Arcade Fire

Funeral

2004 (Merge) | indie-rock, chamber-folk

Purify the colors, purify my mind
Purify the colors, purify my mind
And spread the ashes of the colors over this heart of mine

Tramandare la fugace presenza terrena ai posteri è un istinto da sempre presente nella natura umana. È questo il motivo per cui il racconto, nelle sue più svariate forme, è vecchio quanto la notte dei tempi. Segni incisi nella roccia, pitture rupestri, tradizioni perpetuate di bocca in bocca e poi su supporti sempre più moderni, taccuini di viaggio, autobiografie, miti e leggende ambientati in epoche dorate, in mondi impossibili, in tempi lontani: esperienze che a vario titolo, e con le debite differenze, si trovano presso i popoli di ogni epoca e parte del mondo. Come segnali luminosi nel buio della notte, le testimonianze parlano ai posteri: “Siamo esistiti”. Una speranza di immortalità trasmessa entro i limiti imposti dalla vita.
Eppure non è facile accettare il lutto, la precarietà del passaggio sulla Terra, l'idea che ciò che è stato non è più. È questo il punto di vista opposto, o meglio speculare, di chi c'è ancora e deve affrontare il dolore. Argomenti che occupano spazi importanti in secoli, millenni di letteratura, di arte in generale, e dunque anche di musica. Si è detto tanto, eppure mai abbastanza: è questo il punto. Ed è sempre questo il motivo per cui un album come “Funeral” non solo esiste in un'epoca come la nostra, ma riesce a parlare con una voce così intensa da mettere i brividi.

Credo sia opinione condivisa che gli Arcade Fire sarebbero comunque diventati i grandi artisti che tutti oggi conosciamo, eppure è stato un corso degli eventi davvero particolare a partorire l'esordio-capolavoro che nel 2004 rende il combo di Montreal (quindici elementi nella formazione standard) il nuovo fenomeno della scena rock mondiale. Il lutto, o meglio i lutti che Win Butler e Régine Chassagne, co-leader della band e compagni di vita, hanno dovuto affrontare nel periodo in cui la formazione canadese prendeva coscienza di sé e lavorava al primo album sono il tema portante del lavoro, la scintilla che scatena il fuoco dell'ispirazione, la molla da cui tutto prende forma e in cui tutto sembra esaurirsi.
Il titolo stesso, d'altronde, non mente. L'incontro-scontro tra la vita la morte, la materia e la dissoluzione sono i nuclei da cui ogni nota e ogni sillaba muovono come in balia di onde talvolta placide, talvolta in tempesta. Il sentimento epico, quasi struggente di “Neighborhood #1 (Tunnels)” sorge dallo sgocciolare di quei fiocchi di neve evocati anche nel testo, e qui riprodotti dal piano, un disgelo che si tramuta in un crescendo irrefrenabile ma controllato, che trasporta la metrica in un levare e calca con forza maestosa un immaginario che, come in un sogno, rievoca a immagini le fasi della vita, dall'adolescenza al momento in cui l'oblio rende incerti i ricordi. Stesso spirito ma diversi sentimenti accompagnano la traiettoria fiammeggiante di “Neighborhood #2 (Laika)”, laddove è invece l'anima folk – ancorché di nuovo orchestrale – condotta dalle fisarmoniche a guidare le danze, mentre il cantato di Butler si contorce e trasfigura. Gli arpeggi agrodolci di “Une Annee Sans Lumiere” cullano una ballata che si trasforma improvvisamente in una breve corsa a perdifiato in stile Neutral Milk Hotel.

Il trittico iniziale di “Funeral” mostra non solo quanto la formula musicale dei canadesi possa essere duttile, ma anche quale sia la forza del loro immaginario, un miscuglio di sentimento epico, lirismo tracotante, incastri strumentali che coprono con eguale sapienza lo spettro che va dai pochi rintocchi che rompono il silenzio a un rumorismo mai superfluo, sempre perfettamente orchestrato. È il peso specifico di quest'ultimo a far pendere la bilancia verso un'esuberanza che sgorga nel baccanale di “Neighborhood #3 (Power Out)”, i colpi di rullante che sembrano fucilate e le liriche di Butler che invitano a uscire dalle tenebre per riabbracciare la luce. E a proposito dei discorsi appena accennati poc'anzi, è interessante notare la metamorfosi che assume il suono del violino a seconda delle circostanze: qui ad accentuare l'anima ruvida e dolente, nell'ultimo capitolo della quadrilogia sul quartiere-comunità che veglia e consola chi resta - “Neighborhood #4 (7 Kettles)” - dolce compagno di un'estasi ritrovata, infine protagonista nella canzone d'amore “Crown Of Love”, che non rinuncia comunque al crescendo finale, uno dei temi che ritornano nell'album.

Ricorrente è pure il tema di un ritorno alla giovinezza, intesa sia a titolo strettamente personale che dell'intera umanità, centrale in “Wake Up”: il binomio tra chitarre distorte e cori di voci produce uno di quegli inni da concerto che effettivamente negli anni rappresenteranno i momenti topici dei live - ma qui è funzionale anche a tornare al "solito" concetto di comunità. La ruvidezza qui presentata sgorga ineluttabile nei cinque minuti di “Rebellion (Lies)”, il più sibillino tra gli slogan politici che la band di Montreal annida tra le righe del suo esordio: “Sleeping is giving in/ No matter what the time is/ Sleeping is giving in/ So lift those heavy eyelids”. È uno dei pezzi di maggiore impatto dell'intera opera, uno schiaffo in faccia assestato con violenza, e senza perdere un briciolo di sentimento epico e magniloquenza orchestrale.
Allo stesso tempo, quanto la fantasia degli Arcade Fire possa spingersi al largo lo mostrano le corde acustiche di “Haiti”, una sorta di rito purificatorio che vede quale grande cerimoniere la Chassagne, di nuovo protagonista assoluta nelle orchestrazioni agrodolci di “In The Backseat”, che chiudono il sipario.

“Funeral” non è allora soltanto una grande allegoria sull'esistenza e la sua negazione. È anche un prodotto di un tempo inquieto e difficile da decifrare, sia esso inteso come epoca nella quale viviamo o come età di passaggio da un'innocenza perduta a un'età adulta colma di incognite. È lacrime e gioia, solitudine e calore umano, intemperie e requie, malinconia e gioia di vivere. E forse, in ultima analisi, è un classico, quantomeno nell'accezione letterale che ne faceva Italo Calvino, perché è un'opera che non ha ancora finito di dire quel che ha da dire. 

(13/08/2017)

  • Tracklist
  1. Neighborhood #1 (Tunnels)
  2. Neighborhood #2 (Laika)
  3. Une Annee Sans Lumiere
  4. Neighborhood #3 (Power Out)
  5. Neighborhood #4 (7 Kettles)
  6. Crown of Love
  7. Wake Up
  8. Haiti
  9. Rebellion (Lies)
  10. In the Backseat






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