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The Lexicon Of Love

1982 (Neutron) | new wave, dance-pop

The sweetest melody is an unheard refrain
(Martin Fry, "Poison Arrow")
"L'amore è una cosa meravigliosa", cantavano Frank Sinatra e Nat "King" Cole nella canzone che nel 1956 fruttò un premio Oscar alla pellicola omonima di Henry King; non solo, grazie al musical "Carnival" di cinque anni dopo (e agli Everly Brothers) abbiamo appreso anche che è l'amore che "fa andare avanti il mondo". Recenti scoperte scientifiche dimostrano che c'è una chimica dell'amore: secondo un'équipe di studiosi dell'Università di Pavia, infatti, esisterebbe una molecola chiamata "nerve growth factor", presente ad alti livelli tra le persone che si sono innamorate di recente e stanno insieme da meno di sei mesi (e che andrebbe scemando, di conseguenza, nelle coppie più consolidate), e uno studio della Stony Brook University di New York avrebbe dimostrato che è la dilatazione delle pupille a far scoccare la scintilla dell'innamoramento - una cosa già ben nota alle dame del Rinascimento. Se all'improvviso viene a mancare l'amore della persona amata ci sentiamo deboli, ci chiudiamo in noi stessi, oppure (se si ha il talento necessario) diamo vita a opere, romanzi, poesie, canzoni: fino a oggi, il più delle volte cantiamo dell'amore o della sua assenza nelle nostre vite, con le modalità più diverse - si va dal classico lento "da mattonella" fino al sarcasmo di Burt Bacharach e Hal David che irridevano al sentimento analizzandone al microscopio i pro e i contro: "Che cosa ottieni quando baci una ragazza? Abbastanza germi per prenderti un raffreddore, e dopo che lo avrai fatto non ti telefonerà mai" ("I'll Never Fall In Love Again"). Ci si metterà anche il mefistofelico Stephin Merritt, molti anni dopo, con il mastodontico "69 Love Songs" (in realtà non un disco di canzoni d'amore, ma un disco sulle canzoni d'amore).

Nel 1982 ci fu un gruppo che del "lessico dell'amore" fece addirittura un patinato concept album in un momento in cui erano in voga il post-punk e le radio trasmettevano i Clash e Adam Ant, i suoni "crudi", le chitarre distorte e l'approccio "buona la prima". Il successo non era affatto scontato, ma fu clamoroso e permise sia agli Abc che lo scrissero e lo interpretarono sia al produttore e ai musicisti che si aggiunsero in studio di forgiare un suono nuovo, con soluzioni ardite che al tempo stesso andavano a riscoprire l'autenticità del rhythm and blues e la grandeur tanto cara a Phil Spector, fatta di arrangiamenti stratificati, riverberi e partiture orchestrali - il tutto creato dalla band di Sheffield con la fondamentale complicità di Trevor Horn, che di lì a poco sarebbe diventato il deus ex-machina dell'etichetta Ztt ("Zang Tuum Tumb", come l'opera futurista di Filippo Tommaso Marinetti) e un indiscusso re Mida del pop dal vestito iper-tecnologico.

Gli Abc erano nati dalle ceneri di un'altra band, i Vice Versa, di cui facevano parte Mark White e il sassofonista Stephen Singleton. Molto influenzati dai Kraftwerk e dalle prime canzoni dei concittadini Human League, arrivarono ad esibirsi come supporter per i Depeche Mode e i Soft Cell; la svolta e il cambio del brand avvennero quando Martin Fry andò a intervistarli per la fanzine Modern Drugs: inizialmente sarebbe dovuto entrare nella line-up in veste di tastierista, ma ben presto divenne il cantante, l'autore di tutti i testi e l'immagine del complesso.
Trevor Horn non era ancora conosciutissimo: suonava il basso nella band dell'allora fidanzata Tina Charles (nota ai più per "I Love To Love"), nel 1979 incise con Geoff Downes (ora membro degli Asia) l'album "The Age Of Plastic" - quello di "Video Killed The Radio Star" dei Buggles fu il primissimo videoclip trasmesso da Mtv nel 1981 - e subito dopo prese momentaneamente il posto di Jon Anderson durante le registrazioni di "Drama" degli Yes. Fu grazie ad alcuni singoli prodotti per i Dollar che il suo nome arrivò fino al New Musical Express: gli Abc avevano già inciso un singolo fortunato insieme a Steve Brown, "Tears Are Not Enough"/"Alphabet Soup", dallo stile marcatamente influenzato dal funky, da James Brown tanto quanto dagli Chic. Fu per merito dell'ingegno di Horn che i ragazzi trovarono la formula magica che permise loro di mettere insieme tutte le loro influenze per creare qualcosa di unico, che li differenziasse da chi già in terra d'Albione stava recuperando in quegli anni le stesse fragranze (si pensi agli Haircut One Hundred di "Favourite Shirts" e "Lemon Firebrigades", agli Style Council di "Money Go Round" o agli stessi Wham!). Martin Fry ascoltava le Supremes e Smokey Robinson, ma non era difficile trovarlo tra il pubblico di un concerto dei Tangerine Dream: alto, biondo e con la battuta sempre pronta, fu lui a impressionare Jill Sinclair, la moglie (e manager) di Trevor Horn. C'erano già dei provini su cui lavorare e molte idee da sviluppare, anche se Horn non era del tutto sicuro che sarebbe entrato nel loro mondo - "era come la disco music, ma con testi alla Bob Dylan", dichiarerà. Visto che i protagonisti dell'epopea della disco stavano lentamente abbandonando il carro (si pensi a Donna Summer, che passò dalla produzione di Giorgio Moroder a quella di Quincy Jones) e il pubblico sembrava non poterne più, c'era bisogno di tradurre il tutto con un lessico innovativo.

"When your world is full of strange arrangements...".
Le registrazioni di "Lexicon" avvengono principalmente presso i Sarm Studios, e le sessioni vedranno partecipare almeno una decina di musicisti aggiuntivi: non c'era un tastierista negli Abc, pertanto furono chiamati Anne Dudley e J. J. Jeczalik (che poco più tardi, insieme allo stesso Horn, a Gary Langan e al blasonato critico musicale Paul Morley, costituiranno gli Art Of Noise): il gioiello tecnologico tra le loro mani era il leggendario Fairlight CMI, il primo campionatore e sintetizzatore digitale che divenne il competitor numero uno del Ned Synclavier (programmato da Mike Thorne in "Non Stop Erotic Cabaret" dei Soft Cell e in "The Age Of Consent" dei Bronski Beat), ma la musica di Martin Fry e soci non sarebbe stata la stessa se, oltre ai chip di silicone, non ci fosse stata anche un'orchestra di circa trenta elementi diretta dalla stessa Dudley. Ancora oggi la musicista (vincitrice di un premio Oscar per le musiche di "The Full Monty" e arrangiatrice di dischi di successo, da "A Groovy Kind Of Love" di Phil Collins a "Getting Away With It" degli Electronic) è fiera dei risultati raggiunti: a suo dire, il fascino intatto di "The Lexicon Of Love" è proprio dovuto all'uso dei veri archi - non sintetizzati, come ad esempio in "Vienna" degli Ultravox - che non costituiscono solo un tappeto sonoro, un semplice abbellimento, ma spesso agiscono proprio nell'ossatura delle canzoni e la sostengono.

Non si abbia timore: non siamo di fronte a un disco romantico pronto per il 14 febbraio, fatto di melodie svenevoli, billet doux ipercalorici e citazioni da Bacio Perugina. "Lexicon" è un'opera sulla mancanza dell'amore e sulla frustrazione del protagonista, il cantante, nel non riuscire a trovarlo e a costruire, suo malgrado, una relazione solida e significativa. Questo pone la proposta in antitesi piuttosto netta con "Penthouse And Pavement" dei colleghi sheffieldiani Heaven 17: altro che canzoni d'amore, l'aria che si respira in quella città è quella delle fabbriche, della disoccupazione e della paura del futuro provata dai giovani, dell'avvento della controversa figura di Margaret Thatcher nello scenario politico d'oltremanica. Eppure non c'è nulla di politico o vagamente politichese, nelle nove canzoni dell'album (che diventano dieci, se consideriamo la conclusiva reprise orchestrale di "The Look Of Love"), e i nostri preferiscono sublimare il mal de vivre in vivide fotografie musicali che dondolano tra il serio e il faceto, grazie soprattutto ai testi di Martin Fry che alternano momenti di rabbia e di confessione a massime argute, sarcastiche, dal retrogusto sparksiano con rime al limite dell'improbabile. Il corredo visivo non è da meno: nella scintillante epoca del New Romantic, gli Abc si dimostravano eccellenti musicisti attenti al look (David Bowie e, soprattutto, Bryan Ferry non erano certo passati invano) e con un occhio vigile verso il mondo delle discoteche. Impossibile non sorridere durante la visione del videoclip di "The Look Of Love", una delle canzoni più note e riconoscibili della band inglese: le tinte pastello e un'atmosfera da tv per ragazzi, con un Martin Fry irresistibilmente autoironico (specie subito dopo il passaggio ai limiti del nonsense "if you judge a book by the cover, then you judge the look by the lover"), insieme alla giacca di lamé dorato che contraddistingue l'altra grande hit del disco ("Poison Arrow", che precede di pochissimo gli Spandau Ballet di "True" e "Parade") bastano per far sì che il pubblico si innamori di loro e dell'album, che raggiungerà facilmente la prima posizione delle classifiche di vendita.

Rispetto ad altre creature di Trevor Horn gli Abc non nascono in laboratorio, scrivono le proprie canzoni ed esplorano territori nuovi per l'epoca: a corredo del disco non esce alcun mini-album di remix alla "Love And Dancing", ma un vero e proprio film intitolato "Mantrap", incentrato sulle canzoni dell'album e con la band nel cast, diretto da Julien Temple (già all'opera in "The Great Rock 'n' Roll Swindle", successivamente regista anche di "Absolute Beginners" con Bowie). Ogni canzone sarebbe potuta essere lanciata come hit single: "Valentine's Day" uscì su 45 giri solo in Giappone, ed è un frenetico elenco di sfortune (si va dal postino che non suona il campanello nel giorno di San Valentino all'ombrello che non funziona proprio quando piove"), bilanci e rimpianti ("Se mi avessi dato una sterlina per ogni occasione che mi sono lasciato sfuggire, e se avessi preso lezioni di ballo per tutte le labbra che avrei potuto baciare a quest'ora sarei miliardario, sarei Fred Astaire"). "All Of My Heart" è la ballad struggente, composta alla chitarra e arricchita da una coda strumentale con un dispiego d'archi svolazzanti di grande effetto: mettiamoci anche che Robert Plant dei Led Zeppelin e sua moglie si fidanzarono sulle note di questa canzone e il classico è più che assicurato. L'atmosferica "4 Ever 2 Gether" è co-firmata dalla Dudley ed è forse il brano in cui l'impronta di Trevor Horn è più decisa ed evidente (e l'unico con qualche venatura prog), il giro di basso e gli effetti impiegati in "Date Stamp" (una riflessione sul legame tra amore e denaro, con tanto di campionamento di un registratore di cassa) anticipano di pochissimi anni "Relax" e "Welcome To The Pleasuredome" dei Frankie Goes To Hollywood. Dal sapore broadwayano gli inserti recitati ("I thought you loved me, but it seems you don't care", cui una voce femminile risponde "I care enough to know I can never love you"): fu Bowie, che si trovava nello stesso studio di registrazione mentre lavorava alle musiche di "Baal", a suggerire quello in "The Look Of Love".

"Even with a pedigree... love has no guarantee"
Martin Fry si stancherà in tempi record dell'uniforme New Romantic, ma le nuove strade percorse non incontrano sempre il favore del pubblico: "Beauty Stab" è tutto fuorché il "Lexicon Of Love Part II" che il pubblico e la critica si aspettavano, ma l'autore non perde il suo sense of humour ("She's vegetarian, except when it comes to sex", da "Unzip") né qui né nel successivo "How To Be A Zillionaire" ("I've seen the future, I can't afford it"). Funzionerà anche "Alphabet City", sebbene il connubio tra soul ed elettronica fosse ormai all'ordine del giorno (Phil Oakey e le ragazze, nel 1986, andarono a registrare "Crash" a Minneapolis con Jimmy Jam e Terry Lewis, produttori di Janet Jackson e Alexander O' Neal); il tempo di intingere il dito nel calice dell'house music con tanto di remix degli italiani Black Box e in men che non si dica arrivano gli M People di Heather Small a sottrarre loro lo scettro (non prima di aver duettato con Martin in una canzone del primo album "Northern Soul"). Dal 1992 dietro la sigla Abc si cela il solo Fry, con musicisti che variano da disco a disco (in "Skyscraping" c'è Glenn Gregory degli Heaven 17, in "Traffic" ritorna quel Gary Langan che già produsse "Beauty Stab"), e "The Lexicon Of Love" resta, in trent'anni di carriera, un capolavoro ineguagliato. Trevor Horn, dopo la sbornia della metà degli anni Ottanta e visto l'avvento nelle classifiche delle effimere priduzioni del trio Stock Aitken Waterman, finirà a lavorare in dischi adult-contemporary con artisti come Rod Stewart, Paul McCartney, Tina Turner e Cher, lancerà Seal e tornerà per un attimo alle atmosfere di "Lexicon" nel 1991, quando Rob Dickens della Wea lo convince a lavorare con Marc Almond (appena entrato, ai tempi, nel roster dell'etichetta) in "Tenement Symphony".

Gli Abc di "Lexicon" hanno dimostrato prima di altri che si può incidere musica pop intelligente, e che si può entrare anche nei dancefloor con stile e carattere (ci penseranno poi i Pet Shop Boys a ribadire il concetto, grazie agli ottimi testi di Neil Tennant, le citazioni disco da "Can't Take My Eyes Off You" a "Go West" e gli inserti orchestrali di Ennio Morricone e Angelo Badalamenti). Il disco è stato anche inserito nella lista dei "1001 dischi da ascoltare prima di morire" di Robert Dimery, più di una testata internazionale l'ha definito uno dei migliori debutti discografici di sempre e siamo certi che più di un produttore di attuale pop da classifica abbia preso non pochi appunti (non sono forse archi quelli che ascoltiamo in "Summertime Sadness" di Lana Del Rey?). Finora è stato ristampato diverse volte, anche in una ricca deluxe edition nel 2004 - rimasterizzata con l'aggiunta di un concerto all'Hammersmith Odeon. "Guilty pleasure"? Neanche per sogno. Un disco da avere.

"Who needs the moon when we've got the stars?"
(Martin Fry)

(22/07/2012)

  • Tracklist
  1. Show Me
  2. Poison Arrow
  3. Many Happy Returns
  4. Tears Are Not Enough
  5. Valentine's Day
  6. The Look Of Love (Part 1)
  7. Date Stamp
  8. All Of My Heart
  9. 4 Ever 2 Gether
  10. The Look Of Love (Part 4)


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