Bjork

Homogenic

1997 (One Little Indian) | art-pop

Prendendo in prestito una parabola cara a Björk, "Homogenic" non è altro che imparare a stare seduti su una sedia. Abbandonare tutto quanto distrae e allontana dall'intimo e dalla realtà più minuta, riconnettersi con l'io e le sue radici, accettarne i limiti e imparare a conviverci, e magari avere per un attimo la sensazione di percepire lucidamente le fattezze del famoso "centro".
Il terzo disco dell'eccentrica islandese è fondamentalmente questo, i lettori più intrepidi possono anche ignorare quanto segue.
Per quanti invece vogliano scoprire il lato squisitamente pragmatico della storia è necessario portare indietro il calendario di qualche annetto e dilungarsi in un paio di osservazioni.

"Homogenic": un homecoming


È il 1997 e Björk ha ai suoi piedi buona parte dell'intellighenzia elettronica europea: Mark Bell, Goldie, Howie B, Tricky, Leila Arab, Talvin Singh. È all'apice della sua fama di diva alternativa e stravagante, ha conquistato lo status di autentica icona pop, scrive per Madonna ("Bedtime Story", cugina povera della memorabile "Violently Happy") mentre i circuiti underground, quasi senza eccezioni,pendono tutti dalle sue labbra.
Poi però il fattaccio dell'ordigno recapitatole al suo appartamento londinese, il crollo nervoso e il ritorno in quell'isola dei ghiacci, da cui pochi anni prima era scappata abbagliata dalle luci della città.

Un ritorno a casa, quindi. Più volte Björk ha parlato di "Homogenic" come del suo disco più "islandese", intenzioni che per lei non si possono tradurre di certo in una facile svolta folk o in qualche astruso riferimento all'antica poesia eddica.
Islanda significa, in primo luogo, natura incontrollabile, forze prepotenti quanto elementari, pericolo e fascino smisurato. Tutto questo emerge per la prima volta in maniera esplicita nel repertorio dell'artista che, eccitata all'idea di comporre per prima qualcosa di catalogabile come icelandic techno, dà vita a una forma-canzone nuova, che rimanda al battito e all'emotività della sua terra.
Il risultato sono le dieci tracce di questo disco, evidentemente ed esclusivamente björkiane, una dichiarazione d'indipendenza da ogni limitazione di genere in cui l'islandese fin a quel punto, un po' forzatamente, poteva essere inserita (house, trip-hop, techno, Idm eccetera).

"Jóga" è in questo l'esempio più potente, oltre che il brano più emozionante che Björk abbia consegnato alla storia della popular music. Dedicata alla sua amica di sempre (le due condividono anche lo stesso tatoo), "Jóga" è uno di quei rari casi in cui i sentimenti e il travaglio dell'artista trovano una comprensione totale nel cosmo e nella natura circostante. Denudatasi della fuffa metropolitana e falliti i sogni di storie sentimentali eterne e totalizzanti, Björk riconosce indifesa il suo "state of emergency", che trova riflesso nelle eruzioni vulcaniche, nei geyser, nel crepitio dei ghiacci, nelle instabilità geologiche della sua isola, perfettamente distinguibili tra le fenditure di beat profondissimi e frastagliati (imperdibile anche lo splendido videoclip di Michel Gondry, in cui il corpo della cantante e la crosta terrestre hanno alla base la stessa composizione).
Eppure in tutto ciò non si intravedono mai tracce di depressione esistenziale né di motivi nichilistici, tutt'altro: dall'instabilità e dall'incertezza della sua realtà, Björk sembra trarre un'inaspettata forza vitale, un'incontenibile gioia panica ("how beautiful to be!"), proprio come il rigenerarsi degli organismi viventi sulla Terra insegna. Anche la struttura del brano pare simulare un movenza circolare, potenzialmente infinita, finché i vocals e la linea d'archi sono costretti a sfumare.

"Alarm Call" riprenderà un po' più avanti la stessa architettura pur avvalendosi di un vestito più vicino all'electro-pop di "Post": un beat techno, devastato e rimescolato a tal punto da tirare fuori un groove hip-hop, incalza e si ingolfa in continuazione mentre il contralto della Nostra ripete allo sfinimento un dispettoso "it doesn't scare me at all".
Anche qui il tema è il rapimento e l'esaltazione al cospetto della natura, un richiamo animalesco alla libertà più primordiale. Il rischio di ripiegare verso una qualche forma di misticismo religioso è però scongiurato dall'audace verso "I'm no fucking Buddhist, this is enlightment!", declamato nel cuore del brano.

"Homogenic", tra melodramma e Stockhausen


Gli ingredienti di cui si compone "Homogenic" sono quindi relativamente pochi: elettronica, in particolare beat vulcanici (si racconta di un database di oltre cento sample messi assieme con Mark Bell e Markus Dravs) e un doppio quartetto d'archi, perché "uno non era sufficiente a riempire lo spessore di quei beat vulcanici", come dichiarerà in seguito. La prima ovvietà che viene in mente, accostandosi all'album, è proprio la fusione magistrale di acustico ed elettronico, due universi che Björk ha cercato ossessivamente di far convivere fin dal suo primo album propriamente detto, ma che è solo con "Homogenic" che trovano una sintesi matura e compiuta.

Le macchine, del resto, sono sempre state il cruccio, suo e della sua isola, straordinariamente hi-tech ("all the modern things, like cars and such, have always existed...", i primi germogli facevano capolino già su "Post"). Si tratta, in altre parole, di trovare la terza via tra il suo background di figlia hippie che studia pianoforte e composizione, mai del tutto rimosso per quanto detestato, e il suo amore segreto per Kraftwerk e Karlheinz Stockhausen, il vero padre spirituale dell'islandese.
"All Neon Like" è in qualche modo il suo omaggio all'esperienza "teutonica", protetta da una straniante bolla sintetica dai riflessi rosso porpora che fa vibrare ogni input sonoro di indicibile suggestione, che sia una sezione ritmica asciuttissima che rimbalza rispecchiandosi sulla sua superficie senza poter seguire altre traiettorie, o il coraggioso movimento della voce, capace di spaziare nell'arco di poche battute dall'ammicco sensuale al delirio più drammatico.

"5 Years" e "Bachelorette" sono forse in questo gioco dialettico il vertice assoluto dell'album e dell'intera ricerca björkiana. Il primo brano scardina ogni cognizione di sincronicità e di tempo regolare (ancora Stockhausen) sfoderando un ritmo inusitato di frequenze e scariche elettriche che rende impossibile il consueto gioco delle associazioni stilistiche. Il quadro non sarebbe completo però, se mancasse quella palpitante chiosa orchestrale (condotta dal sempre ottimo Deodato) che sboccia nella seconda metà del pezzo e si avvinghia tesissima ai synth, rotolando insieme verso una baraonda di nervi, energie e saturazione sonora. Il secondo, al contrario, travolge con una forma-canzone meno distorta, rispolverando  il vestito noir e vagamente trip-hop di "Isobel". Anche qui archi e drum machine vivono in rapporto di reciproco bisogno, rovesciandosi tumultuosi come un fiume di lacrime e sangue ("I'm a fountain of blood/ In the shape of a girl", declama senza troppi preamboli). È la Björk più melodrammatica, che ancora una volta riversa il suo eccesso di passione e impulso in melodie struggenti e romantiche, rese quasi epiche dagli arrangiamenti vigorosi e dai soundscape zampillanti. Come se non bastasse, il folletto riesce a tirarne fuori anche un singolo fortunato e un videoclip da heavy rotation.

"Homogenic", la lingua, il linguaggio


Si ritiene spesso, e non a torto, che se c'è un anello debole nella catena björkiana, quello è costituito sicuramente dalle liriche, con cui l'artista pare essersi riconciliata solo nei recenti "Volta" e "Biophilia". "Homogenic", in questo, non si discosta troppo dai predecessori (con la significativa eccezione di "Bachelorette", scritta con il poeta Sigurjón Birgir Sigurðsson): al contrario, l'uso maldestro della lingua è evidente già nel titolo, che sfoggia un aggettivo inesistente nell'Oxford Dictionary, in luogo della forma corretta "homogeneus" ("I'm just an idiot foreigner", commentò a posteriori, quando le fu fatto notare lo strafalcione). Nonostante questo, però, "Homogenic" è il primo tentativo di portare ordine nell'anarchia lirica dei primi lavori.

Siamo ben lontani, quindi, da una conversione al cantautorato confessionale o impegnato, troppo instabile e ardente l'indole del personaggio. Björk si sforza di utilizzare la sua penna in maniera più lucida e consapevole, veicolando un messaggio quanto più unitario possibile: "Immature", peraltro sorprendente saggio trip-soul, suona come un rimprovero severo alla ventenne che qualche anno prima lamentava sui tram della metropoli "Crying 'coz I need you!", ammettendo rincresciosa il suo verso più adulto e confidenziale ("How could I be so immature/ to think he would replace the missing elements in me?"). Maturità, rimorso ("5 Years"), fiera indipendenza, sodalizio con la natura burrascosa, con la solenne "Unravel" come unica concessione a un dimesso sentimentalismo.

Ma quello di cui in definitiva sembra rendersi conto Björk è l'insufficienza di ogni espressione linguistica comunemente accettata, al fine di esternare il suo mondo, consapevolezza che raggiungerà l'espressione artistica più raffinata in "Medúlla". E così che il medium più efficace si rivelano alla fine i suoi sbraiti animaleschi, che in "Pluto" si sfogano liberatori all'unisono con l'asfissiante incedere techno di Mark Bell.

"Homogenic", un homecoming?


Esternato tutto ciò che poteva essere sputato e denunciato, l'artista ci tiene a suggellare la sua opera con un messaggio differente, segno di una apparente pace ritrovata in fondo al tunnel dei travagli emotivi, di una quiete dopo la tempesta. Björk convoca Howie B. con il preciso compito di tirar fuori da "All Is Full Of Love", il primo dei dieci pezzi ad essere composto, un suono tale che l'ascoltatore ottenesse l'impressione di un raggio di sole all'ora del crepuscolo, dopo una giornata di tempesta.
"All Is Full Of Love", stilisticamente un ponte verso il minimalismo del successivo "Vespertine", è una Björk positiva, che guarda avanti con gli occhi penetranti di amazzone senz'armi, che si distende senza però adagiarsi eccessivamente: il messaggio finale è sempre il cambiamento, l'invito a guardare il mondo con un nuovo paio di lenti, di scovare l'amore, in tutti i suoi possibili significati, al di là di ogni ristrettezza e abitudine, di continuare la ricerca, di essere il cacciatore sempre e comunque.
Ecco, quindi, che il cerchio si chiude, si ritorna e si comprende meglio il significato di quella minacciosa "Hunter" posta in apertura, probabilmente il vero manifesto dell'album: un accettare dignitosamente la propria impotenza di fronte al caos, la rivendicazione orgogliosa del proprio stato di drifter e allo stesso tempo di cacciatrice solitaria mai sazia di conoscenza.
L'homecoming tanto sbandierato non può che essere quindi soltanto provvisorio, la ricerca continua, nuovi lidi attendono Björk, che ripartirà anche da queste vette, geografiche e soprattutto emotive.

(10/06/2012)

  • Tracklist
  1. Hunter 
  2. Jóga
  3. Unravel
  4. Bachelorette 
  5. All Neon Like
  6. 5 Years
  7. Immature
  8. Alarm Call
  9. Pluto
  10. All Is Full Of Love


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