente, quest'improvviso e mai superato calo ha contribuito in maniera decisiva, assieme all'enorme quantità di remix, cover, sampling di suoi pezzi ad opera di artisti provenienti dalle esperienze musicali più disparate, a edificare il mito fumoso ma resistente a cui oggi è associata la figura di Bambaataaa. Il più sfuggente, inafferrabile, istrionico e influente fra i padri dell'hip-hop.

(10/05/2015)

  • Tracklist
  1. Planet Rock
  2. Looking for the Perfect Beat
  3. Renegades of Funk
  4. Frantic Situation (feat. Melle Mel)
  5. Who You Funkin' With?
  6. Go-Go Pop (feat. Trouble Funk)
  7. They Made a Mistake


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