Bauhaus

In The Flat Field

1980 (4AD) | dark-punk

Bauhaus, ovvero quando il rock diventa un cabaret dell'orrore, con tanto di maschere e trucchi, nel solco tracciato dal glam e dal leggendario "Rocky Horror Show". I toni macabri e dissonanti del dark-punk e l'atteggiamento teatrale, costantemente sopra le righe del glam diventarono con i Bauhaus una cosa sola: ben lontano dalle lancinanti depressioni esistenziali del rock gotico, il sound dei Bauhaus mirava sì a dipingere incubi lugubri e incalzanti danze orrorifiche, ma caricandole in ogni attimo di un'enfasi quasi esagerata, forti di un senso dell'effetto spettacolare particolarmente sviluppato.

Il carisma del gruppo è in tutto e per tutto il carisma di Peter Murphy, cantante geniale, ma anche grandissimo "attore", frontman provocatorio, ambiguo, magnetico. Con il suo look decadente ed eccessivo, capace di spingersi spesso fino all'autoparodia tanto nelle sue performance vocali che nei suoi travestimenti, immerso completamente nel suo ruolo di "personaggio", Murphy è stato per molti versi la personalità più rivoluzionaria del dark-punk per la sua capacità, pressoché unica all'interno del movimento, di riuscire a "divertire", tanto chi lo ascoltava quanto, anzi forse ancor di più, sé stesso. La sua stessa presenza, oltre alle parole delle sue canzoni, era stracolma di rimandi e simbologie macabre, ma il suo tono pomposo e caricatissimo voleva indicare come essere un cantante di un gruppo bollato come "dark" non dovesse diventare sempre e necessariamente sinonimo di essere un depresso cronico afflitto da una tristezza senza fondo. E se questo magari faceva difettare a Murphy la profondità emotiva e introspettiva di uno Smith o di un Curtis, pure lo rese uno dei simboli assoluti di cui il pubblico del post-punk si innamorò a prima vista.

Ciò nonostante pochi altri gruppi possono vantarsi di essere altrettanto "terrificanti" quanto i Bauhaus: quelli intonati da Murphy erano senza mezzi termini visioni nerissime, delle danze demoniache cariche di una paura primordiale. E la predilezione del cantante per i sovratoni, la sua enfasi teatrale, il suo esibizionismo artificioso, non facevano che rendere ancora più alieni e inquietanti i loro brani.

Due singoli strepitosi come "Bela Lugosi's Dead" e "Dark Entries" li lanciarono di diritto nell'olimpo dei grandi idoli del dark, e funsero da apripista per il loro primo album "In The Flat Field", che il lungimirante Ivo Watts-Russell, patron della 4AD, non si fece sfuggire.

Ed è subito un altro dei loro capolavori a introdurre l'album: "Double Dare", la summa di tutto ciò che i Bauhaus hanno rappresentato per il rock gotico, per il post-punk, ma in definitiva per il rock nella sua più pura essenza spettacolare. Introdotta da una pulsazione che rimanda alla barrettiana "Astronomy Domine", si stende poi in una cadenza tempestosa della batteria (Kevin Haskins), in una distorsione roboante del basso (David Jay) e soprattutto in un oceano di taglienti dissonanze di chitarra (Daniel Ash), dipingendo uno sfondo ideale, tumultuoso e in continuo crescendo per lo show di un Murphy in forma strepitosa: ora profondo e baritonale, ora nevrotico e squillante, altrove urlato, contorto e minaccioso, il suo canto muta di continuo, una voce ricca, bellissima, potente come poche altre. Delirante, indemoniato, trascinante, questo pezzo da solo basterebbe a rendere immortale l'album.

Ma le gemme per fortuna sono anche altre, a cominciare dalla title-track, un tipico standard del gruppo, lanciato su ritmi supersonici, marchiato a fuoco da Daniel Ash e dal suo sterminato repertorio di effetti chitarristici (pulsazioni subliminali, impennate improvvise, dissonanze colossali) con Peter Murphy ancora una volta istrionico protagonista, a metà tra un sensuale e fumoso crooner d'altri tempi e uno sguaiato urlatore punk. "God In An Alcove" dà invece via libera al loro lato "glam", mentre "Dive" è un fulmineo e scatenatissimo punk-rock. "Spy In The Cab" è un altro capolavoro, un brano atmosferico che spezza per un attimo l'andatura fin qui frenetica del disco: Murphy per la prima volta si cala nei panni del cantore "dark" nel senso letterale del termine, disperato, quasi in lacrime mentre lo scarno sottofondo è limitato a un nuovo concerto d'avanguardia di Ash e a sparute pulsazioni elettroniche. Ancora più straniante è "Small Talk Stinks", che non può non rievocare i contemporanei esperimenti ritmici dei PIL: canzone languida e sensuale, notturna e misteriosa, rappresenta quasi un corpo estraneo all'interno di un album che ha come programma una morbosità esplicita e diretta, eppure si amalgama alla perfezione per le sue molte sottili manipolazioni che turbano la calma apparente del suo andamento dub.

Con "St.Vitus Dance" si torna ai territori più consoni alle corde del gruppo: coerentemente al suo titolo, non è altro che una sfrenata danza satanica con i quattro che quasi eccedono nello spingere i loro strumenti agli effetti più estremi: la batteria è una pulsazione indefinita, basso e chitarra diventano quasi delle fastidiose interferenze, mentre Murphy si lascia andare a un logorroico esercizio prima di "spoken-word", poi di crooning concitato per terminare con urla animalesche.

"Stigmata Martyr" è un altro standard di riferimento per tutto il rock gotico a venire, con Murphy stavolta nei panni del tetro sacerdote. Ma in quanto ad atmosfere inquietanti e conturbanti poche altre cose nell'ambito del dark-punk battono la lunga "Nerves" (7 minuti), una passeggiata in un tunnel dell'orrore trafitta da un pianoforte scordato e da nerissimi riff di chitarra degni dei Black Sabbath. Peter Murphy conduce nel modo più consono questo sterminato inno alla paura universale, fino a innalzarsi nel finale in un improvviso e frenetico crescendo che trasforma il brano in un esagitato punk-rock, lasciando realmente di stucco l'ascoltatore.

Influente come pochi altri suoi contemporanei, il gruppo di Peter Murphy non si fermerà a questo primo lavoro ma realizzerà altri due lavori di spicco ("Mask" e "Sky's Gone Out") prima di sciogliersi. La carriera solista di Peter Murphy non sarà all'altezza, ma il successo di culto dei Bauhaus continuerà nel tempo, con un susseguirsi di uscite discografiche (rarità, b-sides, antologie celebrative) e soprattutto continui richiami alla loro opera sparsi nei dischi di innumerevoli discepoli del loro rock orrorifico, primi fra tutti i californiani Christian Death. Ma nessuno riuscirà a eguagliare l'originalità e l'unicità dei Bauhaus, perché nessuno avrà mai un mattatore istrionico, esibizionista e creativo come Peter Murphy, con tutti i suoi pregi e difetti.

(29/11/2011)

  • Tracklist
  1. Double Dare
  2. In The Flat Field
  3. God In An Alcove
  4. Dive
  5. Spy In The Cab
  6. Small Talk Stinks
  7. St. Vitus Dance
  8. Stigmata Martyr
  9. Nerves

 

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