Black Heart Procession

2

1999 (Touch & Go) | folk-rock

Viaggiare attraverso sé stessi può essere un'esperienza affascinante, ma anche molto dolorosa. Scavare nel profondo dell'animo umano comporta un sacrificio enorme, e cioè la privazione di tutti gli inganni del quotidiano, di tutte le menzogne costruite ad arte per annegare la verità. La musica aiuta l'uomo in questo difficile viaggio. La sua qualità vincente è il fatto di essere "eterea", di non essere una "cosa". La musica si mescola al pensiero, ai sentimenti, fornendo uno sfondo sul quale distendere la nostra malinconia. Bene, non sono molti nella storia del rock, i dischi che possono competere con "2" riguardo questa capacità peculiare. Il suo mood è allo stesso tempo commovente, elegiaco, disarmante quanto a bellezza. Undici brani di straordinario intimismo, capaci di proiettare l'ascoltatore in una dimensione quasi autistica, dove il mondo circostante diventa come eclissato da un sole nero. Musica che va diritta all'anima, insomma.

Le sue radici affondano in anni di country, folk, blues, elettronica, mescolati da un gusto per gli arrangiamenti di grande eleganza. Lo spirito dei tre è quello di chi gioca col suono, raccogliendo la grande lezione del Brian Eno pre-ambient . Tecnicamente, invece, i Black Heart Procession si discostano dall'artista inglese. Quello che Eno faceva con lo studio di registrazione, loro lo fanno con gli strumenti, sperimentando in maniera ludica, cercando di tirar fuori suoni nuovi da strumenti "vecchi". Cronologicamente, sono collocabili nella grande esperienza del rock "intellettuale" degli anni 90, ma la loro musica sfugge a una definizione netta, precisa. E questo la dice lunga sulla qualità del gruppo, capace di coniare un linguaggio originale, perfettamente distinguibile.

Basta far partire la prima traccia, "The Waiter #2", per rendersi conto della magia di cui sono capaci: un vento cosmico spira tra ululati lontanissimi, detriti di elettronica disintegrata, sino a quando dei rintocchi minori di piano fanno la loro solenne comparsa, scanditi metronomicamente come da un orologio metafisico. Il tema è di una tristezza deflagrante, la musica è scarna, essenziale, buia; un umore gelido avvolge tutti i 4 minuti, rendendo un paesaggio sconfinato e desolato, dove la voce abulica di Pall Jenkins declama meccanicamente un mesto salmo d'amore perduto. Tutto va via così silenziosamente come era comparso, e con la stessa rarefatta eleganza implode in un buco nero...

Da questo spazio profondissimo emerge "Blue Tears", la prima vera "processione" del lotto. Un accordion epico, preso per mano da un organetto a passo di valzer e da una tromba fiera e struggente, si eleva in una marcia capace di far lacrimare sia di gioia sia di dolore. Praticamente impossibile resistere alla commozione, alla voglia di unirsi a questa ondeggiante ballata da orchestrina paesana, elogio funebre o dichiarazione d'amore che sia. Forse, solo uno straordinario inno alla vita. Capolavoro.
Sordi rintocchi in low-fi introducono in sordina la successiva "A Light So Dim", che si impossessa pigramente della scena col suo ritmo da "trip-hop acustico", rinforzato da martellanti note di pianoforte. Sette lunghi minuti che scorrono come fossero la metà, tanta è la dolcezza con la quale culla questa risacca marina, che congeda ancora una volta tra inquietanti nebulose elettroniche.

E' il turno del brillante folk di "Your Church Is Red", dove sono le scintille della chitarra a ricamare il sussurro di Jenkins, accompagnate dal tappeto di un organo crepuscolare. Il sole, che seppur al tramonto, faceva qui capolino, viene eclissato totalmente dalla pallida luna di "When We Reach The Hill", secondo capolavoro del disco. Solo il gelido suono di un moog circolare e un giro tristissimo di chitarra acustica. Solo la desolata voce di Jenkins, che canta in un tono dimesso, come il lamento notturno di un bardo prossimo alla fine... Un vento di freddissima elettronica spira tra le scarne trame di un brano che fa dell'essenzialità il suo punto di forza. Se la solitudine potesse suonare, suonerebbe così.
Fortunatamente si torna su toni più rassicuranti nella seguente "Outside The Glass", breve invocazione coccolata dal suono caldo di una tastiera minimale, tra rumori quasi glitch e riverberi ancestrali. Nemmeno il tempo di assaporare questa delicata ninnananna che dal cielo piovono nuovamente accordi minori di piano. E' lui infatti l'indiscusso protagonista di "Gently Of The Edge", coi suoi fraseggi liquidi, sorretti dalla solita elettronica subliminale e dall'impercettibile soffio di una tromba ubriaca. A dominare è sempre l'essenzialità, il gusto raffinatissimo per gli arrangiamenti. Non c'è mai nulla di meno o di troppo, tutto è dosato con grande eleganza.

Il ritmo, ricompare nuovamente in "It's A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes", titolo dolcissimo e chilometrico, per il pezzo forse più energico di tutto il disco. E' sempre il piano ad aprire le danze, questa volta però con più convinzione, stesso proposito seguito dalla batteria, quasi sferzante nel suo incedere. Jenkins si esprime sempre nel solito lamento, ma stavolta dalle sue invocazioni pare trasparire quasi un sentimento di rabbia, una più ferma convinzione.

Come in un gioco di chiaro-scuri i Black Heart Procession sembrano quasi divertirsi nell'accostare in successione brani dal diverso umore. Intendiamoci, le atmosfere si dipanano sempre fra tramonto e notte, il sole nella loro San Diego non albeggia mai, ma questo leggero contrasto contribuisce a rendere meno monotono il lavoro. Esempio di ciò è il ritorno al blu profondo di "My Heart Might Be Stop", contraltare perfetto del brano precedente. Sono ancora i tasti del pianoforte a scuotere il cuore, questa volta picchiati con una forza che incute quasi timore. La coda di vibrazioni dilata e strania il tutto come negli incubi dei Radiohead più acustici.
Segue il pezzo più sperimentale del lotto, la sporca indefinibilità di "Beneath The Ground", infatti, mostra una più stretta parentela con l'elettronica dei Sigur Rós, tra percussioni sintetiche e note ipnotiche di tastiere. La stessa voce di Jenkins è trattata come mai lo era stata in precedenza, ridotta a elemento di disturbo, impersonale, avvolta da una spirale onirica.

Il viaggio termina da dove era iniziato, e cioè con "The Waiter #3", una reprise del primo brano con un groove leggermente più accentuato e con Jenkins che pare più stanco, come provato dall'esperienza del dolore. Questa scelta evidenzia la caratteristica "circolare" del disco, e ne fa quasi un concept sulla delusione e la speranza.
La "processione dei cuori neri" è terminata, ma il suo lascito rimarrà per sempre come uno dei momenti più alti di tutti gli anni 90, un angolo buio di tutto il post-rock.

(27/10/2006)

  • Tracklist
  1. The Waiter #2
  2. Blue Tears
  3. A Light So Dim
  4. Your Church Is Red
  5. When We Reach The Hill
  6. Outside The Glass
  7. Gently Off The Edge
  8. Its A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes
  9. My Heart Might Stop
  10. Beneath The Ground
  11. The Waiter #3

 

 

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