INTRUSION - The Seduction Of Silence

2009 (E c h o s p a c e [detroit])
dub techno

Tornare alle radici, al groove di tutti i groove, le circolarità giamaicane che tornano protagoniste lavorando sodo, tornare al dub come centralità su cui far girare il vinile, passione estrema, un po' feticista e un po' anacronistica. Una passione che Intrusion aka Stephen Hitchell coltiva con dedizione.

Hitchell, produttore di casa a Detroit, è sempre stato un ragazzo per le sue, discreto ed educato. Un’educazione musicale improntata sul jazz e sulla musica nera conferitagli dalla madre fin dall’infanzia, salvo poi marchiarsi a fuoco durante l’adolescenza con i suoni pieni, armoniosi e pacifici del reggae e del dub. L’amore per la musica techno sboccia con i lavori degli Orb le produzioni targate Basic Channel, ma sono le orme del progetto Rythm&Sound a segnargli la via, accentuando il lato più caldo del progetto Echospace che divide con Rod Modell, riuscendo nel suo esordio a creare un fantastico ibrido di musica techno e suoni dub, tradendo in maniera esplicita la sua passione per i suoni caraibici.

"The Seduction Of Silence" è un grande disco, inutile girarci attorno. Lo è perchè manda avanti una tradizione prima che nel suono, nel metodo, in quell'arte che sta nel metter giù a testa bassa il ritmo nella sua completezza, con il basso che gira, il kick e il rullante a segnare il 4/4 o qualsiasi altra cosa passi per le dita. E Hitchell fa questo, cammina su due binari che uniscono Detroit all'equatore in sola andata, si avvale di un eccellente Paul St. Hilaire che mette da parte il toasting e si fa sbriciolare dal muro ambient che fa da guardaspalla alle canzoni di Intrusion.

“Tswana Dub” e “Intrusion Dub” sono in fila nella playlist del disco, l'una lo specchio dell'altra, segnando l’attuale panorama sonoro con la ricerca di un suono che coniughi l’isolazionismo e la freddezza con l’inevitabile sangue che scorre dentro ai bassi reggae e all’incedere catatonicamente fattone. “Twsana Dub” era già arrivata alle cronache mondane, con un colpo da pazzi: uscire il 7 di agosto con 10 minuti di cupe bassline e prodondità giamaicane (e un grande remix di Brendon Moeller). La sua antagonista è la scientificità dei richiami berlinesi: progressione e catarsi, la stasi che cammuffa un continuo derivare verso qualcosa di vivo e pulsante, si gioca di finezza con il suono che rimbalza su sé stesso in uno squarcio che abbraccia vent'anni di produzioni a “cassa dritta”.

Lo sguardo tuttavia non è mai completamente sereno; "The Secution Of Silence" si richiama al raggae e ai Caraibi, ma tradisce il senso di inquietudine della modernità, così come il panorama non è mai davvero a fuoco quando il caldo è eccessivo, c'è un riverbero che sporca l'immagine. “Reflection”, “Twilight” e la conslusiva “Under The Ocean” sono puro isolazionismo dub, di una tristezza abissale che ammorba e circuisce, con lo stesso fascino del male. Echi e feedback lontani, come lasciarsi cullare in mezzo a un oceano con il nulla attorno, solamente questo silenzio sporcato dalla mancanza di umanità.

Stephen Hitchell da Detroit questa volta come Intrusion, lasciando da parte l'algidità Echospace e la quadratezza del suo alias Soultek, ha teso le braccia verso un mondo apparentemente lontano anni luce dal Midwest americano, eppure ha segnato nei solchi del disco la stessa paranoia e lo stesso desiderio di fuga che si può provare vivendo nella citta dei motori o in un paradiso caraibico mai davvero a fuoco. Brutta storia per la concorrenza.

15/02/2009

Tracklist

  1. 1. Montego Bay
  2. 2. Angel Version (with Paul St. Hilaire)
  3. 3. Tswana Dub
  4. 4. Intrusion Dub
  5. 5. Seduction
  6. 6. Reflection
  7. 7. Twilight
  8. 8. A Night To Remember
  9. 9. Little Angel (with Paul St. Hilaire)
  10. 10. Under The Ocean

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