Con i Blind Idiot God, la violenza catartica
dell'hardcore venne convogliata all'interno di partiture strumentali fortemente
ispide e dissonanti, capaci di gettare un ponte tra generi apparentemente
distanti tra di loro, quali lo space-rock, il reggae, l'heavy-metal e il funk. Il risultato di
questa sintesi epocale (probabilmente, uno dei primissimi germogli di post-rock)
è un "wall of sound" acidissimo di math-rock (di cui sono i padri putativi),
dove scorrazzano indisturbati i tre strumentisti: Andy Hawkins (chitarrista
"hendrixiano", rumorista e finanche dedito alla battuta in levare), Gabriel Katz
(con le sue cupe e rocciose linee di basso) e Ted Epstein (dal drumming
schizofrenico e tempestoso).
L'esordio sulla lunga distanza avvenne nel 1987 con un album
omonimo uscito su Sst (una delle più grandi etichette indipendenti della storia
del rock). Quell'album (che sarebbe restato il loro capolavoro) rappresentò una
scossa tellurica per la scena alternativa americana. Tuttavia, la fama non
avrebbe mai arriso ai tre giovincelli del Missouri. La loro proposta era troppo
lungimirante. Un crossover tanto geniale quanto paradossale e spericolato.
La terribile carica cacofonica dell'iniziale
"Stravinsky/Blasting Off" (introdotta da una scheletrica figura di basso)
subisce un ulteriore trattamento adrenalinico grazie alle impetuose ascensioni
della chitarra. Il sottofondo è carico di forza esplosiva, saturo di riverberi e
di feedback, come nella successiva "Shifting Sand", dove il tumulto si innalza a
mille piedi da terra grazie a un'improvvisa spirale lisergica di chitarra e a un
gioco spaventoso di contrappunti. Il collasso viene evitato grazie al
disperdersi della foga in un tumulto più contenuto, quasi ascetico ("Tired
Blood"). Ma le sventagliate di chitarra e il drumming parossistico di "Wide Open
Spaces" dicono che non è ancora tempo per gettare la spugna. L'impressione è
quella di guardare una parete altissima, dove non ci sono finestre, e dove il
sole non può fare altro che colare come un magma densissimo. La tensione che
questi brani lasciano accumulare è spesso davvero intollerabile. D'altra parte,
non lo è anche un Dio idiota e cieco? L'impressione, allora, è che il messaggio
sia altamente pessimista, anche se non privo di connotati ribelli e
"barricaderi". "Subterranean Flight" vive del conflitto apocalittico tra gli
echi lontanissimi del basso, le digressioni chitarristiche lanciate a folle
velocità dentro un groviglio di ritmi maciullanti e le stasi scheletriche in cui
quel conflitto sembra, di volta in volta, placarsi e dissolversi. L'heavy-metal
di "More Time" è subdolamente "mainstream", ma non tanto da giustificare un
suono composto e godibile. Dopotutto, si tratta sempre di una loro personale
versione dell'heavy-metal… Il funk algido e brumoso di "Dark And Bright"
conferma la loro straordinaria capacità di secernere variazioni su variazioni al
di sopra di uno pseudo-tema di base. Poi, quello che non ti aspetti: ovvero, il
trittico finale. Sublime e onirico planare lungo riconoscibilissime traiettorie
"dub".
La tensione è scomparsa. Vi è qualcosa di magico, ora. La
battuta in levare trascina gli strumenti in un vortice quasi minimalista, fatto
di echi sornioni, tracce psichedeliche e slabbrature dilatate all'infinito
("Wise Man Dub"). La dilatazione è ancora più evidente e "fisica" in "Stealth
Dub", con veri e propri voli pindarici della sei corde. I battiti sordi della
batteria sembrano frantumare ripetutamente queste trame avvolgenti e sensuali.
Il monolite dissonante delle tracce precedenti è stato sventrato. Restano
paesaggi malinconici, autunnali. Il suono è, in fondo, gelido, molto più scarno.
Trafigge il cuore e la mente. La rabbia è diventata rassegnazione. Attinge da
un'anima in frantumi le ultime forze. "Raining Dub", invece, è ancora più
sperimentale. Le frattaglie reggae della chitarra subiscono un eccezionale
trattamento "visionario". E' un delirio fatto di riverberi e di armonici
brulicanti, ormai lontanissimo dai loro infernali baccanali.
Pur essendo una band composta da musicista eccezionali, i Blind
Idiot God hanno sempre tenuto fede alle loro radici, relegando il tecnicismo in
un angolino buio, e concentrandosi su di una proposta musicale capace di
assorbire i virtuosismi all'interno di una sintesi più alta, fatta soprattutto
di emozioni crude e veraci. Anche per questo, il loro nome resterà scolpito per
sempre negli annali del rock. Non importa come.


