Già collaboratore di Xabier Iriondo e Fabio Magistrali, il ventiquattrenne Mattia Coletti esordisce sulla lunga distanza con un disco che l'autore definisce come "un diario di bordo, il foglio nella bottiglia per tutti quelli che giocano fuori dalla finestra". E il richiamo alla spensieratezza dell'infanzia, tema sempre più ricorrente anche a livello internazionale per i giovani musicisti, per lo più di ambito folk, si ritrova, anche se forse solo sublimato, nella musica di Coletti, che propone una sorta di versione italica (ma cantata, quando è cantata, in inglese) del free-folk che impazza da qualche anno oltreoceano. Non che nel sottobosco nostrano non si agitino molte realtà sommariamente e acusticamente post psichedeliche, ma nel belpaese la propaggine freak della scena indie non ha ancora una notorietà proporzionale alla propria diffusione, che parrebbe in aumento.
Chissà che il primo a emergere di questa fronda di cantautori lo-fi apparentemente più bucolici che nevrastenici non sia proprio il giovane Coletti, che pur nella struttura relativamente free, o meglio "svagata" (e quindi in linea con la tendenza attuale) di molti brani si richiama visibilmente a modelli del decennio scorso, tra i quali i Gastr Del Sol più acustici, che Coletti riprende semplificandoli e rendendoli più "modesti" e umani, a partire dall'iniziale minutaglia strimpellata di "Una E Due" o anche in "Parole D'Ocra", che pare uscita da "Camofleur", fino ai Supreme Dicks, alle cui atmosfere dolorosamente psichedeliche la musica fa più di un occhiolino; e anche la voce di Coletti, che non fa quasi altro per tutto l'album che doppiarsi in coretti sommessi che biascicano nenie incomprensibili, può ricordare quella dolente e insicura di Dan Oxenberg, specie su "Red Yellow Circle". In generale il tono della musica di Coletti è perennemente conteso tra beatitudine e sfasamento, e per creare queste bucoliche pillole di musica surreale il nostro dà ampio sfogo a tutto un campionario di strumenti impropri e percussioni dal sapore casalingo, tanto che in più di un'occasione pare affidare la debole base portante delle sue timide invocazioni a strane specie di gamelan balinesi suonati con piatti e posate, come quello di "13 Novembre", il brano strumentale più noise e pulsante dell'intero disco, o anche anche a costituire il sottofondo degli screzi acustico-improvvisativi di "Terre Vicine" o ancora nella conclusiva "Starland".
In definitiva, un autore giovane e dall'immaginario già costituito e ricreato abilmente con mezzi di fortuna. Ancora la personalità di Coletti manca di qualche aggiustamento e il disco risulta in definitiva ancora un po' pesante e poco centrato (sempreché, dato il genere proposto, questo sia da considerarsi un difetto), ma la strada battuta è quella giusta, e dunque attendiamo la prossima mossa scommettendo su una crescita che potrebbe davvero essere una piacevolissima sorpresa.


