808 State

ex:el

1991 (ZTT/Tommy Boy) | acid-house

Oh Manchester/ So much to answer for

In effetti ha molto di cui rispondere, la cara Manchester. Ha da dircelo, prima o poi, che aria respirano i suoi abitanti, se la sua acqua presenta delle caratteristiche peculiari, tali da portare alla produzione di musica così idiosincratica, immediatamente distinguibile da quelli di altri poli culturali della perfida Albione. Dagli Hollies ai Bee Gees (sì, proprio quei Bee Gees!), dagli Herman's Hermits passando per 10cc e Barclay James Harvest, anche prima dell'avvento del punk e della new wave, la scena locale ha avuto tanto da offrire alla causa del rock nel mondo, sin dai suoi effettivi albori. Il concerto dei Sex Pistols il 4 giugno del 1976 al Free Trade Hall, curato da Pete Shelley dei Buzzcocks (altre leggende locali), avrebbe sparigliato ulteriormente le carte in tavola, con soli cinquanta astanti a presenziare, ma perlopiù determinanti per lo sviluppo della musica mancuniana: da Bernard Sumner a Morrissey, da Mark E. Smith a Mick Hucknall, un intero squadrone di future stelle della musica britannica appare al completo, pronto a far sua la lezione del punk e a trasportarla nei ruggenti anni Ottanta. Lo scenario, insomma, è più che favorevole per l'emersione dei propri talenti, per fare di Cottonopolis una madre premurosa nei confronti dei suoi figli più creativi. E non aveva ancora dato alla luce alcuni dei suoi discendenti più brillanti.

La Manchester della seconda metà degli 80's si rivela insomma terreno incredibilmente fertile, un luogo sì fisico ma anche e soprattutto un ambiente mentale, un calderone spumoso dove istanze sociali e gesta sonore ribollono e si trasfigurano in un caos pop “sformato” come una tela di Pollock e dal forte gusto “acid”. Si passa quindi dal funk candeggiato della Factory post-punk alle nuove colorazioni smiley che il club Haçienda, sorta di dominio musical-cioccolatoso retto da Mike Pickering - il Willy Wonka del “Nuovo Ordine” - dispensa a una generazione delusa dal thatcherismo e, per una volta, fiduciosa nel futuro. È in questo scenario che Graham Massey, acido tanto a parole quanto in musica, si concede il lusso di sbeffeggiare l'ambiente avant-sperimentalista da cui egli stesso proviene, affermando che i club mainstream, quelli dove “giovanotti volgari e ragazzette insignificanti ballano la roba più strana”, sono assai più “avanzati e futuristi”.
È in questo recettore distorto, riflesso miniaturizzato dell'Inghilterra tutta, abile nel fraintendere e quindi rimodellare/ridefinire le sonorità d'oltreoceano (qualcuno ha detto northern soul?), che la personalità di uno dei protagonisti-chiave dell'elettronica britannica troverà il suo spazio, in una Manchester che risponderà al grido (anche se in realtà si tratta di un sussurro) di “We are the Music Makers and we are the Dreamers of Dreams”.

Nel 1987 Graham Massey, Martin Price e Gerald Simpson sono già reduci da esperienze musicali e/o limitrofe tra le più disparate. In precedenza Massey (già chitarrista con la band “avant-funk” Biting Tongues) e Simpson (appassionato di fusion e synth-pop) si erano infatti organizzati come duo brit-rap a nome Hit Squad, salvo reimmaginarsi combo acid-house dopo l'incontro con Martin Price. Quest'ultimo era comproprietario del negozio di dischi Eastern Bloc (vero e proprio punto di riferimento per la gioventù mancuniana col pallino della dance e dell'indie-pop), la cui cantina era utilizzata dai due come sala prove.
L'upgrade a trio, con Price in formazione, segna l'inizio della loro più grande avventura discografica, sotto il nome di 808 State, scelto proprio come atto di devozione alla drum-machine Santa Roland TR-808. Organismi umanoidi dotati di antenne potentissime, grazie ad esse i tre intercettano i disperati segnali di Sos provenienti da Chicago; li metabolizzano, in combutta con una scena locale particolarmente sensibile tanto al richiamo danzereccio (oltre all'Haçienda, si vedano club come Thunderdome e Konspiracy) quanto a quello dell'ecstasy; infine li rigurgitano sotto forma di un sound che di lì a nemmeno un anno si diffonderà su scala nazionale.
Verrà definita la “Summer of Love” del 1988, quasi un “secondo avvento” dopo i fasti sessantasettini, e sarà consegnata alla storia come il "big bang" da cui scaturiranno la rave-culture e gran parte dell'electronica 90's.

Intendiamoci: minimizzare l'estensione dell'epopea acid, limitandone la genesi al nucleo mancuniano, sarebbe un'inesattezza plateale. Equivarrebbe infatti a ignorare la portata collettiva di un fenomeno che ha come precursori tanto la compagine di Manchester quanto i dj reduci dall'esperienza ibicense Paul Oakenfold, Danny Rampling e Nicky Holloway (con in più Andrew Weatherall come jolly), dai quali partirono come snodi capillari i club londinesi Shoon, Trip e Future. Non ce ne vogliano però i puristi, sentiamo di parteggiare per Christian Zingales quando nel suo “Electronica” del 2002 definisce gli 808 State “la prima realtà techno anglosassone”, così come il fatto che si tratta di una formazione-chiave per le evoluzioni della dance nel decennio successivo. Difficile d'altronde smentire la giustezza di un'affermazione simile, se si considerano le peculiarità inerenti all'estrazione dei membri fondanti il gruppo e anche le sue stesse modalità realizzative, in netto anticipo di anni rispetto alla restante carovana. La difformità delle esperienze di vita del terzetto, la natura più eclettica delle loro aspirazioni, la vastità dei riferimenti li portano a spezzare sin da subito il carattere episodico delle prime pubblicazioni legate alla nascente epopea rave e trattare l'acid-house come effettiva materia da album, scorporata dalle effettive esigenze del dancefloor.

“Newbuild”, pubblicato nel 1988 per la Creed, diventa per l'appunto il primo full-length della storia a trasportare gli stridenti incastri della scena acida in un lavoro dal respiro più ampio, malgrado la natura tutt'altro che fluida e narrativa dei brani. Si tratta di un progetto a conti fatti rudimentale, considerata la graduale ma rapidissima evoluzione del gruppo, eppure diventa un punto di snodo fondamentale, con i suoi loop montanti di drum-machine a trasportare la lezione di Phuture e degli altri pionieri chicagoani nelle case dei più entusiasti raver d'Inghilterra. È registrato in uno scantinato, gioca tutte le sue carte nel ricercare un'immediatezza totalizzante, lisergica, rimane un documento essenziale nel comprendere un'epoca-chiave per l'esplosione dell'elettronica inglese, tanto che due act da novanta come Autechre e Aphex Twin non esitano a menzionare questo album tra le loro ispirazioni principali. È stata però soltanto la premessa di un sound maturato a dismisura nel corso di un solo triennio, e che in “ex:el” trova infine la sua completa fioritura, cementando un percorso già costellato da notevoli successi e grandi strappi espressivi.

Nell'arco dei tre anni che separano il debutto dal terzo full-length, tra defezioni e nuove annessioni, scalate a un'affermazione ben oltre le aspettative (la loro “Pacific State” a centrare la top 10 nella classifica dei singoli britannici) e un'intensa attività discografica, coincisa con la pubblicazione del fondamentale Ep “Quadrastate” e del secondo album “90”, gli sforzi sono belli decisi, non soltanto nell'ottica del raggiungimento di un pubblico più ampio, ma soprattutto nella concezione di un linguaggio che tenga conto della straordinaria polivalenza del gruppo. Gettate le fondamenta, Massey e compagnia pensano quindi a erigere il proprio palazzo: non un semplice condominio, ma una villa di lusso, con ogni sua stanza a recare caratteristiche differenti da quelle circostanti. Un salto nelle ambizioni necessario, per restare rilevanti in un panorama che mutava forma con rapidità impressionante, ma principalmente per non rimanere impigliati negli schematismi di un sound sì avvincente, però abbastanza statico nell'espressività.

Sono almeno due le direttive che con “ex:el”, terzo disco lungo per la compagine pubblicato dalla ZZT nel 1991, trovano pieno sviluppo e che, nel supportare quanto detto, fanno di questo lavoro uno dei più istrionici/bizzarri manifesti dell'epoca. La prima è senz'altro approfondire i legami con la fusion, l'exotica e le ambientazioni space-age-pop, abbondando con gli orpelli senza però vanificare l'impatto “cubico” delle ritmiche e un certo minimalismo delle composizioni. La seconda, anche più importante per i futuri sviluppi dei linguaggi dance, è beneficiare degli apporti vocali di nomi noti (Bernard Sumner dei New Order) e - all'epoca - meno noti ma già di culto (una certa Björk Guðmundsdóttir qui al suo vero esordio da solista, dopo la sortita con i Sugarcubes) per proiettarsi con più decisione nel mondo pop.

1) Al di là dell'evidente/fondante imprinting acid-house, gli omaggi ai Weather Report e a “Bitches Brew” fanno capolino nella musica del gruppo fin dalla già menzionata “Pacific State” che, sax soprano alla mano e progressioni estatiche stile Detroit in saccoccia, nel 1989 s'impone quale ingresso della house nell'immaginario “quartomondista” di Jon Hassell, nonché come modello di eleganza formale contemporaneo all'ambient-house (qualcuno ha detto “Sueño latino”?). Per ironia della sorte, trattasi anche dell'ultimo brano degli 808 State a beneficiare del contributo di Gerald Simpson, il quale aveva già abbandonato il gruppo l'anno precedente, subito dopo aver registrato “Newbuild”, in seguito a una disputa sui diritti d'autore. Avrà comunque occasione di prendersi qualche “rivincita” sui suoi ex compagni, tanto nell'immediato (il singolo “Voodoo Ray” che nel luglio '89 raggiunge il 13° posto nelle chart) quanto sulla lunga distanza: a metà anni 90 risorgerà dalle ceneri e s'imporrà come santone della jungle, col moniker, per quanto prosaico, di A Guy Called Gerald.

Ad ogni modo, su "ex:el" le ossessioni fusion ed exotica raggiungono un picco di esuberanza difficilmente replicabile. Il diagramma della musica degli 808 State in questa fase del loro excursus è un frastagliato accavallarsi di tratti ondulati, impervi, simili alle linee vitali della stella Pulsar C1919 rappresentate sulla cover di “Unknown Pleasures”. Ma nel nostro caso lo sfondo non sarebbe color pece bensì godurioso caleidoscopio dove consistenze tropicali, urbane e “computer-generated” si fondono in un visionario/freddo gesto d'amore. Se si vogliono azzardare ulteriori ricostruzioni in chiave assurdista, con questo disco Massey e Price, ora coadiuvati da Darren Partington e Andrew Barker (aka The Spinmasters), evocano Les Baxter durante una seduta acid-house, lasciando che lo spettro del malcapitato si sbizzarrisca sulle strutture e le renda più malleabili, poliritmiche.

Le texture sono circolari ma spigolose (il freestyle ibrido di “Leo Leo”, l'atmosfera incombente di “In Yer Face”, l'incubo a metà tra cyberpunk e T.S.Eliott “Nephatiti”), a dimostrazione di come, nonostante le tirate anti-experimental, il retroterra Factory sia stato di non poca importanza per Massey. Lo spazio sonoro si trasforma in un ecosistema vero e proprio, fitto di vegetazione e fauna surreali (il gracidare solenne di “Olympic”, i cinguettii sintetici e flauti polinesiani in chiusura ad “Empire”), mentre l'incorporamento di breakbeat e sample vocali – nientemeno che i pilastri della hardcore-techno britannica - sfiora il barocco (le vertigini urbane di “San Francisco”, l'indicibile assalto sensoriale di “Lambrusco Cowboy”, dall'intrico compositivo incomparabile).
Ogni secondo di questa musica è in movimento: proprio quando meno te l'aspetti, nuovi suoni s'intravedono dietro l'angolo. Gli strumenti vanno e vengono, ondivaghi al pari delle variazioni melodiche/timbriche, quando non addirittura risucchiati dal succedersi di blocchi compositivi autonomi (il magnum opus “Cubik”, tra frattaglie di chitarre elettriche, bassi pachidermici e motivi di synth svolazzanti come piume).

Traguardo di capacità mimetica è senza dubbio “Qmart”: qui i sognanti fraseggi di Roland TB-303 e il tappeto percussivo danno il “la” a un mini-bolero in 6/4 che aggiorna i poemi sinfonici da “bachelor pad” dei 50's ad avveniristica muzak a uso e consumo della cocktail-generation di quarant'anni dopo. Björk è una Yma Sumac dell'epopea rave che teatralizza il suo canto alieno, ancestrale, suscitando nell'ascoltatore un analogo senso di spaesamento, di brama per luoghi fantastici non rintracciabili su alcuna cartina geografica. Similmente, il filo d'Arianna che lega “Lift” a Dimitri From Paris e a certo french-touch è più consistente di quanto siano in molti a immaginare. Basta non rinchiudersi in vuoti schematismi, ed ecco che salta agli occhi il contributo degli 808 State a uno degli snodi-chiave della seconda metà del decennio, quando termini come lounge e chill-out saranno all'ordine del giorno.

2) La critica sembra concorde nel riconoscere a "ex:el" il titolo di primo album di dance elettronica a ospitare voci di musicisti appartenenti al rock alternativo/indie. Per quanto esiguo possa apparire oggi questo dettaglio, adesso che la separazione tra i due universi risulta più pretestuosa che mai, all'epoca si trattava di un passo da gigante, qualcosa di inusitato. Un conto era, infatti, campionare il canto di Lisa Gerrard e inserirlo in un contesto nel quale i sample vocali sono una fonte sonora fra le tante (“Papua New Guinea” dei Future Sound Of London); ben altra cosa, invece, era invitare i cantanti a lavorare su parti vocali nuove di zecca, a interagire coi musicisti, a comporre, a scrivere le liriche. Il coinvolgimento attivo è la discriminante, e nel nostro caso gli 808 State operavano i primi passi per l'erosione del muro - concettuale, estetico, ideologico - che segregava gli universi rock e dance alla stregua di entità appartenenti a dimensioni inconciliabili. Il tutto avviene in contemporanea a Primal Scream e Saint Etienne, ma dall'altra parte della barricata: qui non sono il rock o l'indie-pop che si calano nella club-culture per rigenerarsi, bensì l'electronica che legittimamente aspira a farsi “pop”, a tramutarsi in linguaggio universale, a trecentosessanta gradi.

Se la già menzionata “Qmart” vede quindi approfondire il lato più imprevedibile e incompromissorio della collaborazione con Björk, “Ooops” ne diventa invece il riflesso speculare, la sua manifestazione più concreta e intelligibile, in uno schema latin-ethno-jazz che adopera gli influssi acidi a uggioso commento atmosferico, quasi anticipando di due anni il pop ricombinante e meticcio di “Debut”. “Spanish Heart”, col suo pianismo melodico e la maggiore docilità (quantomeno apparente) del comparto sintetico, diventa il primo paradigma del brano crossover, avvalendosi del contributo vocale di un Bernard Sumner che con la sua presenza quasi sancisce una sorta di alleanza tra due generazioni di musica mancuniana, di fatto ricostruendo il filo che lega gli 808 State al primario nucleo wave della città. Dai Chemical Brothers in poi, questa formula finirà col diventare un assetto standard dell'elettronica contemporanea, ma il primo mattone scagliato contro il muro delle divergenze ideologiche era già stato scagliato qualche anno prima.

Sarebbero poi arrivate altre defezioni, nuovi riassestamenti e altre pubblicazioni a perpetuare quest'epopea a cavallo di un Roland TR-808. È però in quel magico, frenetico, imprevedibile triennio, sublimato in un'ora di appassionate e acidissime intuizioni, che gli 808 State hanno offerto il loro più grande lascito, aprendo varchi attraverso cui osservare il futuro. “ex:el”, più che un titolo, è un'effettiva dichiarazione di eccellenza.

(30/12/2018)

  • Tracklist
  1. San Francisco
  2. Spanish Heart (ft. Bernard Sumner)
  3. Leo Leo
  4. Qmart (ft. Björk)
  5. Nephatiti
  6. Lift
  7. Ooops (ft. Björk)
  8. Empire
  9. In Yer Face
  10. Cubik
  11. Lambrusco Cowboy
  12. Techno Bell
  13. Olympic


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