Alice Cooper

Killer

1971 (Warner Bros.) | hard-rock, glam, prog, shock-rock

Quando alla fine degli anni Novanta gli interi Stati Uniti si ritrovarono ad accusare Marilyn Manson di ogni episodio di violenza giovanile ipotizzabile, dando involontariamente piena ragione all’artista e alla sua messa a nudo dei retroscena più scomodi del sogno americano, in realtà non stava che andando in onda una nuova puntata del gioco atto a scovare nel rock più duro il simbolo del degrado morale. Quel gioco fu Alice Cooper a sublimarlo, quasi trent’anni prima.
Non che negli anni Sessanta la scena musicale internazionale non avesse conosciuto personaggi eccessivi. L’immagine da cattivo ragazzo di Mick Jagger era sgradita ai genitori perbenisti, Jim Morrison cantava di sesso con sfrontatezza e mimava coiti sul palco, gli Iron Butterfly rimasero per un anno nella top 10 statunitense con uno sballo lisergico.
Tuttavia quando Alice Cooper irruppe sulla scena narrando disagi mentali, fobie, necrofilia, pulsioni omicide e via dicendo, fu chiaro come il gioco avesse raggiunto un livello da cui sarebbe stato difficile tornare indietro. L’eccesso divenne rappresentazione del male e non più mero elemento di protesta.
Questo castello psicologico basato sulla manipolazione dell’orrore raggiunse l’apice nel 1971 con “Killer”, quando il marchio Alice Cooper ancora indicava l’intera band e non solo il cantante.

Prodotto da un giovane, geniale Bob Ezrin, l’album è introdotto da due singoli radiofonici scritti dal chitarrista Michael Bruce, che tuttavia risultano un po’ ingannevoli. “Under My Wheels” è infatti un hard-rock con inserti fiatistici in cui il protagonista viene stressato dalla ragazza a tal punto da volerla investire con l’auto, mentre “Be My Lover” – una delle tante variazioni sul riff di “Sweet Jane” dei Velvets – parla di un incontro romantico realmente avuto dal musicista qualche tempo prima. Sono due classici del rock da radio Fm, formalmente impeccabili, ma sembrano messi appositamente per dare appetibilità commerciale a un disco che per il resto ne ha ben poca.

“Killer” è anzi l’album più elaborato della band, capace di mescolare hard-rock, glamrock progressivo in un unico affresco nel nome della messa in scena teatrale. Se non addirittura cinematografica, come dimostra il terzo brano, “Halo Of Flies”, una cavalcata multiforme di otto minuti che trabocca di riferimenti, dal testo che è la ricostruzione di una spy story alla James Bond, alla citazione della melodia di “My Favourite Things” – da “Tutti insieme appassionatamente” – che spunta a 2’10’’.
Costruita dichiaratamente per fare qualcosa nello stile dei King Crimson, “Halo Of Flies” supera ogni aspettativa per ricchezza sonora e strutturale, un gioco di incastri inarrestabile in cui ognuno dei musicisti si esprime al meglio: Dennis Dunaway con linee di basso cavernose e ipnotiche, Neal Smith con i suoi tamburi da battaglia, Ezrin con le futuristiche pulsazioni del Minimoog e il sublime ingresso orchestrale a 5’10’’, Glen Buxton e Bruce duettando fra riff metallici, assoli e scale orientaleggianti.

L’immaginario western di “Desperado” dipinge la figura tormentata e malinconica di un pistolero assassino provetto (“I'm a picture of ugly stories/ I'm a killer and I'm a clown”), su un arrangiamento di chitarre liquide, ricami acustici e ondate orchestrali. Negli anni Novanta Cooper ha messo in giro l’aneddoto che vorrebbe la canzone nata come dedica a Jim Morrison, versione tuttavia poco credibile, visto che fino a quel momento né lui, né gli altri componenti della band avevano mai accennato la cosa, descrivendo invece la figura come un cowboy.

“Dead Babies” sembra uno di quei brani usciti da una macchina del tempo. Tanto lo spigoloso giro di basso che la introduce, quanto le rifrazioni echeggianti della chitarra che lo seguono sembrano infatti provenire dagli anni Ottanta, in un’anticipazione del post-punk tanto clamorosa che si stenta a crederci. In seguito rientra comunque in territorio hard-rock, fino alle inquietanti armonie vocali dal tono infantile che segnano il ritornello.
Il testo è su una bimba di nome Betty che muore dopo aver ingerito una confezione di aspirine, scambiandole per caramelle. Il padre – disinteressato alla sua famiglia – lavora lontano da casa, mentre la madre è come tutte le sere al bar a ubriacarsi e non può così soccorrerla. Sono versi di una crudezza annichilente, che all’epoca causarono più di uno strascico polemico, ma rappresentano in realtà uno struggente atto d’accusa contro la negligenza verso i bambini e il dolore che si provoca nel metterli al mondo quando non si è pronti a far loro da genitori.

A chiudere è la title track, che narra l’esecuzione di un poveraccio che è stato trascinato in un affare losco e, incapace di gestire la situazione, ha finito con l’uccidere qualcuno (“I didn’t really want to get involved in this thing/ Someone handed me this gun and I… I gave it everything”). Il finale è forse l’apice dello shock-rock, una lenta marcia per organo e cori con tanto di preghiera in latino, al termine del quale si può udire lo scatto di una botola e venti secondi di ronzio elettronico in accelerazione a simboleggiare l’avvicinarsi della morte. Roba che nel 1971 non deve aver lasciato indifferenti.

Il pubblico più giovane si mostrò comunque sensibile alla proposta e il disco vendette ancor più del precedente “Love It To Death”, spingendosi al numero 21 e rimanendo nella classifica americana per più di un anno. Dopodiché sarebbe arrivato “School’s Out”, con la consacrazione della band a livello planetario e il meritato ingresso del cantante nell’immaginario collettivo.

(31/01/2016)

  • Tracklist
  1. Under My Wheels
  2. Be My Lover
  3. Halo Of Flies
  4. Desperado
  5. You Drive Me Nervous
  6. Yeah Yeah Yeah
  7. Dead Babies
  8. Killer


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