Non si può comprendere appieno il significato
di "Abbey Road" senza prima sapere che cosa si cela dietro questo album, come è
stato prodotto, in quali condizioni e soprattutto in quali stati d'animo da
parte dei quattro ragazzi di Liverpool. E' l'ultimo lavoro dei Beatles, "Let it be", come tutti sapranno,
è uscito in seguito, ma proviene da registrazioni precedenti alle session di
"Abbey Road".
I Beatles sono più che prossimi allo
scioglimento: Lennon è ormai una
mina vagante, quasi completamente avulso dalla realtà del gruppo, Harrison sta
producendo dei dischi sperimentali ("Wanderwall music" ed "Electronic Sound") e
Starr è impegnato nel suo nuovo amore, il cinema; l'unico a dimostrare ancora un
po' di spirito di coesione e iniziativa è Paul McCartney, che spinge gli altri a
riunirsi ancora una volta in sala d'incisione (anche perché avevano un contratto
da rispettare con la Emi); alla produzione, ci sarà ancora una volta George
Martin, che si preventiverà però di assicurarsi che non sarebbero mai avvenuti i
memorabili litigi che caratterizzarono le session del "White Album" e di Twinckenham.
Le premesse non sono buone, potrebbero essere il preludio per la
registrazione di un album stanco, ripetitivo, banale e senza idee, non sarà
così. Paradossalmente i Beatles saranno presenti contemporaneamente durante le
sedute di registrazione solamente poche volte, più che altro per registrare le
basi ritmiche; la maggior parte del lavoro di "Abbey Road" è stato compiuto
solisticamente, sovraincidendo le singole parti. Per capire che tipo di
atmosfera si respirasse all'interno del gruppo sarà sufficiente dire che Lennon
avrebbe voluto mettere le sue canzoni nel lato A e quelle di McCartney nel lato
B. Nonostante ciò, sarà un album di gruppo, più di quanto lo sia stato il Doppio
Bianco: anche se fisicamente i Beatles hanno lavorato da soli, infatti, il
risultato finale non tradisce la frammentarietà della conduzione del lavoro.
L'album si apre con "Come Together", storico pezzo di Lennon che
proporrà dal vivo in tutti i suoi concerti negli anni a venire: atmosfera cupa,
bassi esaltati e toni alti del tutto assenti, ottimo lavoro di Starr alla
batteria; Lennon bisbiglia "shoot me" il che ci fa rabbrividire se pensiamo a
cosa sarebbe avvenuto 11 anni dopo; il testo rappresenta una summa degli stili
adottati da Lennon durante la sua carriera, sovrappone aspetti biografici a
non-sense, metafore e giochi di parole. Segue "Something", forse il pezzo più
bello mai scritto da Harrison, e uno dei migliori dei Beatles: è una storia
d'amore, l'esecuzione è dolcissima e accurata; da sottolineare la linea di basso
di questa canzone da ricordare - a giudizio di chi scrive - tra le più belle
della storia della musica pop e rock.
"Maxwell's Silver Hammer" fu motivo di aspre divergenze tra
McCartney, che ne era l'autore, e Lennon; il primo la riteneva degna di un
singolo, il secondo semplicemente la detestava. Un testo senza pretese, un pezzo
leggero anche se ben arrangiato, in cui fa la sua presenza il Moog
(sintetizzatore) inventato da pochi mesi, che caratterizza l'assolo. I Beatles
faranno un uso molto parsimonioso e intelligente del Moog evitando così di
cadere negli abusi perpetrati da quasi tutti i musicisti di quel periodo. In
"Oh! Darling" si riconoscono un effetto parodistico e i riferimenti, nella
musica e nel testo, alle canzoni anni 50; molto meticoloso fu McCartney nella
registrazione della parte vocale, che fu sovraincisa svariate decine di volte.
La seconda e ultima canzone dei Beatles firmata Richard Starkey
è "Octopus's garden": allegra e spensierata, racconta di un mondo sottomarino, e
sembra rifarsi alle atmosfere irreali (nothing is real) di "Yellow Submarine",
cantate sempre da Starr tre anni prima. Lo spunto per questa canzone sembra che
venne suggerito addirittura dai polipi della Sardegna (!), che costruivano dei
giardini raccogliendo oggetti luccicanti sul fondo. "I Want You", con i suoi 7'
e 51'', è la canzone piu' lunga mai incisa dai Beatles (eccettuata "Revolution
9"); fu mixata nell'agosto del 1969, l'ultima volta in cui i Fab Four si
incontrarono tutti insieme in sala d'incisione; è una canzone d'amore,
inequivocabilmente dedicata a Yoko Ono. Basata su pochissimi versi, descrive il
nuovo corso del Lennon autore: è un blues, cupo e inquietante, la cui coda è
costituita da un arpeggio di chitarra ripetuto numerose volte, notevole
difficoltà richiese l'inserimento dell'"effetto vento" nella conclusione del
pezzo (non esistevano artifizi elettronici); il brano si interrompe bruscamente
tagliando la battuta e creando una sorta di effetto black-out; fine del lato A
(parliamo di 33 giri, naturalmente).
In risposta a chi non riusciva e vedere più nulla di innovativo
nella musica dei Beatles, il lato B di "Abbey Road" presentava elementi nuovi e
rivoluzionari. E' composto quasi interamente da un medley, ossia da una serie di
canzoni tutte collegate una all'altra come in un'unica traccia. Fu
essenzialmente un'idea di McCartney e di George Martin (che curò e diresse
personalmente tutti gli arrangiamenti delle parti orchestrali), mentre Lennon si
disinteressò al progetto e non nascose mai la sua avversione al medley ma,
nonostante ciò, contribuì con numerosi pezzi alla realizzazione di quest'ultimo.
Si parte con "Here Comes The Sun", pezzo acustico dal testo
essenziale ma in piena sintonia con la musica, che rivela il periodo d'oro di
George Harrison, troppo spesso messo in secondo piano dalla coppia magica
Lennon/McCartney. Con "Because" inizia il medley vero e proprio: è un pezzo di
Lennon, è composto dagli stessi accordi del Chiaro di Luna di Beethoven, ma a
sequenza invertita; le liriche sono stranamente chiare, niente metafore, nessun
oscuro riferimento. Segue "You never give me your money", di McCartney: il testo
è chiaramente autobiografico e riguarda la disastrosa situazione economica in
cui versava la Apple; il pezzo può considerarsi una suite, composta da tre
momenti, solo in apparenza autonomi; si intrecciano storie e atmosfere diverse e
si preannuncia una fuga da quella realtà. "Sun King" e la successiva "Mean mr
Mustard" sono frutto invece della penna di Lennon: la prima ripresenta il
classico non-sense Lennoniano con frasi italiane e spagnole (compare anche un
"paparazzi" di felliniana memoria), mentre la seconda fu ispirata da un
personaggio realmente esistito. Sempre di Lennon è la successiva "Polyethene
Pam", sorella del "signor Mostarda", anch'essa ispirata a un personaggio
realmente esistito e cantata con un marcato accento liverpooliano. Di McCartney
segue "She came in trough the bathroom window", ispirata probabilmente a
un'avventura vissuta dall'autore in seguito all'improvvisa intrusione di una
fan; il linguaggio adottato, ricco di immagini e di sapore vagamente surreale,
ci riporta alle atmosfere di "Sgt. Pepper". La successiva "Golden Slumbers",
tipica ballata McCartneyana al pianoforte, è caratterizzata da splendidi
arrangiamenti di archi e fiati superbamente diretti da George Martin. "Carry
that weight" esplode senza preavviso, mescolandosi ai versi della precedente: il
testo rappresenta una metafora, l'autore descrive la sua condizione di leader
suo malgrado, mentre all'interno vi è una reprise dei versi di "You never give
me your money", che rafforzano il significato delle liriche precedenti. "The
End", sempre a cura di McCartney, è idealmente l'ultimo brano dell'ultimo album
dei Beatles: presenta una prima parte strumentale,
preceduta dall'unico assolo di batteria di Ringo Starr della sua carriera (per
evidenti motivi...); è un rock'n'roll puro, con chitarre distorte e un ritmo
veloce, sembra quasi che i Beatles vogliano regalarci l'ultima prova tous
ensemble prima del commiato, che arriva accompagnato da un tappeto di archi e da
una splendida chitarra che sottolinea l'unico verso della canzone, il loro
testamento artistico, Lennon lo definì un verso cosmico, filosofico: "...e alla
fine l'amore che prendi è uguale all'amore che fai".
Dopo 16 secondi di silenzio compare quella che noi oggi
chiamiamo una "ghost track", è "Her Majesty", un irriverente ma garbato ritratto
della regina d'Inghilterra, che dimostra come fossero mutati gli atteggiamenti
dei Beatles verso l'establishment politico, rispetto a quando erano stati
insigniti, nel 1965 dell'MBE. Si può parlare di traccia fantasma perché
quest'ultima traccia, che era inizialmente parte integrante del medley e poi
scartata, non era segnalata nei titoli di copertina. Il titolo comparirà solo
nelle successive ristampe.
L'album doveva inizialmente chiamarsi "Everest", in onore di una
marca di sigarette fumate dall'ingegnere del suono Geoff Emerick, ma come noto,
si era ormai del tutto esaurito lo stimolo di affrontare nuovi progetti, così
dal momento che nessuno aveva voglia e tempo di andare sull'Himalaya per fare le
fotografie della copertina, si decise molto più economicamente di farle sulla
strisce del passaggio pedonale della Abbey Road, davanti agli studi in cui i
Beatles avevano registrato per otto anni, rendendola così popolarissima nel
mondo.
A detta di molti, "Abbey Road" è il miglior album dei Beatles, o
secondo soltanto a "Sgt.
Pepper". E' inconfutabile che si tratti di un album prodotto magnificamente:
trasmette sensazioni e atmosfere intense, ricercate, del tutto assenti nel
"White Album". E' un lavoro unitario nella sua frammentarietà. Anche se
fisicamente lontani, i Beatles abbandonano le loro prese di posizione egoistiche
e mettono a disposizione le loro peculiarità in favore di un tutto unico.
McCartney raggiunge la piena maturità di compositore e arrangiatore; Lennon,
nonostante si disinteressi del prodotto, regala perle decisive per la riuscita
dell'album; Harrison è in piena esplosione creativa e firma due pezzi splendidi;
Starr dimostra un sensibile miglioramento, non tanto nella tecnica quanto negli
arrangiamenti, più vari ed articolati.
I Beatles sono i Beatles, anche se non si incontrano si
influenzano a vicenda, sono una fucina di idee, di esperienze; il dualismo
Lennon-McCartney è condizione necessaria perché gli ingranaggi girino, anche se
porterà alla disgregazione del gruppo. "Abbey Road" rappresenta l'apice di una
parabola che ha portato i Beatles leggeri e scanzonati dei primi anni a un acme
di sperimentazione raggiunto negli anni 1967/1968, e che li ha visti tornare a
dare più importanza alla melodia, senza rinunciare alle contaminazioni
dall'esperienza passata e creando così un autentico capolavoro.
