Chi lo ha incontrato di recente riferisce di un Brett Anderson in forma smagliante: fisico asciutto, eloquio colto e fluente in linea col suo status di giovane star arrivata. A ben pensarci c'è poco da stupirsi del fatto che il riottoso glam-rocker, un tempo intento a baloccarsi col feticcio di David Bowie mentre invadeva l'Europa con milioni di copie vendute nel segno di una sfrenata ambiguità, si trasmutasse in un dandy dalle pose raffinate, lontano dagli sfavillanti eccessi della gloriosa era Suede: evoluzioni queste che hanno più di un trascorso nella storia del rock'n roll.
Dicevamo dei Suede, un marchio che ha avuto l'innegabile merito di aggiornare i canoni del glam-rock a uso e consumo della generazione brit-pop grazie a un congruo numero di canzoni che rimangono, ma che si è estinto sotto il peso delle defezioni (determinante la dipartita di Neil Codling quanto quella di Bernard Butler, a nostro avviso) e di una smarrita vena che ha assunto le scialbe sembianze dell'inglorioso "A New Morning" (2002). Orbene, qualche mese fa lo scoop che non t'aspetti: i grandi rivali Anderson-Butler decidono di formare una nuova band. A giochi fatti è d'obbligo porsi delle domande sul senso di questa "reunion a metà", avvenuta ben dieci anni dopo l'eclatante divorzio, soprattutto se riferita ai contenuti di un disco che, non discostandosi molto da uno stile noto, rende di fatto incomprensibile il cambiamento del nome e, in ultima analisi, il senso stesso del nuovo progetto.
"Here Come The Tears" è un album giocato tutto sulle canzoni, alla ricerca del colpo vincente che quando arriva è permeato da un fardello di ricordi spesso vicini all'auto-citazione, quando non diretto richiamo alla matrice rappresentata, manco a dirlo, dal Bowie del periodo "Ziggy Stardust". Con siffatti retaggi è giocoforza rimanere perplessi, soprattutto in considerazione del fatto che ci troviamo di fronte a un disco dalla lunga durata (ben 53 minuti per un totale di tredici canzoni!) e senza la benché minima velleità di aggiungere altri colori alla tavolozza di quelli già utilizzati. Ciononostante non possiamo parlare di un lavoro in assoluto brutto, da evitare, poiché esso rimane pur sempre l'espressione di un glamourous style che a sprazzi riesce ancora a fare centro e che, anche quando non colpisce in pieno il bersaglio, se la cava con la classe e con un bel po' di mestiere.
E' col brano d'apertura, il singolo "Refugees", che s'intuisce dove andrà a parare il duo: provate a immaginare a come sarebbe stato il successore di "Dog Man Star" con un Butler ancora in organico e troverete molte risposte in questo ritrovato mood di melodiche epicità. Le atmosfere sono senz'altro più distese, e lampi di luce naturale vanno a illuminare il consolidato umore decadente, lasciando però intatte le intenzioni da ladro di cuori di Brett Anderson ("Co-Star", ma anche "Two Creatures", e "Lovers"). Laddove le basi vocali portano con sé i segni del tempo, sono i ritornelli struggenti a salvare il risultato ("Imperfection"), magari procurando sobbalzi ai cuori delle ragazzine in amore, sempre ammesso che le odierne teenager siano predisposte alle colate di zucchero, almeno come quelle che le hanno precedute. Già, chissà quali reazioni procureranno loro ballate quali la bowiana "Fallen Idol", "The Asylum", il lento arpeggiato di "Apollo 13", o ancora la drammaturgica "A Love As Strong As Death ".
La chitarra di Butler, pur restando un perno centrale per via dei riff da musicista talentuoso e dallo stile esclusivo, risulta essere un po' più defilata, meglio disposta insomma a lasciare spazio ad arrangiamenti che talvolta finiscono con l'eccedere in barocchismi che non contribuiranno certo a dipanare i dubbi di chi, su questo versante, già li aveva ai tempi dei Suede ("Brave Century" e "Beautiful Pain" ne faranno forse le spese). Luci e ombre finiscono col compensarsi, diluite in un disco che farà di certo la gioia degli antichi fan, ma che difficilmente ne porterà di nuovi, e che ancor più difficilmente farà cambiare idea ai detrattori. Ma la sufficienza piena, a conti fatti, ci pare più che meritata.


