Bauhaus,
ovvero quando il rock diventa un cabaret dell'orrore, con tanto di maschere e
trucchi, nel solco tracciato dal glam e dal leggendario "Rocky Horror Show". I
toni macabri e dissonanti del dark-punk e l'atteggiamento teatrale,
costantemente sopra le righe del glam diventarono con i Bauhaus una cosa sola:
ben lontano dalle lancinanti depressioni esistenziali del rock gotico, il sound
dei Bauhaus mirava sì a dipingere incubi lugubri e incalzanti danze orrorifiche,
ma caricandole in ogni attimo di un'enfasi quasi esagerata, forti di un senso
dell'effetto spettacolare particolarmente sviluppato.
Il carisma del gruppo è in tutto e per tutto il carisma di Peter
Murphy, cantante geniale, ma anche grandissimo "attore", frontman provocatorio,
ambiguo, magnetico. Con il suo look decadente ed eccessivo, capace di spingersi
spesso fino all'autoparodia tanto nelle sue performance vocali che nei suoi
travestimenti, immerso completamente nel suo ruolo di "personaggio", Murphy è
stato per molti versi la personalità più rivoluzionaria del dark-punk per la sua
capacità, pressoché unica all'interno del movimento, di riuscire a "divertire",
tanto chi lo ascoltava quanto, anzi forse ancor di più, sé stesso. La sua stessa
presenza, oltre alle parole delle sue canzoni, era stracolma di rimandi e
simbologie macabre, ma il suo tono pomposo e caricatissimo voleva indicare come
essere un cantante di un gruppo bollato come "dark" non dovesse diventare sempre
e necessariamente sinonimo di essere un depresso cronico afflitto da una
tristezza senza fondo. E se questo magari faceva difettare a Murphy la
profondità emotiva e introspettiva di uno Smith o di un Curtis, pure lo rese uno dei simboli
assoluti di cui il pubblico del post-punk si innamorò a prima vista.
Ciò nonostante pochi altri gruppi possono vantarsi di essere
altrettanto "terrificanti" quanto i Bauhaus: quelli
intonati da Murphy erano senza mezzi termini visioni nerissime, delle danze
demoniache cariche di una paura primordiale. E la predilezione del cantante per
i sovratoni, la sua enfasi teatrale, il suo esibizionismo artificioso, non
facevano che rendere ancora più alieni e inquietanti i loro brani.
Due singoli strepitosi come "Bela Lugosi's Dead" e "Dark
Entries" li lanciarono di diritto nell'olimpo dei grandi idoli del dark, e
funsero da apripista per il loro primo album "In The Flat Field", che il
lungimirante Ivo Watts-Russell, patron della 4AD, non si fece sfuggire.
Ed è subito un altro dei loro capolavori a introdurre l'album:
"Double Dare", la summa di tutto ciò che i Bauhaus hanno rappresentato per il
rock gotico, per il post-punk, ma in definitiva per il rock nella sua più pura
essenza spettacolare. Introdotta da una pulsazione che rimanda alla barrettiana
"Astronomy Domine", si stende poi in una cadenza tempestosa della batteria
(Kevin Haskins), in una distorsione roboante del basso (David Jay) e soprattutto
in un oceano di taglienti dissonanze di chitarra (Daniel Ash), dipingendo uno
sfondo ideale, tumultuoso e in continuo crescendo per lo show di un Murphy in
forma strepitosa: ora profondo e baritonale, ora nevrotico e squillante, altrove
urlato, contorto e minaccioso, il suo canto muta di continuo, una voce ricca,
bellissima, potente come poche altre. Delirante, indemoniato, trascinante,
questo pezzo da solo basterebbe a rendere immortale l'album.
Ma le gemme per fortuna sono anche altre, a cominciare dalla
title-track, un tipico standard del gruppo, lanciato su ritmi supersonici,
marchiato a fuoco da Daniel Ash e dal suo sterminato repertorio di effetti
chitarristici (pulsazioni subliminali, impennate improvvise, dissonanze
colossali) con Peter Murphy ancora una volta istrionico protagonista, a metà tra
un sensuale e fumoso crooner d'altri tempi e uno sguaiato urlatore punk. "God In
An Alcove" dà invece via libera al loro lato "glam", mentre "Dive" è un fulmineo
e scatenatissimo punk-rock. "Spy In The Cab" è un altro capolavoro, un brano
atmosferico che spezza per un attimo l'andatura fin qui frenetica del disco:
Murphy per la prima volta si cala nei panni del cantore "dark" nel senso
letterale del termine, disperato, quasi in lacrime mentre lo scarno sottofondo è
limitato a un nuovo concerto d'avanguardia di Ash e a sparute pulsazioni
elettroniche. Ancora più straniante è "Small Talk Stinks", che non può non
rievocare i contemporanei esperimenti ritmici dei PIL: canzone languida e sensuale, notturna e
misteriosa, rappresenta quasi un corpo estraneo all'interno di un album che ha
come programma una morbosità esplicita e diretta, eppure si amalgama alla
perfezione per le sue molte sottili manipolazioni che turbano la calma apparente
del suo andamento dub.
Con "St.Vitus Dance" si torna ai territori più consoni alle
corde del gruppo: coerentemente al suo titolo, non è altro che una sfrenata
danza satanica con i quattro che quasi eccedono nello spingere i loro strumenti
agli effetti più estremi: la batteria è una pulsazione indefinita, basso e
chitarra diventano quasi delle fastidiose interferenze, mentre Murphy si lascia
andare a un logorroico esercizio prima di "spoken-word", poi di crooning
concitato per terminare con urla animalesche.
"Stigmata Martyr" è un altro standard di riferimento per tutto
il rock gotico a venire, con Murphy stavolta nei panni del tetro sacerdote. Ma
in quanto ad atmosfere inquietanti e conturbanti poche altre cose nell'ambito
del dark-punk battono la lunga "Nerves" (7 minuti), una passeggiata in un tunnel
dell'orrore trafitta da un pianoforte scordato e da nerissimi riff di chitarra
degni dei Black Sabbath. Peter Murphy
conduce nel modo più consono questo sterminato inno alla paura universale, fino
a innalzarsi nel finale in un improvviso e frenetico crescendo che trasforma il
brano in un esagitato punk-rock, lasciando realmente di stucco l'ascoltatore.
Influente come pochi altri suoi contemporanei, il gruppo di
Peter Murphy non si fermerà a questo primo lavoro ma realizzerà altri due lavori
di spicco ("Mask" e "Sky's Gone Out") prima di sciogliersi. La carriera solista
di Peter Murphy non sarà all'altezza, ma il successo di culto dei Bauhaus continuerà nel tempo, con un susseguirsi di uscite
discografiche (rarità, b-sides, antologie celebrative) e soprattutto continui
richiami alla loro opera sparsi nei dischi di innumerevoli discepoli del loro
rock orrorifico, primi fra tutti i californiani Christian Death. Ma nessuno riuscirà a
eguagliare l'originalità e l'unicità dei Bauhaus,
perché nessuno avrà mai un mattatore istrionico, esibizionista e creativo come
Peter Murphy, con tutti i suoi pregi e difetti.
