Ballboy

The Sash My Father Wore And Other Stories

2003 (SL) | indie-pop, songwriter

Outside there is snow,
and what other people think,
but inside this room there is only you and me


Ho un album di fotografie che racconta di quando ci innamorammo della Scozia. Non quella delle cartoline con i castelli a pelo dell'acqua, dei kilt e delle cornamuse, dei profili sgranati di Nessie o dell'epico biancoazzurro di "Braveheart". Non quella delle alte scogliere panoramiche, bensì la Scozia delle camerette da esportazione, pastelli colorati dentro e uggia perenne fuori dalle finestre.
Ogni tanto mi capita ancora di sfogliarlo, e allora mi domando cosa sarebbe stato di noi se avessimo scelto la Edimburgo dei Ballboy quando invece ci tuffammo a bomba, tutti per uno, sulla Glasgow di Belle & Sebastian e Camera Obscura. Se soltanto ci fossimo dedicati al sorprendente dopolavoro dei maestri elementari e degli infermieri invece che alla smodate pretese letterarie di quegli svenevoli poser ragazzini.
Senza saperlo, avremmo optato per il numero più ruvido e romantico su piazza. Per la grafia più aspra e diretta. Per gli aloni chiari lasciati sui muri dai poster con le ciliegie della Sarah, con gli Smiths o i Wedding Present o i Microdisney di Cathal Coughland, testimoni silenziati dell'adolescenza che fu. Niente più stereotipi nelle loro stanze. Niente Nouvelle Vague e niente Tom Courtenay. Nessun ritratto colorato di fanciulle intellettuali eternate nello struggimento. In loro vece, la modulazione senza cesure di un lungo irriducibile scherno, le cruente trovate nonsense del genio bianco David Shrigley e l'inderogabile ammollo in acqua e ironia per ogni umana bruttura, a cominciare dalle proprie, possibilmente.

Tenerezza nel nichilismo, i Ballboy erano così. Musicisti improvvisati e non solo per fini di sceneggiatura. Poetastri improbabili. Loser bellissimi nella loro dignità di sconfitti, in amore soprattutto, con una bronzea disillusione sempre stampigliata in viso. Chi voglia farsi un'idea di come suonassero, Gordon McIntyre e i suoi, dovrà smuovere un po' il terriccio indipendente per tornare ai primi due lavori del gruppo, ora come allora semisepolti. Riabbracciare l'invettiva dedicata alla commessa snob del negozio di dischi in "Avant Garde Music", col suo impagabile retrogusto di compiaciuta rivalsa; la ferocia camuffata da delicatezza intimista in "They'll Hang Flags From Cranes On My Wedding Day"; o lo sferzante manifesto di "Sex Is Boring", con relativo rosario di falsi miti sfatati in esclusiva sulla propria pelle. Questo perché - "I Lost You, But I Found Country Music" insegna - i loro brani hanno spesso e volentieri dirottato l'autoironia ben al di là della soglia di guardia, in quanto a sadismo. La musica come lenitivo che può funzionare solo fino a un certo punto, insomma, e a patto che il sorriso non venga mai meno. Avevano appena un paio di canzoni, ma entrambe ottime. Quella rock scarnificata e tranchant, ritmiche preminenti, chitarra new wave essenziale con delega alla modica quantità di escoriazioni. E poi le cavalcate aeree, specialità di Gordon: luminosissimi pezzi atmosferici scopiazzati non senza affetto dai Galaxie 500, teatro di sogni impossibili appositamente imbastito per dare asilo agli sfuggenti spoken word del cantante. Evocativi, impassibili, come baciati dal sole nella meraviglia di un viaggio compiuto a volo d'angelo, molto al di sopra delle comuni miserie quotidiane.

I "raccattapalle" dell'indie-pop scozzese, ai margini dei più importanti campi di gioco come a voler onorare la giustezza dell'ennesimo nomen omen, avrebbero potuto insistere fino alla nausea sui propri schemi. Approdando solo in qualche caso - "One Sailor Was Waving", tra i più felici - alla coincidenza parossistica delle due cifre, quel sublime autodeprezzamento e le estatiche rarefazioni, costretti a coabitare nello stesso segmento sonoro con risultati semplicemente clamorosi. Fu però proprio il capobanda a opporsi alla modesta inerzia di questo tirare a campare artistico. Concesse la liquidazione ai compagni senza fare altrettanto con la ragione sociale, dando credito ai pochi che, dal primo istante, avevano descritto i Ballboy come una band fatta a sua immagine e somiglianza. Tralasciato il brutale umorismo, accantonati quei titoli così spettacolari, nel terzo capitolo del romanzo McIntyre volle spingere la sua musica fino a un apparente punto di non ritorno, estetico ed emozionale. Un concept di rara schiettezza sul tema delle relazioni di coppia, tutto giocato sul filo sottile della memoria e sul proprio estro nel servirsene per le necessarie ricamature. Di lovesong anomale il nostro ne aveva peraltro già scritte a iosa, frecciate al curaro in forma di carezze, ma "The Sash My Father Wore And Other Stories" condusse ben oltre le Colonne d'Ercole la sua poetica di cruda affabulazione. Trame spartane che diresti monocordi, chitarra ordinaria e voce sobria, qualche timida sortita degli archi a rimarcare l'inclinazione nostalgica, senza sconfinamenti nel patetico. Limpidezza, misura ai limiti del prodigioso, trasporto potente e sincero.

Pochi semplici ingredienti per confezionare un disco invernale ma caloroso, lucente come la Svezia periferica evocata nell'incipit, pacifico come il suo autore sospeso in una bolla lontanissima dai crucci materiali e dalle smanie del tempo. Il Gordon di queste pallide istantanee era un maratoneta con l'hobby degli incantesimi. Abile nel tracciare e riproporre con ostinata disciplina melodie quasi trasparenti, dall'incedere lento ma perentorio, giocando sulle infinitesime sfumature del canto per irretire la sua esigua platea.
Fragili gemme come "Dutch Trance" o "Past Lovers" sono così arrivate al cuore seguendo traiettorie inattese. Per nulla spettacolari. Escluse dai consueti itinerari al colesterolo di una penna cinica che qui si è limitata a un unico spietato tuffo nel calamaio, per giunta mascherato da filastrocca folk, in occasione dell'episodio che ha prestato il titolo alla raccolta. Insolite anche le deviazioni dalla via maestra: un lieve strappo ("You Should Fall In Love With Me") che è solo la variante elettrica delle precedenti dissertazioni acustiche; e poi una parentesi più spigliata ma pur sempre essenziale ("Kiss Me, Hold Me and Eat Me"), con la storia di un amore antropofago che dalla fiaba nera piega verso la poesia simbolista alla maniera delle eccentriche stramberie di un Jonathan Richman.

Per il resto il vero cannibale è stato Gordon, capace di sintonizzare sulla propria lunghezza d'onda anche le altrui sensibilità. Impegno tutt'altro che proibitivo nei confronti del Dean Wareham di "Tell Me" ma assai sorprendente nella rilettura impossibile di "Born In The Usa", spogliata dell'orgoglio e di ogni orpello retorico per diventare una ballata della dignità popolare à-la Woody Guthrie: rilassata, con un'epica umile tutta sua, dimessa e bellissima.
A stretto giro di posta, ci sarebbe stato spazio per un nuovo gruppo. I redivivi Ballboy avrebbero scritto con il seguente "The Royal Theatre" il loro personale "Distortion", volendo assecondare l'ipotesi di un improbabile parallelo tra il songwriter di Edimburgo e un suo collega yankee chiamato Stephin Merritt. Il suono si sarebbe fatto più vario e pop, il fluo evidenziatore delle tastiere a sgomitare con quel po' di feedback delle chitarre, per un approccio gentilmente rumoroso. "I Worked on the Ships" avrebbe infine rimescolato le carte, ancora una volta, tra pace domestica, impeccabili luminismi e candide celebrazioni della magia dell'autunno. Grandi album dopo, grandi album prima. Nel mezzo questo nudo integrale, amato da pochissimi. "Inosservato" rende forse l'idea, non la misura di un colpevole disinteresse generale.
E dire che sarebbe bastata una sola fotografia senza pretese, accarezzata dai giusti occhi, a far innamorare tanti altri come noi.

(25/10/2015)

  • Tracklist
  1. Welcome To Växjö
  2. I Gave Up My Eyes To A Man Who Was Blind
  3. Tell Me
  4. Stronger Hearts Than Mine Lie Empty
  5. The Sash My Father Wore
  6. You Should Fall In Love With Me
  7. Dutch Trance
  8. Kiss Me, Hold Me And Eat Me
  9. Born In The USA
  10. I Need Two Hearts
  11. Past Lovers
Ballboy su OndaRock
Ballboy on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.